martedì 23 dicembre 2008

Teddy La Dolce

Ancora Ouzo
E’ difficile parlarvi di Ouzo senza raccontare della mia famiglia com’era quattordici anni fa. Io ero un leone; possedevo una forza interiore che pensavo non sarebbe mai stata scalfita; ero fiero di mia moglie e delle mie figlie come ero fiero di Ira e Ouzo. Mi sembrava di essere un principe nel suo castello difeso dagli amici più fedeli. Via, quasi un Re Artù con la storica tavola rotonda costellata di stupendi cavalieri. Non è che fossimo in un’isola felice senza difficoltà, ma eravamo uniti. E vincevamo.
Sì, vincevamo perchè non permettevamo che fattori, persone esterne alla nostra famiglia ne minassero la serenità, la compattezza. E’ così che si diviene vulnerabili, perdenti.
Ira e Ouzo erano inseparabili: dov’era uno era l’altra. Ouzo si accoccolava sulle zampe di sua madre e dormiva, mentre la sua crescita diveniva sempre più evidente e impressionante. In brevissimo tempo si era allungato, alzato, e mostrava una conformazione così massiccia da sembrare un cucciolo di Alano, se non un Rott Wailer.
Ma ciò che più stupiva era la devozione a Ira, che per lui rappresentava un simbolo da imitare. Ira lo addestrava a musate, a piccoli ringhi e morsi incruenti, a zampate leggere sulla testa quando Ouzo trasgrediva, o a leccate amorevoli in segno di approvazione.
Ira non è mai stata una femmina come le altre, forse perché sin da piccina è entrata in concorrenza con un’alta femmina di pastore di nome Shira, sua grande amica, di otto mesi più grande. Con la sua amica ha imparato a lottare senza lamentarsi, a correre, a inseguire la preda che poteva essere una palla, un pezzo di legno o una pietra, o una conchiglia sbreccata; ha imparato a non sottomettersi e ha preso le sue rivincite quando, divenuta grande e possente – una fuori taglia per intenderci –, alta al garrese più di un maschio, con una conformazione ossea pesante e robusta, ha sottomesso Shira che da allora è divenuta il suo alter ego, la sua amica più fidata. Ira e Shira hanno educato Ouzo a essere un gran cane, un dominante, un rompiscatole più unico che raro ma con un gran cuore, un affetto smisurato per tutti coloro che gli hanno mostrato amicizia.
Ira è entrata nella mia vita quasi per caso, quando addirittura pensavo di non dover mai più avere un cane per amico, per via di una insofferenza allergica di mia figlia Toni agli acari della polvere e alle graminacee. Ma “buon sangue non mente”, recita un antico epigramma sin dai tempi più lontani. Proprio mia figlia Toni fu presa da una così grande passione per i cani da costringermi ad acquistarne uno da un allevamento della mia città. Quasi come avevo fatto io con mio padre, quando lo convinsi, lui che per essere stato morso in tenera età da un randagio aveva giurato a se stesso che mai sarebbe entrato un cane in casa sua.

Accadde così.
Il timore verso questi “grandi” animali si tramanda di padre in figlio, quasi a livello genetico; per cui, essendo figlio di mio padre, nutrivo un terrore istintivo verso qualsiasi razza o sotto razza di cani, pur sentendomene fortemente attratto.
Mio padre era ragioniere e amministrava la contabilità di un buon numero di commercianti della mia bella Bari. Ebbene, uno di questi, don Ferdinando Boccia, un napoletano di robusta costituzione, dalla risata inimitabile e di una simpatia unica, possessore di una delle più rinomate pasticcerie della città, aveva il suo negozio nei pressi di una gioielleria a guardia della quale vi era uno stupendo pastore tedesco femmina: Diana.
Tutte le volte che mi accompagnavo a mio padre nel giro di visita al suo cliente, incrociavo il mio sguardo con quello di Diana, e ogni volta dicevo a me stesso che avrei dovuto farmi forza e accarezzarla. Manco a parlarne! Quando ero lì lì per tendere la mia manina di sette otto anni, all’ultimo momento mi mancava il coraggio e la ritiravo velocemente, nel timore che restasse tra le fauci del cane. Mio padre mi guardava e sogghignava, sembrava mi lanciasse una sfida. Decisi, perciò, che a qualunque costo sarei riuscito nel mio intento.
L’occasione capitò pochi mesi dopo, quando un condomino dello stabile in cui abitavamo, il dottor Rafaschieri, adottò un cucciolo di lupo alsaziano. Non vi dico l’invidia! Vedevo i suoi figli giocare con quel lupacchiotto senza timore, anche quando divenne cucciolone, con due zanne acuminate che facevano paura solo a guardarle. Ebbene, una domenica mattina i miei genitori si recarono al cimitero in visita ai loro cari scomparsi. Io colsi l’occasione e bussai alla porta dei miei vicini.
L’abbaiare furioso di Bull mi mise una tremarella tale che mi detti indietro ma, quando feci per rientrare in casa, Enzo, un ragazzotto di una dozzina d’anni, Rafaschieri junior, aprì la porta tenendo stretto il lupo per il collare. Mi chiese cosa volessi; io, con la voce che muoveva appena le corde vocali, deglutii e gli dissi che volevo divenire amico del suo cane. I ragazzini, si sa, sono incoscienti; ma quanto lo fummo Enzo ed io sfiora l’imbecillità.
Enzo si disse subito d’accordo e mi fece cenno di seguirlo su per le scale, sin sul terrazzo, dove avremmo potuto giocare indisturbati con Bull. Io mi tenevo a debita distanza, ma il cane tirava per annusarmi, per saltarmi addosso, per mangiarmi, pensavo io. Sul terrazzo, per non dare l’idea che stessi morendo di paura dissi ad Enzo di lasciarmi solo col cane, sicuro che mai avrebbe acconsentito. Beh, lui, invece, acconsentì. Ci studiammo per un po’ Bull e io, poi lui passò all’attacco. Mi agguantò con le sue fauci a un polpaccio e me lo perforò.
Voleva giocare, mi disse poi Enzo, ma io, che non lo sapevo, sferrai al povero cane un pugno tale sul capo che lo atterrò. Fu così che divenimmo amici, Bull e io.
I miei, al loro ritorno, mi trovarono che zoppicavo, con i pantaloni alla zuava strappati ma fiero di aver superato l’atavico timore dei cani.
Mio padre non ghignò, quella volta; anzi voleva farmi perforare da quaranta iniezioni nel ventre, cosa che rifiutai energicamente, confortato dal signor Rafaschieri che aveva mostrato il libretto sanitario di Bull costellato di tutte le vaccinazioni previste dalla legge.
Il giorno dopo carezzai Diana e quattro mesi dopo il suo padrone mi regalò un cucciolo femmina, Teddy, un magnifico incrocio tra un pastore tedesco e un pastore scozzese.

