<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135</id><updated>2011-10-05T12:30:36.198+02:00</updated><category term='Les Grands Transparents'/><category term='fotografia'/><category term='Foto del Borgo Antico'/><category term='ouzo e io'/><category term='noi del benpensante'/><category term='RACCONTI E LEGGENDE'/><category term='miei libri'/><category term='copertine'/><category term='cronache di scuola'/><category term='poesie di natalino lattanzi'/><category term='racconti'/><category term='romanzi di natalino lattanzi'/><category term='racconti di natalino lattanzi'/><category term='f'/><category term='GUIDA'/><category term='foto di natalino lattanzi'/><category term='si vive di solo pane'/><category term='Commenti'/><title type='text'>Natalino Lattanzi</title><subtitle type='html'>blog di letteratura - soprattutto umoristica - e di fotografia</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>72</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-7851880439780535857</id><published>2011-04-25T12:07:00.000+02:00</published><updated>2011-04-25T12:08:50.220+02:00</updated><title type='text'>Il dio Del Sole</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Il dio Del Sole&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era una tranquilla domenica d’agosto.&lt;br /&gt;“I bimbi, sulla spiaggia, in frotta”(eccetto spiaggia, tutto il resto lo dice Giacomino Leopardi), facevano un casino d’inferno.&lt;br /&gt;Una pallonata mi colpì in pieno volto e caddi “come corpo morto cade”(questo, invece lo dice l’Alighieri),sulla sdraio che dopo una lotta senza quartiere ero riuscito a piazzare in prima fila.&lt;br /&gt;La nebbia che mi aveva avvolto m’impediva di scorgere il colpevole, per cui, senza volere essere blasfemo, bofonchiai con voce nasale:”Sinite parvulos venire ad me”, che glielo faccio quadrato.&lt;br /&gt;Mia moglie, che spaziava con lo sguardo sulla rena, m’invitò a riflettere e ad abbandonare le idee bellicose.&lt;br /&gt;Così, nel frastuono, sotterrai l’ascia di guerra non tanto per l’esortazione della mia metà, quanto per l’avvicinarsi di un tizio nerboruto, alto due metri, tatuato sin sulle unghie, che aveva ascoltato le mie parole e rispondeva, per stato di famiglia, a procreatore del piccolo delinquentello responsabile della incrinatura del mio setto nasale.&lt;br /&gt;Gli porsi umilmente le mie scuse, mentre nel mio Io lo mandai affanculo.&lt;br /&gt;Compiacente, si allontanò.&lt;br /&gt;Imprecai contro la natura matrigna (ah, Giacomino, quanto avevi ragione!) che non mi aveva fatto di due metri e dieci.&lt;br /&gt;Il cielo, che sino a quel momento era stato terso e sereno, prima si fece le…, pardon, a pecorelle, poi a tori ed, infine, a rullo compressore col motore a mille.&lt;br /&gt;Caddero le prime gocce di pioggia e tutti fuggimmo sotto le tettoie delle cabine.&lt;br /&gt;Approfittai della confusione per mettere lo sgambetto al furfantello, figlio del procreatore, che andò a sbattere il naso contro la porta dei servizi igienici.&lt;br /&gt;Il padre mise una taglia sulla mia testa.&lt;br /&gt;Il brontolio del tuono fece tanta aria da dissolvere le nubi e tornò il sereno(non mi ripeterò).&lt;br /&gt;Gli ombrelloni rivariopinteggiarono nel cielo azzurro e il mare riprese il suo colore innaturalmente rosa-ocra per le miglia di membra che agitarono le sue acque.&lt;br /&gt;Fu allora che la spiaggia ammutolì.&lt;br /&gt;Cacchio, se ammutolì.&lt;br /&gt;Anche le onde si trascinarono mute sulla sabbia e un gabbiano picchiò il suo cucciolo in testa per invitarlo a smettere di pigolare.&lt;br /&gt;I natanti e i galleggianti subirono il blocco immagine con sfarfalleggiamento del video e tacquero in assorta contemplazione.&lt;br /&gt;Ecce homo!&lt;br /&gt;L’astro riflesse misticamente la luce sulla pelata e dette luogo ad una aureola tinta dei colori dell’arcobaleno.&lt;br /&gt;L’ombrellone a mo’ di scettro, il passo fermo, sicuro, avanzò tra i bagnanti salutando con la sinistra.&lt;br /&gt;Petali di rose anticipavano il suo cammino.&lt;br /&gt;Una torma di uomini e donne lo seguiva a distanza, per deferenza.&lt;br /&gt;L’occhio da predatore, individuò il territorio e lo tenne per suo segnandolo come fa il cane dominante.&lt;br /&gt;Guardò fisso negli occhila sua donna che ebbe un sussulto.&lt;br /&gt;Non una parola, non un gesto per il comando: solo uno sguardo.&lt;br /&gt;La donna del capo prese il badile e lo lanciò al giovane proselita.&lt;br /&gt;La sabbia fu smossa con violenza e la voragine fu pronta ad accogliere il fusto dell’ombrello parasole.&lt;br /&gt;Il proselita s’inginocchiò, baciò i piedi del suo signore e porse l’asta.&lt;br /&gt;Lui con mano ferma conficcò il “telum” nella sabbia che spruzzò scagliette dorate.&lt;br /&gt;Le donne della spiaggia, quasi sospirando, lanciarono un ooohhhh che fece tener basso lo sguardo alle pudiche.&lt;br /&gt;Lui le guardò, ne scelse una e starnutì una, due volte.&lt;br /&gt;La tipica eruzione del…&lt;br /&gt;Il desiderio traspariva dall’occhio fiero e da altro che, pur evidente, non posso evidentemente dirvi.&lt;br /&gt;“Padrino- invocò il marito della prescelta con i cinque figli al lato- risparmiala, è vergine ancora!&lt;br /&gt;Il dio Del Sole (penso l’abbiate capito che proprio di lui si trattava) assentì bonario e gli portò via la suocera che era un tocco di figliola più della figliola.&lt;br /&gt;“Mamma,-pianse la “bambina”, arraggiando una canzonetta degli anni 30- tu prendi i balocchi soltanto per te!”.&lt;br /&gt;E di un balocco, in fondo, si trattava…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-7851880439780535857?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/7851880439780535857/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=7851880439780535857' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/7851880439780535857'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/7851880439780535857'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2011/04/il-dio-del-sole.html' title='Il dio Del Sole'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-2452579213714338081</id><published>2011-04-06T08:30:00.000+02:00</published><updated>2011-04-06T08:31:31.052+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Commenti'/><title type='text'>Commento a Noi del Benpensante</title><content type='html'>Roboante, avvincente, romantico, paraddosale, allegorico, realistico, picaresco, avventuroso, imperdibile, da leggere assolutamente.Il romanzo Noi del Benpensante di Natalino Lattanzi è tutto questo e anche di più. Ogni lettore troverà, in questo libro, esaudite le proprie aspettative. Non crediate che Natalino mi abbia pagato per queste poche righe entusiastiche.L'entusiasmo che ho provato nel leggere le aventure/disavventure del protagonista è del tutto genuino, così come potrete verificare voi stessi.Talvolta con poche pennellate, a volte soffermandosi più a lungo, ma sempre con efficacia, il lettore si troverà immerso in un mondo, quello della scuola, riconoscibile all'istante e al tempo stesso trasfigurato in un'altra realtà in cui il colore dominante è l'ironia e il linguaggio contribuisce, nella sua tessitura apparentemente scurrile, ad alleviare l'amarezza che si prova nel riconoscere come la realtà dei nostri tempi superi molto spesso la pur fervida fantasia di Natalino.E con quest'ultima, chilometrica, frase vi lascio alla lettura che vi auguro gradevole e ... se l'amico Natalino volesse a questo punto, annegando in un mare di lacrime di commozione, decidere di versarmi un obolo di gratitudine ... Angelo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-2452579213714338081?