Beh, Antonella, Toni, per tutti noi, lanciò a me una sfida simile a quella che io avevo lanciato a suo nonno quando, in visita dall’allergologo, confermò il suo desiderio di avere un cane, supportata ardentemente dalla sorella. A me sembrò che finalmente si sarebbe rassegnata, poiché era scontato che il professor Ivan Papadia avrebbe sconsigliato una scelta di tal genere. Invece no. Anzi, mi raccomandò caldamente di soddisfare la richiesta, poiché Toni avrebbe anche potuto, in questo modo, sviluppare anticorpi atti a combattere l’allergia; mi ammonì, però, ad allontanare immediatamente il cane nel caso avessi notato un peggioramento delle manifestazioni allergiche. Fu cosi che ci recammo all’allevamento del Levante, il cui gestore era un amico, Saverio Stella.
Saverio ci guidò subito verso il settore delle cucciolate e ci consigliò di scegliere il cucciolo tra quelli che aveva partorito circa quaranta giorni prima una bellissima femmina di pastore tedesco. C’erano cinque cagnetti che suggevano avidamente il latte dalle mammelle materne. Uno il più grosso, al rumore dei nostri passi si girò incuriosito e venne scodinzolando verso di me che facevo da apripista. Fu amore al primo sguardo.
Lo presi tra le braccia, lo accarezzai e lo mostrai alla mia cucciolata: era una femminuccia. Dieci minuti dopo, le mie figlie e io eravamo in macchina con un esserino che scodinzolava e faceva udire la sua vocina tra uno starnuto e l’altro. Toni la spupazzava in tutti i modi, l’abbracciava, la baciava senza tossire né starnutire. Ma era troppo presto per cantare vittoria, pensavamo noi.

La prima notte che la cuccioletta trascorse in casa nostra fu memorabile. Tutti credevamo che avrebbe sofferto per la lontananza dalla madre e dai fratelli. Ciò ci tenne all’erta. Stabilimmo dei turni di guardia per non lasciarla mai sola. Alle mie figlie toccò il primo turno.
Mia moglie e io, per fare in modo che avvertissero la responsabilità della loro scelta, fingemmo di essere presi da un forte attacco di sonno e ci ritirammo nella nostra camera da letto. Senza dormire, ovviamente, ma interrogandoci se avessimo compiuto il passo giusto.
Le voci di Toni e Lila rimbalzarono allegre sino alle due, in coro con il latrare di Ira; poi, tutt’a un tratto, fu silenzio. Mi alzai cautamente, cercando di non far rumore, e andai in soggiorno. Erano tutte tre tranquillamente addormentate sul divano. Ira russava con la testolina in grembo a Toni e il treno posteriore sulle gambe di Lila. Presi un plaid e le coprii, poi rassicurai mia moglie. Ci svegliammo al suono del latrare della cagnetta.
L’inquilina del piano di sopra batté con forza sul pavimento perché chiedeva il silenzio.
Guardai l’orologio: erano le otto del mattino.
L’ignorai.
Il battere sul pavimento della signora Garofalo, Adele per amici e nemici, ha accompagnato più di un decennio della nostra vita.
Questa donna malvagia, che più volte ha tentato di avvelenare i miei cani, era un bieco essere senza cultura; non della cultura che si affina sui libri, che manco aveva, ma di quella del vivere. Era priva di sensibilità, caratterialmente “acida”, interiormente vecchia, nonostante usasse un trucco da ragazzina che la imbruttiva e invecchiava ancor più. Non provava alcun amore verso gli animali e ciabattava per tutta la giornata nel suo appartamento, mettendo fuori il naso solo per inveire contro il nostro cucciolo o per recarsi a imbonire il vicinato con la sua voce stridula e acida, per invogliarlo ad acquistare alcuni prodotti per uso domestico che lei vendeva casa per casa. Un giorno, forse ubriaca, mandò con determinazione la sua auto a sbattere contro un gigantesco pastore maremmano.
Del cane, purtroppo, non abbiamo mai avuto notizie. Della signora Garofalo, sì. Riportò varie ferite sul volto e sulle gambe, che le lasciarono segni indelebili, deturpandole, se fosse possibile, ancor più il tristo aspetto da vecchia malvissuta. A volte avrei voluto chiederle cosa l’avesse resa talmente arida.
Al contrario accadde l’impensabile per l’allergia di mia figlia. Toni non solo non aggravò la sintomatologia, quanto, col passare dei mesi, migliorò la sua patologia a tal punto da non risentirne quasi del tutto.
Ira divenne il quinto membro effettivo della nostra famiglia, amata e coccolata da tutti grazie non solo alla funzione terapeutica che aveva assolto in brevissimo tempo, ma anche all’amore incondizionato che ci ha dedicato per tutta la sua breve vita.