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/2452579213714338081/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=2452579213714338081' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/2452579213714338081'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/2452579213714338081'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2011/04/commento-noi-del-benpensante.html' title='Commento a Noi del Benpensante'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-4622026494869599980</id><published>2011-03-30T10:54:00.004+02:00</published><updated>2011-03-30T11:20:11.158+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='romanzi di natalino lattanzi'/><title type='text'>Cronache di scuola</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;IL LABORATORIO MULTIMEDIALE &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;La prima volta che misi piede nel laboratorio d’informatica mi sembrò di entrare nel mondo delle meraviglie. Io ero, solo per rispettare la favola, Alice, e il coniglio bianco era il tecnico di laboratorio, Osvaldo La Gomma, che tutti per affetto chiamiamo Capitan Uncino, ma di solito solo Uncino, per l’odio che nutre per il mondo ittico. I computer erano nuovi di zecca, i monitor erano altrettanti specchi a sfondo nero, le tastiere bacchette magiche che producevano il reale e l’irreale, il mouse il solito topaccio di fogna che percorreva le distanze speculari per inseguire, come pezzi di formaggio, lettere e immagini che correvano sui video. Ma non basta. Persino il pavimento della sala era tirato a lucido con quegli stupendi prodotti chimici che ragazze svestite pubblicizzano sulle nostre televisioni. Ero stupefatto. Pur avendo poche o nulle nozioni d’informatica, mi trasformai in mr. Hyde e produssi con i miei alunni decine di CD con progetti sperimentali sull’interland barese. Poi la scuola s’ingrandì, s’ingigantì anzi; non eravamo più io e qualche altro docente di buona volontà a varcare la soglia di quel magico mondo, divenimmo duecento a contendercene il possesso, sia pure temporaneo. C’era un via vai davanti la porta blindata che mai i bagni delle sale cinematografiche quando si proiettava la Corazzata Potyonki hanno annoverato. Le fette maleodoranti infilate in scarpe ginniche 500 € al paio di migliaia di alunni cominciarono a calcare il magnifico pavimento di marmo insozzandolo con il terriccio esterno che ne divenne parte integrante, le tastiere furono pestate da centinaia di migliaia di mani sporche e unte d’olio di focaccine manipolate da Leonzio, il nostro gobbo di Notre Dame, i monitor divennero specchio per le alunne che dovevano rifarsi il trucco, mentre per gli arrapati cronici costituirono il mezzo virtuale per toccare le tette di qualche fanciulla la cui immagine compariva d’incanto a schermo intero; i mouse assunsero il compito di supposte per gli stitici doc. La polvere cominciò, così, ad accumularsi sui banchi, mentre le vetrate furono coperte da chewingum e sabbia, che il vento di Levante porta sino a noi, tanto da trasformare il tutto in una camera oscura. Incurante dei parassiti, dei batteri e delle piattole, l’altro giorno, precettato Osvaldo, mi sono seduto alla poltrona di comando per sviscerare ciò che la mia diabolica mente aveva partorito circa l’orario del corpo docente. Uncino non era solo. Veleggiava, con lui, Rodolfo Lo Smilzo, il tecnico del secondo laboratorio. C’è da dire che quando i due parlottano tra loro diviene impossibile decifrare una sola parola. Usano un linguaggio primordiale, fatto di suoni gutturali, di strofinate di palle con relativo mugugno di soddisfazione, di masticatura di gomme americane fatte in Cina con licenza italiana, di gesti inconsulti di solito accompagnati da risolini con piega amara e sventolio di fazzoletti di cotone per detergere l’abbondante sudore provocato dal difficoltoso confronto verbale sui rispettivi regni. M’imbattei in uno di questi momenti. Avrei preferito scaricare la tensione del lungo lavoro da solo, chiuso nella rabbia che si manifesta ogniqualvolta mi si presenta le cahier de doléances dei miei colleghi, amareggiati dai frequenti buchi che costellano il loro orario. Ma Osvaldo e Rodolfo avevano voglia che io facessi da arbitro alla loro tenzone verbale. All’oscuro dell’oggetto del contendere, chiesi che almeno mi si dicesse di cosa stavano parlando. E fu un errore. Uno da un lato, l’altro dall’altro, mi assalirono con le loro emissioni vocali incomprensibili, mentre ambedue gocciolavano secrezioni sudoripare da tutti i pori visibili del loro corpo. Osvaldo va sui toni alti , Rodolfo è il più ermetico. Tra vari embhe ,e già, uuhmm , così, perché, quando , quindi, non sono fesso, che poi ho cinquant’anni, uniche espressioni che riuscii a comprendere, e gli e già (ne hanno molti in comune) , mo senti, dato che, se vuoi una gomma, i contribuuti e dell’altro, non capii una mazza. Mi sentivo come Paride tra due trans nei panni di Venere e Giunone,con la voglia di spiaccicare sul loro cranio la mela, per equa divisione, piuttosto che darla a uno dei due in segno di vittoria. Dopo circa dieci minuti di questo linguaggio cifrato più consono ai servizi segreti che a poveri dipendenti della P.I., mi arresi. Li stoppai e li pregai di tornare al linguaggio originario, anche al dialetto purché mi si parlasse in modo intellegibile. Si offesero. Mi aggredirono con altri grugniti e squilli di tromba non identificati, ma che stavano a indicare il disappunto per la mia rottura di palle. Li mandai affanculo e cominciai a muovere le mie pedine sulla scacchiera del quadro orario. Non si persero d’animo. Poco dopo tornarono alla carica, nonostante inviassi mentali e fervide preghiere per renderli temporaneamente muti. Al loro indistinto chiacchiericcio si unì, frattanto un fastidioso parlottio che s’infrangeva sulla porta blindata. Tra i vari intercalari, sottoponendo la mia corteccia cerebrale a uno sforzo immane, compresi. Il tutto verteva su alcuni compensi aggiuntivi, quali quelli relativi ai corsi POF,PON e POR. Chiedevano a me, che non me ne fotte, se fosse giusto che un altro aiutante tecnico godesse di privilegi a loro sempre negati, nonostante vantassero una maggiore anzianità di servizio nel Benpensante. Cercai di calmare la loro animosità, che si manifestava con un effluvio di parole smozzicate, sputacchi di saliva sul mio giubbino, pugni sulla scrivania in truciolato, calci alle poltroncine delle postazioni di computer, motivando le decisioni del preside non come frutto di partigianeria, ma scelte tecniche, data la diversa attribuzione di mansioni. E lì sbagliai. Non appena pronunciai diversità di mansioni, mi assalirono, mi strattonarono per il giubbino, mi spinsero sulla sedia, mi schiaffarono quasi negli occhi i loro indici per affermare la loro supremazia in fatto di gestione dei mezzi informatici. Infine conclusero: il loro rivale era, a detta dei due, il favorito di Porfido Valà. Per stemperare l’atmosfera con fare sornione chiesi se volessero sottintendere che Porfido fosse gay. Per loro ridere a crepapelle è mostrare appena le dentiere quotidianamente lucidate. E lo fecero. Il luccichio del sole sugli incisivi durò una decina di secondi, poi, calmatisi, mi chiesero, a gesti più che a parole, di essere portavoce del loro scontento. Bontà loro, ero adatto ad assumere il ruolo di patrocinante dei diseredati, come essi ritenevano di essere. Confessai la mia impotenza. Mi assalirono ancora. Mi arresi. Zittirono. Poi, dopo un attimo di pausa, come due orologi sincronizzati, programmati sullo stesso orario di sveglia, riattaccarono. Si erano pentiti. Decifrai che mi pregavano affinché non facessi parola con alcuno, men che meno col preside, del loro sfogo. Finsi di nicchiare ma, prima che cambiassero idea, aderii alla loro richiesta. Mi lasciarono solo nella piccola cloaca e scaricai il mio nervosismo attribuendo prime e seste ore di disposizione ai miei ignari e incolpevoli colleghi. Frattanto il parlottio al di là della porta blindata continuava. Temperai nervosamente la matita. La punta s’incastrò tra la lama e la fessura che consente ai riccioli di legno di venir fuori. Tirai con forza e trac, castrai l’attrezzo della sua mina per intero. Sacramentavo quando Osvaldo rientrò nella stanza: ci aveva ripensato, Rodolfo no. Mi si avvicinarono, e ripresero a gesticolare e a grugnire. Mi ricordarono King Kong, il gigantesco gorilla che si voleva fare la dolce fanciulla bionda. Per fortuna sono bruno, o meglio grigio brunito, e non una dolce fanciulla. Si affacciò nella stanza il prof Del Cozo, mio socio nella redazione dell’orario. Del Cozo, RSU a tutti gli effetti, deputato a difendere i diritti dei lavoratori, fu la mia ancora di salvezza. Del Cozo è flemmatico, per meglio dire è un paraculo. Dice sì a tutti per non subire pressioni fisiche, più che psicologiche. Chiaramente il più delle volte viene meno a ciò che promette, ma si giustifica col sorriso sulle labbra, scaricando la responsabilità su chi è più su o più giù di lui. Di fronte a questa assicurazione, la maggior parte dei petenti si rassegna, perché non ha il coraggio di affrontare vis a vis il gota del Benpensante. Del Cozo, il piccolo Budda, si assise in mezzo a lor e con aria da confessionale e li ascoltò. Non capì una mazza ma, comunque, si dichiarò a loro disposizione. Poi sedette accanto a me. Osvaldo e Rodolfo frattanto si erano ammansiti; borbottarono ancora vari e già, ho cinquant’anni, non mi prende nessuno per il culo e altre colorite accezioni e, seduti a due postazioni per studenti, si dettero alla lettura di City. Un silenzio chiesastico scese nella sala computer. Del Cozo ed io ci guardammo sorpresi. Volgemmo lo sguardo alle nostre spalle e vedemmo i due indefessi lavoratori col capo poggiato su due tastiere, nelle tenere braccia di Morfeo, dormire come due angioletti. Il timore di svegliarli ci fece desistere dal continuare il nostro lavoro. In punta di piedi raggiungemmo l’uscita e li lasciammo ai loro sogni beati. Il corridoio che permette l’accesso alla sala computer era bloccato. Decine di colleghi che avevano preso visione dell’ennesimo orario provvisorio ci attendevano al varco. Non appena ci scorsero ci circondarono. Avevano tra le mani proposte di orario personalizzato, ciascuno adducendo inderogabili problemi di famiglia. Duri più dei protagonisti del film Noi duri non ci facemmo intenerire né da chi dichiarava di dover lasciare il bambino di tre mesi fuori dalle cancellate dell’Asilo Nido, a Napoli, alle tre del mattino per essere puntuali a scuola, a Bari, in prima ora, né da coloro che vantavano padri, madri, nonni e zii da dover assistere in ottemperanza alla legge 104. Solo due furono i casi che prendemmo in considerazione, perché veramente degni di comprensione. Il primo ci fu esposto dalla collega d’Inglese, Carmen Cugina della Sorella, di antica famiglia nobile originaria di Zollino. La poverina rappresentava veramente un caso particolare. Con un marito in pensione e due figli militari di carriera imboscati in fureria, aveva un appartamento di 230 mq da sistemare ogni mattina con l’aiuto di una sola cameriera o collaboratrice domestica, come cacchio si usa dire oggi; l’altro era ben più grave. La prof Scoppola, docente di Matematica, madre di due figli fuori corso alla facoltà d’Ingegneria Nucleare, aveva grave necessità di non essere in servizio in sesta ora poiché doveva prelevare i suoi pargoli all’uscita delle lezioni universitarie. Mostrammo il nostro buon cuore, Del Cozo e io. Dichiarammo che avremmo esaminato i loro casi vista la gravità delle motivazioni addotte. Mentalmente li mandammo affanculo, praticamente glielo mettemmo nel boffice. Le urla di protesta destarono Biancaneve e la Bella addormentata. La Gomma e Lo Smilzo si unirono al coro dei contestatori. Pensavano i due imbranati che Del Cozo e io stessimo indirizzando i nostri colleghi verso il laboratorio di Quinto il Pelato, il terzo aiutante tecnico, beniamino forse gay del preside forse gay. Nonostante le nostre proteste d’innocenza, sfiduciarono Del Cozo e dichiararono che essi stessi avrebbero provveduto a far abolire lo scandaloso Ius primae noctis. Non c’entrava un cazzo, ma lo dissero. Seguiti da un nugolo di docenti, Osvaldo e Rodolfo raggiunsero la presidenza. Porfido era impegnato con il team della Qualità. Anche lì, casino. Una ventina di docenti circondava la scrivania del preside, costretto a girare come una trottola sulla poltrona girevole per ascoltare il pensiero di ciascuno. La prof Antrocof, di origine ucraina, docente di francese, era in piedi e invocava l’intervento di Gorbaciov durante le sue lezioni, per avviare una mini Perestroika che insegnasse ai suoi alunni come si fa ad abbattere un muro; il docente di Fisica, Alex Dell’Angelo Della Bona Nova, convinto della bontà del progetto della collega chiedeva di rivolgersi a Maria Lippi, per poter inviare, attraverso la trasmissione C’è posta per te, una lettera d’invito all’ex premier russo. Il prof Caimano, docente d’italiano, scafato a tutte le pseudo novità, scetticamente asseriva che la Perestroika non c’entrava una minchia, ma che gli alunni avrebbero dovuto seguire la trasmissione televisiva, L’isola dei famosi, per essere avviati alla vita vera. La più assennata fra tutti era la prof di Educazione Fisica, Ciccia La Corta, che pensava che la qualità fosse solo del prosciutto di Parma con il suo marchio DOC. Porfido perse per un attimo il senso della realtà. Chiese, rivolgendosi verso l’unico pertugio libero, cosa bollisse in pentola; poi, consapevole della sua defaillance, si passò una mano sugli occhi e decise che Quinto avrebbe raggiunto la piccola assemblea. Rodolfo Lo Smilzo divenne color pomodoro e sbottò: - Ma cacchio, se siamo qui noi perché chiama Quinto? Allora è vero che è il suo preferito! Osvaldo incalzò: - Le particolarità devono finire, non è possibile che lei imponga lo ius primae noctis, cacchio! Valà non sembrò per nulla scosso dalle loro parole, anzi sorrise bonario: il pelato era alle loro spalle. - Quinto - sussurrò poi con voce arrochita - scaricami il progetto qualità del liceo classico. - Allora lo fa apposta - sbottò Lo Smilzo e sbatté la porta. Osvaldo lo seguì masticando nervosamente una gomma. Non appena fuori i due si proclamarono in sciopero bianco fino a che Porfido non avesse restituito loro la propria dignità assegnandogli un nuovo corso da gestire senza che Quinto ricevesse alcuna contropartita. Incrociarono le braccia e attesero Del Cozo al varco. Frattanto il pelato aveva scaricato il file del progetto del Liceo. Uncino e lo Smilzo lo guardarono indignati. Il pelato ricambiò lo sguardo, rise compiaciuto e varcò la soglia della