Ricordo un episodio che a posteriori ci fa sorridere, ma che sul momento ci procurò viva preoccupazione.
Abitiamo al terzo piano di una palazzina e usufruiamo di un balcone piuttosto ampio che Ira scelse come uno dei suoi posti preferiti. A quel tempo il cortile condominiale era pressoché privo di gatti; a malapena se ne scorgeva uno di passaggio nelle prime ore pomeridiane dei mesi più caldi.
Un giorno, però, un condomino decise di adottarne uno a distanza, nel senso che non lo prese in casa con sé, ma cominciò a depositare i rifiuti del suo pranzo in un angolo del cortile affinché il felino ne usufruisse.
Ira era con noi da circa due settimane; cresceva bella più del sole, e tanto pasciuta da non crearci preoccupazioni circa l’inferriata, le cui sbarre erano distanti l’una dall’altra poco più di una spanna.
Era una notte d’estate. L’aria tersa di periferia consentiva di ammirare
un affresco di stelle di straordinaria bellezza.
Ira alzava il capo verso il cielo e guardava la luna cercando di modulare il preistorico ululato dei suoi avi. Dopo vari tentativi venne fuori un uuh –uuh che pareva il verso di una civetta più che l’orgoglioso richiamo del lupo. Le feci una carezza sul capo biondo e lei agitò riconoscente la coda.
Ad un tratto, mentre era lì felice e scodinzolante, le vidi sollevarsi il pelo, scoprire i denti e lanciarsi contro l’inferriata con tanta velocità da non poterla assolutamente fermare.
Un gatto pezzato, grosso quanto un vitello, col pelo irto, soffiava come un serpente in direzione del mio cucciolo che, incastrato tra le stecche di ferro, penzolava nel vuoto con metà del suo corpicino.
Non fu semplice liberare il mio cane da quell’assurda posizione, nel timore che le sue tenere costole potessero riportare qualche frattura. Ira, invece, per nulla spaventata, ringhiava con la sua voce da bambina e tentava di liberarsi per saltare addosso al nemico. Imperterrito il gatto continuava a puntarla strisciando per terra la coda. Una provvidenziale secchiata d’acqua, lanciata dai piani superiori investì il felino e un miagolio di terrore ne preannunciò la fuga.
Sollevai lo sguardo e con meraviglia scorsi la signora Garofalo ancora lì, sul balcone, affacciata col secchio tra le mani. Mi guardava anche lei. La sua voce stridula riempì il silenzio: a quest’ora si dorme!- e sbatté le porte della finestra rientrando nelle sue stanze.
Quello è stato l’atto più dolce che Adele abbia mai compiuto nei confronti dei miei cani.
Tratto da "Ouzo e Io" di Natalino Lattanzi