presidenza. Del Cozo e io eravamo sul punto di ritirarci nelle nostre stanze, quando il preside ci stoppò: Cosma e Damiano, dove andate? Non sapete che anche voi fate parte del progetto qualità? Veramente non lo sapevamo, ma prendemmo posto su due seggiole vacanti poste alle spalle di Porfido. - E’ per pararle il culo - sussurrò all’orecchio del preside Del Cozo, che intrattiene con lui un rapporto privilegiato. - A proposito - chiese Valà - cos’è questo fatto dello ius primae noctis? Mi sentii in dovere di rispondere. - Lo ius primae noctis era il privilegio del principe di portarsi a letto la sposa del suddito nella prima notte di matrimonio. Questo lo so - sbottò Porfido - ma che c’entra con Quinto? che me lo porto a letto io? Le colleghe presenti sorrisero imbarazzate, Caimano e D’Angelo sghignazzarono. - Chiariamoci - esclamò Valà - ho moglie e figli io! Del Cozo sbadigliò - E chi lo mette in dubbio… quello non sapeva manco cosa diceva… Quinto divenne più rosso di una mela Star e cercò di guadagnare l’uscita. - No, no! – lo fermò Valà - e mo che fai te ne vai e io resto qui a dare spiegazioni. Parla anche tu! - Preside, ma che debbo dire… - Come, che devi dire? Tu devi parlare! - Ma, preside, così mi mette a disagio. - E perché a disagio? Ouh, non ti mettere niente in testa… - Che mi devo mettere in testa? - Beh, lasciamo perdere, perché se no qui … - Eh no, adesso deve chiarire! Anche io ho moglie e figli e non è che mo ci debbo fare la parte del … Del Cozo intervenne con la sua diplomazia del “sì, avete tutti ragione”: Per carità, qua ci stiamo perdendo in cose di poco conto. Lo sappiamo tutti che Osvaldo non voleva assolutamente alludere a ciò che pensate. Quel ragazzo parla spesso a sproposito, non sa cosa dice in italiano, figuriamoci in latino… il suo problema, come quello di Rodolfo, è di percepire più danaro, che collabori o no ai progetti. Detto questo si sedette a gambe larghe sulla sponda della scrivania presidenziale e attese le reazioni del pubblico. Quinto e il preside mostrarono di gradire il suo intervento, anche perché chiudeva una questione che stava prendendo una strana piega. Tutti gli ascoltatori, a quel punto, si dichiararono d’accordo con le idee delcoziane e si riprese a discutere del progetto qualità. Valà, dopo un po’, dichiarò che era meglio interrompere la seduta perché si era fatta ora di pranzo e la prorogò al giorno successivo. -Mia moglie mi ripudierà- disse sorridendo- domani è il suo compleanno e io, invece che a casa, starò a scuola. Un coro di voci da soprano si alzò alto nel cielo. -Preside - pregò Ciccia La corta autoelettasi portavoce dell’assemblea-spostiamo a dopodomani. Le altre applaudirono a mo’ d’incoraggiamento. Porfido nicchiò per far sì che il coro divenisse veramente unanime, poi, quando si rese conto che l’androceo non reagiva, con aria sconsolata ripeté che era necessario rincontrarsi l’indomani per rispettare la scadenza del bando del progetto. Il coro ancillare divenne più forte e accorato, ma non commosse alcuno di noi maschi già pronti a togliere le tende. Del resto eravamo ben coscienti che Porfido, piuttosto che rompersi le palle a casa, preferiva romperle a noi a scuola. Non appena fuori della presidenza Del Cozo e io fummo abbordati da Osvaldo e Rodolfo. Osvaldo ci offrì immediatamente una gomma da masticare. Da quando ha smesso di fumare per risparmiare, spende una cifra in chewingum. Masticando a bocca piena mi rivolsi a Uncino: ma come cazzo ti è venuto in mente di citare lo ius primae noctis? Lo hai fatto incazzare! -Ma perché, non è giusto? - Sì che è giusto, come detto latino, ma tu che cacchio volevi dire? -Come, non è chiaro? Ius lavoro sino a poco prima che si faccia notte. -Ma chi è sto cavolo di ius? - Scusa, in latino io non si dice ius? - Ma vaffanculo! Ius sta per diritto e lo ius primae noctis significa farsi la sposa prima dello sposo. -Ma come, davvero? Non è che mi prendi per il culo? -Senti, se vuoi fare una cosa buona va’ da Porfido e chiedigli scusa. Lui pensava che tu volessi dire che è gay - Madonna, che ho fatto! Del Cozo lo consolò dicendogli che tutto poteva essere riparato con le scuse e non insistendo più sulla primogenitura di Quinto. Rodolfo si associò alla richiesta prevedendo ritorsioni anche contro di lui che si era associato nella protesta al suo collega. Bussarono alla porta di Valà. Come al solito Del Cozo e io origliammo. Sentimmo il tono sommesso dei due nel silenzio di Porfido, poi il silenzio dei due tra le urla di Valà che li minacciava di provvedimento disciplinare. Uscirono a testa bassa imprecando contro il loro avverso destino. La loro condizione, comunque, è leggermente cambiata: percepiscono qualche euro in più, ma non hanno smesso d’invidiare il collega pelato che la fa da padrone su due laboratori con il consenso del preside. &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Minchiuzzi è laureato &lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Minchiuzzi è laureato. Nessuno lo credeva. Noi pensavamo che per una di quelle strane leggi di un tempo, quelle per cui cuochi divenivano docenti, avvocati prof. di educazione fisica, ex bidelli presidi, beh, per una di quelle leggi anche lui avesse potuto fregiarsi del titolo di docente senza essersi spaccato il culo sui libri di testo griffati dai baroni universitari. L’altro giorno, trionfante, mentre eravamo al bar, mostrò il suo diploma targato 1972 perché si era scocciato delle frequenti illazioni sul suo conto. Tanto di 110 e lode in Scienze Apolitiche. Mai sentita prima quella facoltà; inoltre da noi insegna genetica. C’insospettimmo. Un mio amico lavora nella segreteria generale dell’Università, quella in cui si rilasciano i diplomi originali di laurea. Non frapposi indugio: telefonai. Oreste Pugnetta mi rispose con la sua parlata strascicata da texano… da molfettese cioè. Non appena mi riconobbe mi salutò con il solito -“ciao, Nanni, sempre seghe, vero?”. Anche lui stava sorbendo il caffè. Il caffè per Oreste è come la benedizione papale nel giorno di Pasqua. Ha una sacralità tutta sua, particolare. Oreste lo centellina alternando a ogni sorso una tirata alla pipa di radica che fuma da sempre. Lo mescola con il fumo che ingoia con ingordigia, cacciandolo nelle profondità degli alveoli polmonari senza tossire; con lo sguardo rivolto al cielo butta fuori ampie volute di fumo, quasi a mandare un messaggio al padreterno, come facevano i pellerossa quando sacramentavano tra loro contro i bianchi sterminatori di bisonti. Il barista, uno serio il suo, gli serve la bibita in una coppa da cremolata (un gelato tipico del Sud) in cui il mio amico intinge il cannello della pipa quando il caffè è agli sgoccioli per lasciar sedimentare sulle papille linguali il fumo aromatizzato al Segafredo, la sua marca preferita. Non so perché mi chiami Nanni, né perché, lui, col cognome che si ritrova, mi chieda ogni volta se faccia ancora pugnette. Ci conosciamo da ragazzini, quando la mia famiglia si trasferì nello stesso stabile in cui abitava la sua. Il primo incontro non fu dei più simpatici. Lui aveva la sua gang, di cui era il capo. Scorazzava per le scale del palazzetto in cui abitavamo, che portava ancora i segni di un possibile crollo, tanto era puntellato con travi grosse una trentina di centimetri, scivolando sui corrimano. Noi ci eravamo stabiliti provvisoriamente lì perché la nostra precedente abitazione era stata presa di mira dai bombardieri americani, i B29, che evidentemente lo avevano in grande antipatia. Un giorno, durante una delle solite scivolate, Oreste mi era precipitato addosso procurandomi un bozzo sulla fronte che non si ruppe solo perché il mio cranio è a prova di martellate; lui, invece, svenne. Questo fatto non gli andò a genio, perché aveva la fama di duro. I suoi compagni cominciarono, così, a non essere più convinti della sua leadership e a guardare a me con un certo interesse. Nacque, in questo modo, una rivalità che risolvemmo con una scazzottata, come avveniva nei film di John Wayne. Io, per la verità, ero contrario alla violenza perché i miei avevano fatto di me un timorato di Dio, mandandomi sin dall’asilo presso monache e preti, ma ci fui tirato per i capelli quando, di fronte a un mio ennesimo rifiuto, Guido, uno della banda, mi disse che ero una checca. Feci in modo che lo diventasse lui sferrandogli un calcio nelle palle e, poi, accettai la sfida. Ci picchiammo rompendoci labbra e naso. Alla comparsa del sangue,però, ci guardammo negli occhi e assalimmo gli altri componenti della gang che assistevano compiaciuti alla nostra macellazione. Li stendemmo tutti e divenimmo amici. -Nanni del cazzo! - ruggii. Il nome Nanni mi fa andare in bestia. Si chiamava così un giovane gay degli anni ’60. Biondo e sculettante, si aggirava in Piazza Umberto invitando noi ragazzi (non eravamo che monelli di una dozzina d’anni) a seguirlo nei vecchi portoni delle case diroccate dalla guerra. Lo seguivamo. Nanni scendeva le scale che portavano ai rifugi della II Guerra Mondiale e, giunto nel luogo che riteneva più opportuno, si calava i pantaloni. Solo allora, sghignazzando, lo deridevamo gridandogli dietro culattone, e scappavamo facendo le scale a quattro a quattro. Divenuti più grandi, eravamo noi a prendere l’iniziativa. Nanni, che ormai ci conosceva bene, ci percuoteva le orecchie con una serie di imprecazioni che avrebbe scandalizzato anche la più vecchia maitresse della città, apprese quando accompagnava il papà al porto, dove il pover’uomo faticava come un matto a scaricare balle pesanti quintali. Nanni, allora, era un bel ragazzetto di 17 anni, biondo, esile, dai lineamenti delicati, con due occhioni azzurri che ispiravano tenerezza. La scoperta del sesso dovette essere necessariamente traumatica se fu uno scaricatore del porto, Brutus (così detto per la terribile somiglianza con il rivale di Bracciodiferro) a violentarlo nella cambusa di una nave militare americana sotto gli occhi divertiti di quattro marines ubriachi. La storia che circola per la nostra città non si limita a queste poche, squallide notizie, ma, man mano, si è arricchita di varie altre sfumature. Si narra, infatti, che Nanni piangesse per molti giorni e che non avesse rivelato ad alcuno i motivi della sua disperazione. Solamente la madre, Elvira, riuscì a vincere la reticenza del figlio con la promessa di un giro sulla ruota panoramica del Luna park. Il padre no. Era morto qualche mese prima, la sera del 2 dicembre del 1943, nelle acque del lungomare di Bari, col ventre squarciato dal frammento di una bomba tedesca lanciata da un bombardiere Ju-88. Il suo corpo galleggiò in prossimità della riva per tutta la notte, prima che due volontari lo riportassero a terra ormai dissanguato e coperto dalle terribili vesciche dell’iprite, un gas letale di cui era imbottita la stiva della nave americana John Harvey. Quella notte persero la vita più di mille persone, di cui circa trecento civili baresi. Quel tragico episodio di guerra oggi è ricordato come la seconda Pearl Harbor, in cui le forze alleate di stanza a Bari persero 17 navi e 700 di soldati. Fu il più grave fatto di guerra chimica verificatosi nel secondo conflitto mondiale. Elvira, armata di coltello, si recò al porto. Brutus era lì, a ridere della sua prodezza, quando sentì la punta dell’arma pungergli il collo all’altezza della giugulare. La donna non cercava stupide parole di scusa: esigeva che Brutus riparasse in via definitiva al suo errore esaudendo la richiesta del figlio. Il manovale accettò pur di aver salva la vita. Fu così che Nanni si trasferì da Brutus con cui convisse per circa vent’anni. Beh, cazzo, ditemi se non era logico che non mi andasse di essere chiamato Nanni! Riprendendo un gioco che facevamo da bambini, gli risposi: Oreste, amico di Gargiulo, se lo prende sempre in … Rise: -Va bene, dimmi cosa vuoi. Gli raccontai in breve del titolo di laurea di Minchiuzzi, della facoltà e della valutazione. Rise ancora: Ma mi vuoi prendere per il culo? -No, è vero… c’è tanto di timbro e firma del rettore dell’Università. La pausa che seguì era il segno che Oreste stava mandando il fumo al cielo. -Hai detto Minchiuzzi … e il nome? -Nick. -Quando è nato? -Non lo so, ma posso informarmi… -Non fa nulla, ci penso io. Dammi un po’ di tempo. -Quanto tempo!? -Beh, il tempo di finire il caffè e tornare in ufficio. -Ho capito, ti telefono tra un paio d’ore. -Non dire stronzate, ti chiamo io tra un’ora circa. -D’accordo. -Ciao. -Ciao. Come immaginavo, mi telefonò dopo due ore. Il brusio che proveniva dalla cornetta con voci sovrapposte, risate soffocate e chiacchiericcio di tazzine che si baciavano con cucchiaini metallici mi impediva di distinguere chi fosse il mio interlocutore, poi, finalmente, la voce di Oreste divenne riconoscibile: - Hello, Nan … Nik? -Si, dimmi!- e schiacciai una zanzara che si era posata sul mio braccio scoperto, decisa a trasfondersi il mio sangue. - Allora, non è laureato in Scienze Apolitiche. Quel diploma di laurea è stato annullato quaranta anni fa per un errore macroscopico della stamperia. Il tuo Minchiuzzi è laureato dal 1971 in Scienze Chimiche con 90 su 110. Il diploma originale non è stato mai ritirato, giace ancora negli archivi dell’Università. Ha solo ritirato alcuni certificati di laurea agli inizi degli anni ’80. Non farne parola con altri, però…è segreto d’ufficio. Se si viene a sapere che ti ho informato mi fai passare dei guai per la privacy. -Sta’ tranquillo, sarò muto come uno che ha tutto un bigné in bocca. -D’accordo, ti basta? Mi grattai la testa: Sì, grazie. -Grazie un corno, mi devi un favore! Uno di questi giorni verrò da te a scroccarti un paio di quei gelati di caffè che fai con quella macchina meravigliosa. Anzi, penso che verrò a prendermi la macchina. - Stronzo, è il manico che conta! II suono gutturale che emette quando distorce le labbra e digrigna i denti mi indicò che aveva sorriso. Minchiuzzi è il re dei chiavici. Ancora una volta s’era preso gioco di noi. Pensai di ripagarlo della stessa moneta. A scuola chiarii solo che Egidio s’era divertito alle nostre spalle e che la sua laurea, quella vera, in Scienze Chimiche, così come mi aveva assicurato Oreste, consentiva, non si sa per quale arcano motivo, anche l’insegnamento in Genetica. Un mese dopo, quando Minchiuzzi s’era vantato anche con il guardiano del palazzetto dello Sport , gli operatori ecologici addetti alla raccolta del differenziato e con Rosina, la cagnetta meticcia, mascotte dell’Istituto, di averci gabbati tutti, d’accordo col dirigente amministrativo, escogitai la rappresaglia. Varcai, così, il 20 ottobre, la soglia del nostro istituto fingendo una grande preoccupazione. Egidio era già al bar, in compagnia della solita combriccola con cui consumiamo la colazione mattutina. -Un caffè maculato e un cornetto- dissi con aria affranta. Gianni Estroverso, mio alter ego, smorzò il sorriso che gli aleggia sulle labbra ogni volta che mi viene incontro. -Cosa t’è successo? Mi chiese preoccupato. - Un’ira di Dio, ecco cosa mi è successo! -Sarebbe? -Sarebbe che forse mi sbatteranno fuori della scuola senza pagarmi un cavolo, anzi rifondendo l’Amministrazione. -Comeee?