domenica 2 novembre 2008

Roma o morte

Roma o morte!
Partenza ore 05.00 del mattino. Macché, alle 07.00 eravamo ancora alle prese con valige che non volevano chiudersi. Mia moglie ed io non siamo pesi massimi, perciò decidemmo di unire i nostri kg da scaricare sui trolley. Il primo si arrese, il secondo pure, il terzo si fece a scodella e unì mia moglie e me in un abbraccio di quelli che ci stringevano da fidanzatini. Gambe per aria e nuca sul pavimento, riflettemmo per un attimo se approfittare della situazione estremamente favorevole. La sveglietta del mio orologio da polso ci ricondusse alla realtà. Cristo, che ritardo! Mi rialzai in fretta e mi catapultai per le scale. Lo scantinato è un deposito atipico. Vi è di tutto, dalle provviste alimentari agli abiti disusati, alle scarpe dismesse, ai ferri per le riparazioni domestiche, ai lettini divenuti troppo piccoli per i nostri due bellissimi pastori tedeschi, alle migliaia di diapositive scattate negli anni ’70 e ’80 delle nostre due figlie, ai testi universitari di Lettere e Scienze Biologiche, rispettivamente miei e di mia moglie, agli abiti carnascialeschi di Ciuppi e Toni, ai fumetti di Tex Willer, di cui conservo una vasta collezione. Il tutto in un grande disordine per le frequenti visite che operiamo quasi quotidianamente per ricercare oggetti da utilizzare per le riparazioni domestiche. L’angolo delle valige somiglia alla torre di Pisa, sempre in precario equilibrio, ma stranamente sempre in piedi. La valigia sostitutiva, come il solito, era l’ultima, quella sotto la pila. Non disarmai. Afferrai il manico e tirai con forza. La torre, con un sonoro tonfo si accorciò di qualche cm e resistette nonostante lo smottamento provocato dall’estrazione. Lo schianto svegliò gli acari che soggiornano dormicchiando e rosicchiando un po’ di tutto e starnutii violentemente. La pila questa volta crollò vomitandomi addosso vecchi zaini della mia vita militare, bauletti in fibra di epoca vittoriana, buticase vari e il trapano elettrico che ritenevo perduto. L’alluce valgo lo accolse con malagrazia ed esternò con la mia voce ciò che pensava dei suoi progenitori che poi erano anche i miei. Zoppicando riguadagnai l’uscita dello scantinato,spinsi la porta che non voleva chiudersi per l’ingombro che arrivava sin sulla soglia, chiusi a chiave la serratura che può essere aperta anche con un apriscatole e salii in fretta le sei rampe di scala che portano al mio appartamento. Mia moglie che mi attendeva vicino l’ascensore mi chiese come mai fossi salito a piedi. Le spiegai che dovevo rimettere in moto il mio arto inferiore sinistro fresco di un sinistro. Non capì ma non se ne fece un problema. Finalmente alle 07.55 eravamo in macchina, una bella Stilo del 2003, turbodiesel, 1900 non so che.
Divorammo la circonvallazione a 150 km orari e alle 08.05 ritirammo il biglietto autostradale.
Roma o morte!
Il cielo azzurro, l’aria dolce, il levantino profumato di mare erano indizi che ci aspettava una bella giornata, gioiosa, che dico, felice. A Roma, infatti, ci recavamo per assistere alla seduta di laurea di nostra figlia Toni. La distanza che separa la mia città dal capoluogo non era motivo di preoccupazione, nonostante avessimo accumulato un grave ritardo, per l’abilità che mi contraddistingue alla guida di autovetture potenti. Ben lo sapeva mio padre che mi chiamava Cazio Nuvolari per non confondermi con il grande Tazio.
Alle 09.30 eravamo a 36 km da Napoli. Il cielo, frattanto, si era fatto nuvoloso. Nuvole nere, cariche di pioggia incombevano sull’Appennino schiaffeggiato da un vento gelido foriero di bufera. No problem. Noi procedevamo sicuri discutendo del più e del meno accompagnati dal rombo del motore e… da un puzzo terribile di ferodo bruciato. Detti uno sguardo allo specchietto retrovisore e scorsi una cortina di fumo bianco. Inchiodai. La macchina sembrava in preda alle fiamme. Per fortuna avevo scelto la piazzola giusta per sostare: eravamo proprio su un punto SOS. Mia moglie, terrorizzata, mi pregò di uscire per accertarmi che non fossimo sul punto di divenire tizzoni ardenti. Sorrisi, mio malgrado, per darle coraggio. Goccioloni di pioggia, in attesa che il mio corpo fosse allo scoperto, cominciarono a rimbalzarmi allegramente sul capo. Imprecai sottovoce. Mia moglie è per l’ortodossia dottrinale. Aprii il portellone del cofano motore e tossii per il fumo e il puzzo. Pigiai il pulsante del SOS. Mi rispose una voce metallica in inglese, spagnolo e tededesco, in italiano no, sovrastata dal traffico dell’Avellino- Napoli. Non capii un cazzo ma ebbi fiducia che il mio appello fosse stato raccolto. Cominciò l’attesa. Azionai i lampeggiatori d’emergenza e scrutai l’orizzonte. Vetture della polizia, dei carabinieri e delle guardie carcerarie transitavano di continuo a forte andatura, ma nessuna di queste sembrava essere guidata da umani, perché non una ci si avvicinò per chiederci se avessimo bisogno d’aiuto com’era lapalissiano. Dopo mezz’ora mi riattaccai al pulsante del SOS.
In spagnolo una voce mi disse di non rompere le palle perché il soccorso era prossimo. La pioggia cadeva a catinelle. Il freddo si fece pungente per i nostri abiti dannunzianamente leggeri. L’oscurità piombò con una nuvolaglia color melanina che non lasciava presagire nulla di buono. Del soccorso nessuna traccia. Alle 10.45 ricontattai l’SOS. Ancora una volta in spagnolo o portoghese. Il soccorso non poteva venire perché anche lui aveva bisogno di soccorso. Cazzo! Mia moglie era sull’orlo di una crisi di panico. Che fare? La mia mente vulcanica cercò e trovò la soluzione. Ricordai di aver memorizzato nel mo cellulare il numero ACI e telefonai. Mi rispose, questa volta, un italiano in napoletano. Mezz’ora dopo eravamo scomodamente seduti nel carrattrezzi in compagnia di un avellinese che, bontà sua, ci reputava degni di dividere con lui la cabina di guida. Da buon campano l’autista s’interessò ai casi nostri e ci propose la sua autofficina per la riparazione della Stilo e una vettura sostitutiva per raggiungere Roma in tempo utile per assistere alla seduta di laurea che avrebbe impegnato nostra figlia Toni nel pomeriggio, alle 15.00. Accettammo. Per raggiungere il punto ACI dovemmo tornare indietro, sino a Atripalda, uno sperduto paesino dell’avellinese. Lì fummo accolti dal capofficina che ci prospettò, dopo un’oretta, una riparazione costosissima, circa 1300 €, se fossimo sfortunati, altrimenti una bazzecola, solo 650 €, se fossimo fortunati. Chiaramente infoltimmo la schiera degli sfigati. Se avessi avuto bisogno di un digestivo non sarebbe stato necessario fare una puntatina al bar o in farmacia: avevo un pozzo amaro in bocca. Trasferimmo i bagagli dalla Stilo alla nuova, si fa per dire, macchina, una Xara della Citroen, SW. Mi sedetti alla guida. Alle 13.00 eravamo nuovamente in cammino. La distanza che ci separava da Roma era aumentata, grazie alla visita atripaldese. Il tempo era diventato indecentemente brutto per la pioggia violenta e costante e il vento a non so quanti nodi. Non mi persi d’animo. Sono o non sono Cazio?- pensai.
All’imbocco dell’autostrada spinsi il pulsante elettrico per abbassare il vetro del finestrino di guida onde ritirare il biglietto: Macché, non funzionava! Mia moglie scese dall’auto e ritirò il tagliando del pedaggio tra lo strombazzare delle auto che seguivano. Ripartii sgommando. Spinsi a fondo l’accelleratore. La lancetta del tachimetro in pochi secondi segnò 170 km orari. Me ne fregai e guidai a tavoletta. Mia moglie, di solito pallida, alternò, per tutto il tragitto, il pallore al rossore, passando da ondate di caldo a sudore freddo. A volte metteva le sue mani sugli occhi non so se per paura o perché preferiva non vedere. Il tergicristallo andava come un forsennato sul parabrezza nel tentativo di scrollare lo tsunami che impediva la piena visibilità, ma io ero ormai come invasato e ironizzavo sui tratti controllati dal tutor che ammoniva di ridurre la velocità. Alle 15.00 in punto eravamo nella caput mundi, cioè sul suo raccordo anulare. Tra le imprecazioni dei piloti delle altre autovetture mi avventurai in sorpassi a destra e a sinistra impipandomene dei gesti onomatopeici che mi si rivolgeva costantemente. Finalmente, con gli occhi rivolti un po’ al cielo, un po’al manto stradale, lessi a caratteri cubitali Uscita San Giovanni. Il cuore mi si allargò in petto, più di quanto sia già largo, grande se volete, per la lunga attività sportiva consumata in gioventù. I battiti cardiaci da 60 piccarono a 120. La meta era vicina! Entrammo, così, nella Circonvallazione Tiburtina. La mappa stradale procuratami da mia figlia raccontava che poco dopo avrei trovato l’uscita Scalo San Lorenzo. Pregustavo i momenti di relax che mi aspettavano e spinsi sull’acceleratore. La Xara rispose come un cavallo imbizzarrito alla mia sollecitazione. Sorpassammo a velocità della luce di una lampada da 1000 Watt un mini autobus giallo con una inserzione pubblicitaria che diceva Trinity College. Nello specchietto retrovisore il giallo si confuse presto con l’antracite della carreggiata. Macinammo km zigzagando in una gimcana da Go-Kart senza che vedessimo il cartello liberatore. Pensai, a un certo punto, di aver sbagliato strada. Invece no! Ero quasi per invertire il senso di marcia (ma non sapevo come avrei potuto farlo), quando incrociai con lo sguardo un cartello che indicava l’uscita per lo Scalo San Lorenzo, il quartiere sede della Sapienza, dell’Università, intendo dire. Il sole fece capolino giusto in tempo per indicarmi il largo Settimio Passamonti e dopo una breve deviazione a destra il Viale dello Scalo omonimo dello stanco eroe manzoniano. Fermai l’autovettura in prossimità di un sovrappasso. Mia moglie ed io ci facemmo occhiolino. Era fatta. Almeno così sembrava. Marco, fidanzato di mia figlia, ci raggiunse dopo qualche minuto. Dopo un saluto forzatamente frettoloso ci indicò dove posteggiare la macchina e ci guidò, a piedi, a grandi falcate, verso l’abitazione in cui risiede con Toni. Mia moglie sembrò tornare la giovane studentessa che correva i 400 metri; io arrancavo. Entrati in un portone che neppure vidi, attraversato l’androne, una porta si spalancò dinanzi ai nostri occhi. La varcai come un automa, con i polpacci che mi dolevano e l’alluce valgo che cantava. Borbottando sacramentavo contro il meccanico della mia città che aveva revisionato la Stilo prima della partenza. Quel boia mi aveva assicurato che ci avrei potuto fare il giro del mondo. Giunse così il momento della vestizione. In piedi, con la gamba destra del mio pantalone che negava l’ingresso alla mia, tanto da farmi precipitare per terra, indossammo velocemente gli abiti pronti per la cerimonia e poi di nuovo di corsa per raggiungere l’Università. Il sole, che sembrava aver vinto il duello con le nuvole, si arrese. Una pioggia scrosciante ci accolse non appena varcammo l’uscio del portone. Marco riprese la sua sfida con il tempo; mia moglie quasi lo precedeva; io arrancavo più di prima. Alle 15.40, stanchi, bagnati, ma felici, abbracciammo nostra figlia che, poverina, come Cenerentola, era sulle spine per noi.