- chiesero il preside e Minchiuzzi. - Si, pare che per i laureati del 1970 al ‘73 sia sorta un’inchiesta sulla validità del titolo di studio… altro che la stronzata della laurea in Scienze Apolitiche- dissi guardando in cagnesco il genetico. -Come sarebbe?- intervenne il preside restando con la tazzina del caffè a mezz’aria. - Sapete certamente dello scandalo che è sorto per l’ammissione alla facoltà di medicina… -E che centra?-m’interruppe Porfido. -Mi lasci finire, preside. Come dicevo, i test d’ammissione alla facoltà erano contraffatti per la collusione di alcuni docenti universitari con studenti e personale ausiliario. L’inchiesta, per un Gip arrivista e che non sa farsi i cavoli suoi, si è allargata a macchia d’olio. Le indagini hanno coinvolto tutte le facoltà, andando a ritroso nel tempo, sino agli anni ’60. E’ venuta così alla luce tutta una serie di illegalità compiute negli anni ’70 riguardo i titoli di laurea rilasciati in varie facoltà. Minchiuzzzi cominciò a agitarsi: Anche la mia? -Penso di sì, ma come per tante altre. L’indagine ha abbracciato, come ho detto, tutte le facoltà, limitatamente, però, ai primi anni ’70. -Dici anche i laureati del ’71? -Caavolo! Se l’arco di tempo è dal ’70 al ’73, cavolo se c’entra il ’71. E’ il mio anno di laurea! -Anche il mio! -Egidio, scusa, ma che mi frega! Io sto pensando al mio! -Dai che è una cazzata, ti vuoi vendicare dello scherzo del mese scorso… -Tu devi essere matto… vedi se ho voglia di scherzare su un argomento del genere! -E per… perché tutto que… questo?-balbettò il genetico. -Ma, che forse hai la coscienza sporca?- intervenne Gianni che aveva cominciato a capire. Il dirigente amministrativo entrò nel bar e si avvicinò al preside con un foglio protocollato fra le mani. Si appartò in un angolo con Valà e confabulò con lui sottovoce guardando di tanto in tanto il buon Minchiuzzi. Minchiuzzi era sulle spine. Perché mi guardate, cosa è scritto su quel documento?. Il preside assunse un’aria grave: Professor Minchiuzzi, venga con me in presidenza. -Ma cosa succede?-implorò Egidio. -Stia tranquillo, mi segua in presidenza- confermò Porfido con voce ferma. Minchiuzzi si appoggiò al bancone: E lui no?- piagnucolò indicando me. -Lui? No, perché dovrebbe? -Ma ci siamo laureati tutti due nel ’71-rantolò Minchiuzzi che era ormai al colmo della disperazione. -Ebbene? -Ma anche lui potrebbe aver brigato… Il preside lo interruppe: brigato per cosa? Minchiuzzi cosa mi nasconde?- si accigliò Porfido. -Veramente… una raccomandazione… -Stia zitto- lo interrupe ancora una volta Valà- le questioni private le discutiamo in separata sede! Minchiuzzi seguì Porfido a testa bassa in presidenza. Porfido chiuse la porta e ordinò all’ausiliare di servizio di non disturbarlo. Rimasti soli, Gianni sbottò in una risata e mi disse che mi aveva sgamato. Portammo via di peso l’ausiliario di guardia alla porta di Porfido e origliammo. Minchiuzzi balbettava, pregava, si difendeva, incolpava, imprecava. Ad un certo punto lo sentimmo invocare Allah. Venne fuori come un ossesso: brandiva il fermacarte di bronzo di Porfido. Intuii le sue intenzioni e mi detti alla fuga. Quel minchione di Porfido non gliela aveva fatta a portare a termine lo scherzo, nonostante il dirigente amministrativo gli avesse chiesto di tenere il prof di genetica sulla corda sino al giorno successivo. Egidio non mi parlò per una settimana, ma quando gli proposi, tenendomi a debita distanza, di riappacificarci davanti ad una buona cena nel miglior ristorante della città, si acquetò. Con Gianni e Porfido lo prelevai da casa sua la sera successiva e ci recammo al Sorso Preferito, gestito da un mio ex alunno. La cena fu a base di antipasto ai frutti di mare, linguine alle vongole, aragosta al vapore, frittura mista,vini di alta qualità, frutta di stagione, dolce, sorbetto, caffè e ammazzacaffè. Sazi, Porfido, Gianni ed io ci allontanammo per fumare una sigaretta. Egidio preferì attenderci nell’interno del locale dove un cantante di strada aveva appena intonato “O sole mio”. Sul momento ci venne di giocargli un altro tiro mancino. Ce ne andammo. Il giorno dopo, stranamente non incazzato, ci disse che aveva scucito 300€ più una lauta mancia ai camerieri. Minchiuzzi è fatto così… per questo è mio amico. &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;OPUNZIA QUERCIOLI &lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Opunzia Quercioli è da alcuni mesi la nuova bidella del primo piano. Quando l’organico del personale Ata l’annoverò tra i dipendenti del Benpensante, tutti, a cominciare dalla portinaia per finire alla guardia giurata preposta all’apertura e chiusura dell’Istituto, ci chiedemmo quando ricorresse santa Opunzia e che cacchio di nome fosse. Era la prima volta, infatti, che un tal sostantivo arricchiva il nostro vocabolario onomastico. Lo stesso dirigente amministrativo, responsabile del personale ausiliario, fu preso da forte curiosità di conoscere fisicamente la nuova collaboratrice. Un giorno, uno di quelli che seguirono tra la nomina e la presa di servizio, vinti dalla curiosità digitammo in Internet il nome misterioso: Opunzia. Voi sapete bene che questo potente network sa tutto e ciò che non sa lo inventa, lo conia, lo interpreta. Ebbene, manco quella volta ci deluse, anzi ci chiarì che l’opunzia è un fico d’india, un cactus. Ciò accrebbe la nostra curiosità. Gianni Estroverso, uomo con acuto spirito critico, elaborò la teoria secondo la quale una femmina dotata di tal nome dovesse necessariamente avere una personalità complessa e mutevole… pungente, oserei dire. L’azzeccò. Eravamo, ai primi di ottobre, tutti al Bar a sorbire un espressino freddo. Per carità, non il tradizionale, ma quello che ci propina Leonzio, il gobbo di Notre Dame, con il caffè avanzato il giorno prima, allungato con del latte fresco prossimo a divenire ricotta. Con destrezza, dandoci l’idea di aver compiuto un’opera d’arte, ce lo serve, sono anni ormai, freddo per la lentezza con cui entra in pressione la macchina espressa. Tra i vari conati di vomito, dolori di pancia e urgenze corporali, vedemmo avanzare nell’atrio dell’Istituto un volto nuovo, un collo nuovo e via di seguito sino ai piedi. Insomma un tutto nuovo. La lunga chioma rossa spiccava sulle mille efelidi che coprivano il volto della donna che aveva varcato la soglia della nostra fabbrica di disoccupati. Il sorriso d’occasione mostrava una dentatura accavallata, bisognosa urgentemente almeno di un byte, se non di una protesi fissa. Gli occhi erano di un colore tra il verde bandiera e il magenta, a seconda dell’esposizione alla luce solare. Il seno prominente, poggiato su un busto di ridotte dimensioni, la faceva da padrone sul pur ampio bacino vacillante su due gambe leggermente arcuate ed esili. -Opunzia!