laurea e fiori











Mura e tetti di Roma





























martedì 30 settembre 2008

IL LABORATORIO MULTIMEDIALE

La prima volta che misi piede nel primo laboratorio d’informatica mi sembrò di entrare nel mondo delle meraviglie. Io ero, solo per rispettare la favola, Alice, e il coniglio bianco era il tecnico di laboratorio, Osvaldo La Gomma, che tutti per affetto chiamiamo Capitan Uncino, ma di solito solo Uncino per l’odio che nutre per il mondo ittico. I computer erano nuovi di zecca, i monitor erano altrettanti specchi a sfondo nero, le tastiere bacchette magiche che producevano il reale e l’irreale, il mouse il solito topaccio di fogna che percorreva le distanze speculari per inseguire, come pezzi di formaggio, lettere e immagini che correvano sui video. Ma non basta. Persino il pavimento della sala era tirato a lucido con quegli stupendi prodotti chimici che ragazze svestite pubblicizzano sulle nostre televisioni. Ero stupefatto. Pur avendo poche o nulle nozioni d’informatica, mi trasformai in mr. Hide e produssi con i miei alunni decine di CD con progetti sperimentali sull’interland barese. Poi la scuola s’ingrandì, s’ingigantì anzi; non eravamo più io e qualche altro docente di buona volontà a varcare la soglia di quel magico mondo, divenimmo duecento a contendercene il possesso, sia pure temporaneo. C’era un via vai davanti la porta blindata che mai i bagni delle sale cinematografiche quando si proiettava la Corazzata Potyonki hanno annoverato. Le fette maleodoranti infilate in scarpe ginniche 500 € al paio di migliaia di alunni cominciarono a calcare il magnifico pavimento di marmo insozzandolo con il terriccio esterno che ne divenne parte integrante, le tastiere furono pestate da centinaia di migliaia di mani sporche e unte d’olio di focaccine manipolate da Leonzio, il nostro gobbo di Notre Dame, i monitor divennero specchio per le alunne che dovevano rifarsi il trucco, mentre per gli arrapati cronici costituirono il mezzo virtuale per toccare le tette di qualche fanciulla la cui immagine compariva d’incanto a schermo intero; i mouse assunsero il compito di supposte per gli stitici doc. La polvere cominciò, così, ad accumularsi sui banchi, mentre le vetrate furono coperte da chewingum e sabbia, che il vento di Levante porta sino a noi, tanto da trasformare il tutto in una camera oscura.
Incurante dei parassiti, dei batteri e delle piattole, l’altro giorno, precettato Osvaldo, mi sono seduto alla poltrona di comando per sviscerare ciò che la mia diabolica mente aveva partorito circa l’orario del corpo docente. Uncino non era solo. Veleggiava, con lui, Rodolfo Lo Smilzo, il tecnico del secondo laboratorio. C’è da dire che quando i due parlottano tra loro diviene impossibile decifrare una sola parola. Usano un linguaggio primordiale, fatto di suoni gutturali, di strofinate di palle con relativo mugugno di soddisfazione, di masticatura di gomme americane fatte in Cina con licenza italiana, di gesti inconsulti di solito accompagnati da risolini con piega amara e sventolio di fazzoletti di cotone per detergere l’abbondante sudore provocato dal difficoltoso confronto verbale sui rispettivi regni.
M’imbattei in uno di questi momenti. Avrei preferito scaricare la tensione del lungo lavoro da solo, chiuso nella rabbia che si manifesta ogniqualvolta mi si presenta le cahier de lagnance dei miei colleghi, amareggiati dai frequenti buchi che costellano il loro orario. Ma Osvaldo e Rodolfo avevano voglia che io facessi da arbitro alla loro tenzone verbale. All’oscuro dell’oggetto del contendere, chiesi che almeno mi si dicesse di cosa stavano parlando. E fu un errore. Uno da un lato, l’altro dall’altro, mi assalirono con le loro emissioni vocali incomprensibili, mentre ambedue gocciolavano secrezioni sudoripare da tutti i pori visibili del loro corpo. Osvaldo va sui toni alti , Rodolfo è il più ermetico. Tra vari embhe ,e già, uuhmm , così, perché, quando , quindi, non sono fesso,che poi ho cinquant’anni, uniche espressioni che riuscii a comprendere, e gli e già (ne hanno molti in comune) , mo senti, dato che, se vuoi una gomma, i contribuuti ecc dell’altro, non capii una mazza. Mi sentivo come Paride tra due trans nei panni di Venere e Giunone,con la voglia di spiaccicare sul loro cranio la mela, per equa divisione, piuttosto che darla a uno dei due in segno di vittoria. Dopo circa dieci minuti di questo linguaggio cifrato più consono ai servizi segreti che a poveri dipendenti della P.I., mi arresi. Li stoppai e li pregai di tornare al linguaggio originario, anche al dialetto purché mi si parlasse in modo intellegibile. Si offesero. Mi aggredirono con altri grugniti e squilli di tromba non identificati, ma che stavano a indicare il disappunto per la mia rottura di palle. Li mandai a fanculo e cominciai a muovere le mie pedine sulla scacchiera del quadro orario.
Non si persero d’animo. Poco dopo tornarono alla carica, nonostante inviassi mentali e fervide preghiere per renderli temporaneamente muti.
Tra i vari intercalari, sottoponendo la mia corteccia cerebrale a uno sforzo immane, compresi. Il tutto verteva su alcuni compensi aggiuntivi, quali quelli relativi ai corsi POF,PON e POR. Chiedevano a me, che non me ne fotte, se fosse giusto che un altro aiutante tecnico godesse di privilegi a loro sempre negati, nonostante vantassero una maggiore anzianità di servizio nel Benpensante. Cercai di calmare la loro animosità, che si manifestava con un effluvio di parole smozzicate, sputacchi di saliva sul mio giubbino, pugni sulla scrivania in truciolato, calci alle poltroncine delle postazioni di computer, motivando le decisioni del preside non come frutto di partigianeria, ma come scelte tecniche, data la diversa attribuzione di mansioni. E lì sbagliai. Non appena pronunciai diversità di mansioni, mi assalirono, mi strattonarono per il giubbino, mi spinsero sulla sedia, mi schiaffarono quasi negli occhi i loro indici per affermare la loro supremazia in fatto di gestione dei mezzi informatici. Infine conclusero: il loro rivale era, a detta dei due, il favorito di Porfido Segaioli. Per stemperare l’atmosfera con fare sornione chiesi se fossero sicuri che Porfido fosse gay. Per loro ridere a crepapelle è mostrare appena le dentiere quotidianamente lucidate. E lo fecero. Il luccichio del sole sugli incisivi durò una decina di secondi, poi, calmatisi, mi chiesero, a gesti più che a parole, di essere portavoce del loro scontento, poiché, bontà loro, ero adatto ad assumere il ruolo di patrocinante dei diseredati, come essi ritenevano di essere. Confessai la mia impotenza. Mi assalirono ancora. Mi arresi. Zittirono. Poi, dopo un attimo di pausa, come due orologi sincronizzati, programmati sullo stesso orario di sveglia, riattaccarono. Si erano pentiti. Decifrai che mi pregavano affinché non facessi parola con alcuno, men che meno col preside, del loro sfogo. Finsi di nicchiare ma, prima che cambiassero idea, aderii alla loro richiesta. Mi lasciarono solo nella piccola cloaca e scaricai il mio nervosismo attribuendo prime e seste ore di disposizione ai miei ignari e incolpevoli colleghi. Frattanto il parlottio al di là della porta blindata continuava. Temperai nervosamente la matita. La punta s’incastrò tra la lama e la fessura che consente ai riccioli di legno di venir fuori. Tirai con forza e trac, castrai l’attrezzo della sua mina per intero. Sacramentavo quando Osvaldo rientrò nella stanza: ci aveva ripensato, Rodolfo no. Mi si avvicinarono, e ripresero a gesticolare e a grugnire. Mi ricordarono King Kong, il gigantesco gorilla che si voleva fare la dolce fanciulla bionda. Per fortuna sono bruno, o meglio grigio brunito, e non una dolce fanciulla.
Si affacciò nella stanza il prof Del Cozo, mio socio nella redazione dell’orario. Del Cozo, RSU a tutti gli effetti, deputato a difendere i diritti dei lavoratori, fu la mia ancora di salvezza.
Del Cozo è flemmatico, per meglio dire è un paraculo. Dice sì a tutti per non subire pressioni nè fisiche, nè psicologiche. Chiaramente il più delle volte viene meno a ciò che promette, ma si giustifica col sorriso sulle labbra e tutto gli è perdonato. Quando ciò accade, la maggior parte dei petenti si rassegna, perché non ha il coraggio di affrontare vis a vis il gota del Benpensante. Del Cozo, il piccolo Cesare, si assise in mezzo a lor e con aria da confessionale li ascoltò. Non capì un cazzo ma, comunque, si dichiarò a loro disposizione. Poi sedette accanto a me. Osvaldo e Rodolfo frattanto si erano ammansiti; borbottarono ancora vari e già, ho cinquant’anni, non mi prende nessuno per il culo e altre colorite accezioni e, seduti a due postazioni per studenti, si dettero alla lettura di City.
Un silenzio chiesastico scese nella sala computer. Del Cozo ed io ci guardammo sorpresi. Volgemmo lo sguardo alle nostre spalle e vedemmo i due indefessi lavoratori col capo poggiato su due tastiere, nelle tenere braccia di Morfeo, dormire come due angioletti.
Il timore di svegliarli ci fece desistere dal continuare il nostro lavoro. In punta di piedi raggiungemmo l’uscita e li lasciammo ai loro sogni beati. Il corridoio che permette l’accesso alla sala computer era bloccato. Decine di colleghi che avevano preso visione dell’ennesimo orario provvisorio ci attendevano al varco. Non appena ci scorsero ci circondarono. Avevano tra le mani proposte di orario personalizzato, ciascuno adducendo inderogabili problemi di famiglia. Duri più dei protagonisti del film Noi duri non ci facemmo intenerire né da chi dichiarava di dover lasciare il bambino di tre mesi fuori dalle cancellate dell’Asilo Nido, a Napoli, alle tre del mattino per essere puntuali a scuola, a Bari, in prima ora, né da coloro che vantavano padri, madri, nonni e zii da dover assistere in ottemperanza alla legge 104. Solo due furono i casi che prendemmo in considerazione, perché veramente degni di comprensione. Il primo ci fu esposto dalla collega d’Inglese, Carmen Cugina della Sorella, di antica famiglia nobile originaria di Zollino. La poverina rappresentava veramente un caso particolare. Con un marito in pensione e due figli militari di carriera imboscati in fureria, aveva un appartamento di 230 mq da sistemare ogni mattina con l’aiuto di una sola cameriera o collaboratrice domestica, come cacchio si usa dire oggi; l’altro era ben più grave. La prof Scoppola, docente di Matematica, madre di due figli fuori corso alla facoltà d’Ingegneria Nucleare, aveva grave necessità di non essere in servizio in sesta ora poiché doveva prelevare i suoi pargoli all’uscita delle lezioni universitarie. Mostrammo il nostro buon cuore, Del Cozo e io, dichiarando che avremmo esaminato i loro casi vista la gravità delle motivazioni addotte. Mentalmente li mandammo affanculo, praticamente glielo mettemmo nel boffice.
Le urla di protesta destarono Biancaneve e la Bella addormentata. La Gomma e Lo Smilzo si unirono al coro dei contestatori. Pensavano i due imbranati che Del Cozo e io stessimo indirizzando i nostri colleghi verso il laboratorio di Quinto il Pelato, il terzo aiutante tecnico, beniamino sine condicio del dirigente scolastico. Nonostante le nostre proteste d’innocenza, sfiduciarono Del Cozo e dichiararono che essi stessi avrebbero provveduto a far abolire lo scandaloso Ius primae noctis. Non c’entrava un cazzo, ma lo dissero.
Seguiti da un nugolo di docenti, Osvaldo e Rodolfo raggiunsero la presidenza. Porfido era impegnato con il team della Qualità. Anche lì, casino. Una ventina di docenti circondava la scrivania di Porfido, costretto a girare come una trottola sulla poltrona girevole per ascoltare il pensiero di ciascuno. La prof Antrocof, di origine ucraina, docente di francese, era in piedi e invocava l’intervento di Gorbaciov durante le sue lezioni, per avviare una mini Perestroika che insegnasse ai suoi alunni come si fa ad abbattere un muro; il docente di Fisica, Alex Dell’Angelo Della Bona Nova, convinto della bontà del progetto della collega chiedeva di rivolgersi a Maria Lippi, per poter inviare, attraverso la trasmissione C’è posta per te, una lettera d’invito all’ex premier russo. Il prof Caimano, docente d’italiano, scafato a tutte le pseudo novità, scetticamente asseriva che la Perestroika non c’entrava una minchia, ma che gli alunni avrebbero dovuto seguire la trasmissione televisiva, L’isola dei famosi, per essere avviati alla vita vera. La più assennata fra tutti era la prof di Educazione Fisica, Ciccia La Corta, che pensava che la qualità fosse solo del prosciutto di Parma con il suo marchio DOC. Porfido perse per un attimo il senso della realtà. Chiese, rivolgendosi verso l’unico pertugio libero, cosa bollisse in pentola; poi, consapevole della sua defaillance, si passò una mano sugli occhi e decise che Quinto avrebbe raggiunto la piccola assemblea. Rodolfo Lo Smilzo divenne color pomodoro e sbottò: - Ma cacchio, se siamo qui noi perché chiama Quinto? Allora è vero che è il suo preferito! Osvaldo incalzò: - Le particolarità devono finire, non è possibile che lei imponga lo ius primae noctis, cacchio!