- dicemmo all’unisono Gianni e io. Porfido, che stava lottando con la tazza dell’espressino e la sua trachea che non aveva alcuna voglia di farsi bagnare da quell’intruglio, ingollò tutto d’un fiato il liquido repellente per adocchiare il nuovo arrivo. L’accesso di tosse che seguì fu indice che la bevanda gli aveva intasato le vie respiratorie. Al preside, infatti, si gonfiarono le vene del collo e gli occhi strabuzzarono. Mentre il volto assumeva il colore della bandiera cinese, la bocca sputò il liquido marroncino sulla sahariana di Minchiuzzi, che imprecò contro tutti gli dei delle varie religioni occidentali e orientali, e sul banco di mescita che fu immediatamente ripulito dal buon Leonzio con una strisciata di mano. Opunzia la rossa e Porfido si guardarono. Tra un colpo di tosse e l’altro, il preside fece cenno alla neoassunta di avvicinarsi. Opunzia gli andò incontro. Con voce arrochita Valà le chiese se fosse proprio lei la Quercioli che attendevamo. Opunzia scrollò sensualmente la capigliatura con un’audace rotazione del capo e rispose di sì. Porfido aprì le braccia sconsolato e Opunzia gli si abbarbicò al collo; non contenta, stampò due bacioni sulle gote del nostro preside che rimase senza parole. L’equivoco non è stato mai chiarito. Opunzia è certa, infatti, che il nostro dux nutra per lei un sentimento molto più hard della simpatia. Come dicevo, sicura della benevolenza del capo, Opunzia spalancò la porta della segreteria e… rimase esterrefatta. La nostra segreteria, per chi non la conosce, è una bolgia infernale. In uno spazio di quaranta metri quadri raccoglie una ventina di addetti con le rispettive scrivanie, computer e stampanti. Il ticchettio sulle tastiere è continuo e uniforme. L’odore del duro lavoro si diffonde ovunque, sin sulle vetrate appannate dalla condensa creata dai condizionatori mal funzionanti. Le stampanti, una trentina circa, vomitano in continuazione fogli impressi col nero inchiostro dei toner che vanno autonomamente a depositarsi in appositi contenitori poco più larghi del formato A4 e profondi circa trenta cm. Non appena un contenitore si riempie viene immediatamente sigillato, portato in archivio e sostituito da uno nuovo che occupa il posto del precedente. Non uno di noi, sino a qualche tempo fa, sapeva cosa cacchio fosse scritto su quella montagna di fogli che Porfido, nuova Penelope, di notte, distrugge. Le illazioni erano varie: chi pensava che si trattasse di relazioni sull’operato di ciascuno dei duecento docenti; chi, invece, fantasticava, ottimisticamente, su progetti POR, PON e Pon pon, finanziati dalla Provincia a beneficio dei magri stipendi di tutto il comparto scuola, in attesa di approvazione ministeriale; altri, al contrario,pensavano al riciclaggio di “fogli sporchi” organizzato dalla mafia per alimentare le discariche abusive. Insomma, per farla breve, non appena ci fu possibile introducemmo una talpa in segreteria. Onofrio, il bidello più anziano, prossimo alla pensione, per difficoltà deambulatorie venne distaccato nella stanza dei bottoni. Lo coinvolgemmo con la promessa di cinque euro al giorno esentasse a patto che ci procurasse uno dei contenitori sigillati. Onofrio non è fesso: sapeva benissimo che non appena a conoscenza dei segreti segreteriali non avremmo più scucito manco un cent, per cui fece durare la sua indagine sino al giorno prima della sua dismissione. L’ultimo giorno, infatti, ci consegnò nel massimo segreto l’involucro che attendevamo con ansia. Quando, a casa mia, di notte, con le finestre oscurate, togliemmo i sigilli allo scatolone, tutti prorompemmo in un ooohh di sorpresa. I fogli erano stampati in alfabeti vari, dal nostro al cirillico, all’arabo, all’etrusco e al maya, come ci confermò Stanislao, esperto in epigrafia classica, che da noi svolge il compito di tecnico di laboratorio. Sulla base delle sue conoscenze, ci comunicò che si trattava di carta straccia, perché ciò che vi era scritto non aveva alcun significato in alcun linguaggio tradizionale. Noi, sospettosi, pensammo invece si trattasse di un codice segreto concordato con la CIA o con l’FBI e ingaggiammo un haker professionista per la risoluzione dell’enigma. L’haker dopo una settimana di lavoro ci mandò affanculo avvertendoci che eravamo stati presi per il culo in quanto manco i codici dei missili intercontinentali riportavano tante stronzate quante ce n’erano in quei fogli che gli avevamo consegnato. Insomma, a farla breve: scucimmo un mare di soldi per renderci conto che quello non era altro che un lavoro di facciata, teso a gabbare il nuovo ministro della Funzione Pubblica, la famigerata Nanà Moretta, la fustigatrice dei costumi degli operatori del Pubblico Impiego. Per tornare alla nostra storia, dicevo dello stupore di Opunzia, subito contenuto dall’affabilità con cui l’accolse il dirigente amministrativo. Si spiegarono, così, alla nuova addetta, quali sarebbero stati i suoi compiti: badare a che, durante l’assenza dei docenti, gli alunni non si scannassero, non andassero in cento nei cessi, non si spinellassero e non si violentassero scambievolmente, ecc. Opunzia faceva di sì col capo a ciascuna delle indicazioni che le venivano date, tanto da accusare un lieve giramento nello stesso istante in cui Porfido si affacciava in segreteria. Il preside le fu da involontario appiglio. Ciò scatenò la furia dei sensi nella povera bidella che avvampò tingendosi ancor più di rosso di quanto l’avesse dotata madre natura. Porfido, ad evitare ulteriori effusioni, la consegnò alle attenzioni di Maipago, il nostro eterno vicepreside. L’impatto con le classi non fu dei migliori. Opunzia, infatti, aveva immaginato che il suo compito sarebbe stato solo di sedere nei corridoi con un libro da leggere o con dei gomitoli di lana da sferruzzare per confezionare la biancheria intima di suo marito. Quando, invece, si trovò a fronteggiare masse di ragazzi urlanti, felici di essere stati abbandonati dai docenti impegnati nella doverosa colazione al bar e nella fumatina d’intervallo fra le dure fatiche dell’insegnamento, beh, allora crollò. Le sue grida dapprima d’aiuto, poi di rimprovero ai signori docenti che si allontanavano dalle classi adducendo motivi banali o, addirittura, fregandosene di interrompere il servizio pubblico, le sue grida, dicevo, divennero urla disperate quando, in una simulazione di evacuazione, gli alunni la scipparono di un lavoro a maglia che stava confezionando nascostamente per Valà. Girava per i corridoi dell’Istituto un ispettore della P.I., la nostra guida spirituale diremmo. Infatti è il più grande scassa coglioni demandato a eccitare il nostro spirito ribelle; si presenta un giorno sì e l’altro pure, con la scusa di chiarire alcune circolari ministeriali, a pietire presso il preside un corso di aggiornamento da tenere a noi docenti. Porfido di solito lo ascolta con i gomiti poggiati sull’ampia scrivania e le mani tra i capelli. Sa bene che fine fanno i corsi tenuti dall’ispettore. Si tratta, quasi sempre, di vecchi giochi di società (di gran moda presso i ragazzini meno dotati della prima media), abilitati, secondo l’esimio, a favorire la socializzazione e a scoprire la personalità e il Q. I. di ciascun docente. Secondo la nostra guida, su u un taccuino spesato dallo Stato si dovrebbero riportare nomi di fiori, di città, di animali comincianti tutti con un’unica consonante o vocale. L’ultima volta che siamo stati sottoposti a questo supplizio il punteggio finale, come al solito, non ha reso giustizia: i proff con i neuroni più disastrati sono risultati primi. Il corso, comunque, nella maggior parte dei casi non giunge al termine perché ad un certo momento molti di noi lo disertano dichiarandosi vittime di un’epidemia malarica. La disperazione dell’ispettore per l’interruzione del suo prodigioso parto intellettuale dura