Segaioli non sembrò per nulla scosso dalle loro parole, anzi sorrise bonario: il pelato era alle loro spalle.
- Quinto - sussurrò poi con voce arrochita - scaricami il progetto qualità del liceo classico.
- Allora lo fa apposta - sbottò Lo Smilzo e sbatté la porta.
Osvaldo lo seguì masticando nervosamente una gomma.
Non appena fuori i due si proclamarono in sciopero bianco fino a che Porfido non avesse restituito loro la propria dignità assegnandogli un nuovo corso da gestire senza che Quinto ricevesse alcuna contropartita. Incrociarono le braccia e attesero Del Cozo al varco.
Frattanto il pelato aveva scaricato il file del progetto del Liceo. Uncino e lo smilzo lo guardarono indignati. Il pelato ricambiò lo sguardo, rise compiaciuto e varcò la soglia della presidenza. Del Cozo e io eravamo sul punto di ritirarci nelle nostre stanze, quando il preside ci stoppò: Cosma e Damiano, dove andate? Non sapete che anche voi fate parte del progetto qualità?
Veramente non lo sapevamo, ma prendemmo posto su due seggiole vacanti poste alle spalle di Porfido.
- E’ per pararle il culo - sussurrò all’orecchio del preside Del Cozo, che intrattiene con lui un rapporto privilegiato.
- A proposito - chiese Segaioli - cos’è questo fatto dello ius primae noctis?
Mi sentii in dovere di rispondere.
- Lo ius primae noctis era il privilegio del principe di portarsi a letto la sposa del suddito nella prima notte di matrimonio.
Questo lo so - sbottò Porfido - ma che c’entra con Quinto? che me lo porto a letto io?
Le colleghe presenti sorrisero imbarazzate, Caimano e D’Angelo sghignazzarono.
- Chiariamoci - esclamò Segaioli - io ho moglie e figli!
Del Cozo sbadigliò - E chi lo mette in dubbio… quello non sapeva manco cosa diceva…
Quinto divenne più rosso di una mela Star e cercò di guadagnare l’uscita.
- No, no! – lo fermò Segaioli - e mo che fai te ne vai e io resto qui a dare spiegazioni. Parla anche tu!
- Preside, ma che debbo dire…
- Come, che devi dire? Tu devi parlare!
- Ma, preside, così mi mette a disagio.
- E perché a disagio? Ouh, non ti mettere niente in testa…
- Che mi devo mettere in testa?
- Beh, lasciamo perdere, perché se no qui …
- Eh no, adesso deve chiarire! Anche io ho moglie e figli e non è che mo ci debbo fare la parte del …
Del Cozo intervenne con la sua diplomazia del “sì, avete tutti ragione”: Per carità, qua ci stiamo perdendo in cose di poco conto. Lo sappiamo tutti che Osvaldo non voleva assolutamente alludere a ciò che pensate. Quel ragazzo parla spesso a sproposito, non sa cosa dice in italiano, figuriamoci in latino… il suo problema, come quello di Rodolfo, è di percepire più danaro, che collabori o no ai progetti.
Detto questo si sedette a gambe larghe sulla sponda della scrivania presidenziale e attese le reazioni del pubblico. Quinto e il preside mostrarono di gradire il suo intervento, anche perché chiudeva una questione che stava prendendo una strana piega. Tutti gli ascoltatori, a quel punto, si dichiararono d’accordo con le idee delcoziane e si riprese a discutere del progetto qualità. Segaioli, dopo un po’, dichiarò che era meglio interrompere la seduta perché si era fatta ora di pranzo e la prorogò al giorno successivo.
-Mia moglie mi ripudierà- disse sorridendo- domani è il suo compleanno e io, invece che a casa, starò a scuola.
Un coro di voci da soprano si alzò alto nel cielo.
-Preside - pregò Ciccia La corta autoelettasi portavoce dell’assemblea-spostiamo a dopodomani. Le altre applaudirono a mo’ d’incoraggiamento.
Porfido nicchiò per far sì che il coro divenisse veramente unanime, poi, quando si rese conto che l’androceo non reagiva, con aria sconsolata ripeté che era necessario rincontrarsi l’indomani per rispettare la scadenza del bando del progetto.
Il coro ancillare divenne più forte e accorato, ma non commosse alcuno di noi maschi già pronti a togliere le tende. Del resto eravamo ben coscienti che Porfido, piuttosto che rompersi le palle a casa, preferiva romperle a noi a scuola.
Non appena fuori della presidenza Del Cozo e io fummo abbordati da Osvaldo e Rodolfo. Osvaldo ci offrì immediatamente una gomma da masticare. Da quando ha smesso di fumare per risparmiare, spende una barca di euro in chewingum.
Masticando a bocca piena mi rivolsi a Uncino: ma come cazzo ti è venuto in mente di citare lo ius primae noctis? Lo hai fatto incazzare!
-Ma perché, non è giusto?
- Sì che è giusto, come detto latino, ma tu che cacchio volevi dire?
-Come, non è chiaro? Ius lavoro sino alla prima notte.
-Ma chi è sto cavolo di ius?
- Scusa, in latino io non si dice ius?
- Ma vaffanculo! Ius sta per diritto e lo ius primae noctis significa farsi la sposa prima dello sposo.
-Ma come, davvero? Non è che mi prendi per il culo?
-Senti, se vuoi fare una cosa buona va’ da Porfido e chiedigli scusa. Lui pensava che tu volessi dire che è gay
- Madonna, che ho fatto!
Del Cozo lo consolò dicendogli che tutto poteva essere riparato con le scuse e non insistendo più sulla primogenitura di Quinto. Rodolfo si associò alla richiesta prevedendo ritorsioni anche contro di lui che si era associato nella protesta al suo collega.
Bussarono alla porta di Segaioli. Come al solito Del Cozo e io origliammo. Sentimmo il tono sommesso dei due nel silenzio di Porfido, poi il silenzio dei due tra le urla di Segaioli che li minacciava di provvedimento disciplinare. Uscirono a testa bassa imprecando contro il loro avverso destino. La loro condizione è leggermente cambiata: percepiscono qualche euro in più, ma non hanno smesso d’invidiare il collega pelato che la fa da padrone su due laboratori con il consenso del preside.





Tratto da Cronache di scuola di natalino lattanzi