comunque molto poco, perché viene subito temperata dall’assegno relativo al suo impegno. Come dicevo, girava per i corridoi dell’istituto, la nostra guida, in cerca di Porfido che, per non essere costretto a subire la sua presenza, si era nascosto nel bagno personale. L’ispettore, alle grida d’aiuto di Opunzia, saltò come un verricello improvvisamente libero dal carico e, di corsa, raggiunse la bidella. La Quercioli smaniava: Le mutande, mi hanno rubato le mutande! ridatemele, brutti figli di pu… L’ispettore non si scompose; raggiunse Opunzia e con fare indagatorio le chiese se ricordasse la scolaresca che aveva operato l’ignominioso scippo. -Ero lì, seduta alla mia sedia, quando sono stata travolta dalla 5C. Sono caduta per terra e me le sono sentite proprio strappare dalle mani. L’ispettore, che per essere una guida si chiama Virgilio, avvertì un certo imbarazzo, poi chiese: Ma lei, signora, le mutande le aveva in mano? -Certo- rispose Opunzia- e dove voleva che le tenessi? -Bah, di solito… -Ma che di solito… in mano le avevo! Sa- aggiunse tra l’arrabbiato e il confidenziale- il preside vorrebbe… In effetti, qualche giorno prima il preside, circolando tra le classi, aveva notato che Opunzia sferruzzava. Incuriosito, le aveva chiesto cosa stesse confezionando. -Biancheria invernale per mio marito- aveva risposto timorosa la bidella. Porfido, che si vanta per sua affabilità, rispose, a mo’ di cortesia, che sarebbe piaciuto anche a lui avere dei capi personalizzati. Opunzia aveva fatto tesoro dell’informazione. -Non aggiunga altro- la interruppe burbero l’ispettore- i fatti personali non m’interessano! Mi meraviglio del preside, piuttosto! - Perché- s’intimidì Opunzia- non potevo dare al signor preside le mie mutande? - Mi faccia il piacere- disse l’ispettore con piglio severo- non sia scurrile e stia al suo posto! Opunzia era lì lì per piangere. - Ma che ho fatto di male? le mie mutande sono fatte con lana pregiata… le do persino a mio genero, a mio nipote e nessuno si lamenta. Le vuole anche lei?- propose nel tentativo di farselo amico. -Mai! E stia lontana da me! Penso che i ragazzi abbiano fatto bene a togliergliele! Detto questo, l’ispettore le volse le spalle e andò via. L’episodio del furto delle mutande, di per se stesso faceto, chiarì al dirigente amministrativo che la Quercioli non era adatta a sorvegliare le classi, per cui decise di affidarle la cura delle piante. Dovete sapere che il nostro istituto potrebbe essere una serra: il sole vi penetra da tutte le parti, anche nelle mura, come i topi della ben nota biblioteca. Il guaio è che le vetrate, invece che filtrare i raggi solari, li riflettono e li riscaldano ancor più, rendendo le piante disseminate nel giardino fusti senza vita, bruciacchiati e cadenti. La scelta di Opunzia si rivelò una mossa geniale. Opunzia non ha solo il pollice verde, ma anche tutte due le mani e le braccia e chissà cos’altro. Nel giro di poco tempo le nostre piante rinacquero, si organizzarono in piccole società, socializzarono fra razze diverse, rubarono territorio agli alberi da frutta, si svilupparono come una mini foresta che si popolò di animali. Ciò avvenne quando un circo, famoso per il suo bestiario, transitò per la nostra città, passando nei pressi del Benpensante. Le prime a rendersi conto di aver ritrovato la loro Africa furono le scimmie: sgaiattolarono dalle gabbie per rifugiarsi sugli alti fusti di Ficus beniaminus che un ex alunno vivaista aveva donato alla nostra sede quando erano teneri arboscelli alti pochi cm. La ricchezza di fronde rendeva così fitta la nostra foresta che noi, pur avvertendo la presenza delle bestie, non eravamo mai riusciti a vederne una. La crisi scoppiò il mese successivo, quando un altro circo denunciò la scomparsa di un piccolo elefante. Le ricerche coinvolsero tutto il territorio cittadino. Anche il nostro istituto fu oggetto di indagine. I forestali, armati di machete, dovettero distruggere buona parte della nostra foresta per recuperare il pachiderma nascosto in un angolo del giardino su cui si affaccia l’auditorium. Purtroppo ciò segnò la fine della savana e l’inizio del deserto. Le piante furono smantellate, abbattute e bruciate. Le dune ora hanno preso il posto della foresta e Opunzia ne è divenuta la signora. È lei il nostro fiore del deserto. &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Chi ha ucciso Fico Beniamino? &lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Il primo ad accorgersene fu Mimmo, il factotum, uomo zelante, volenteroso, sempre pronto ad accorrere in aiuto. Mi dissero che era rimasto sconvolto. Mi dissero che aveva pianto e asciugato le lacrime con una foglia presa da terra, da quella stessa terra che poi chiama a sé tutti gli esseri viventi. Mi dissero che aveva allertato con solerzia le alte sfere, i dirigenti, che accorsero trafelati al capezzale di Fico Beniamino. Mi dissero, anche, che la commozione si tagliava a fette e che i lamenti erano così alti a invocare vendetta, tremenda vendetta. Perché è morto Fico Beniamino? E’ stato il fato, il destino o, come tutti pensiamo, vi è una regia nera che agisce nascosta e che ne ha deciso la fine? Chi ha ucciso Fico Beniamino? E’ un dilemma ancor oggi irrisolto, ma le indagini proseguono e pare stiano per svelare il malfattore. Gli assassini sappiano, i nodi verranno al pettine e presto cadranno nelle mani della giustizia L’altro giorno s’è tenuto consulto. Due necrofori hanno confabulato tra loro, si sono seduti a tavolino e hanno deciso per un’autopsia assistita. Le indagini saranno capillari, partiranno dalle radici. Ciò che sfugge all’uno non sfuggirà all’altro. Fico Beniamino, è certo, è stato assassinato. Probabilmente con del veleno. Da chi? Questo spetterà al tenente Colombo di turno scoprirlo. Ora tutti siamo contriti; ciascuno pensa di avere qualche responsabilità nella sua fine. E’ vero, avremmo potuto salvarlo, avremmo potuto curarlo, coccolarlo, parlargli, magari fargli ascoltare della buona musica per tirargli su il morale. Era da un po’ di tempo che lo vedevamo intristire, assumere quel colorito giallastro che indica inequivocabilmente uno stato di salute malferma. Ma chi poteva pensare che sarebbe andato incontro a una così tragica fine!... Ricordo quando giunse da noi. Lo guardammo tutti con ammirazione. Alto, snello, verde per i giovani anni. I suoi tutori ci dissero: trattatelo bene, è giovane, deve crescere ancora! Una collega di bell’aspetto lo guardò ammirata e la sentimmo esclamare: Va là, guarda che fusto! Quando si accorse che il suo commento non ci era sfuggito, arrossì, ma ripeté: perché volete dire che non è un bel fusto? Il nostro silenzio significò più di mille parole. Fu così che lo accettammo, che divenne importante. Gli stessi dirigenti, incontrandolo, gli sorridevano compiaciuti. Col tempo, però, subentrò l’abitudine. Come dicevo, le indagini proseguono e non si fermeranno finché il responsabile o i responsabili non cadranno nelle mani della giustizia. Ma noi come faremo, come sopravvivremo senza Fico Beniamino? Si avverte nell’aria la sua mancanza, l’ondeggiare della sua folta capigliatura, il suo fruscio gioioso allorquando incrociava qualcuno di noi. Non che fosse benvisto da tutti; molti, infatti, lo strattonavano, approfittavano della sua inerzia per beffeggiarlo, tirarlo, a volte, addirittura sino a farlo cadere per terra, sicuri che mai avrebbe reagito. Sono sempre i migliori che se ne vanno! Oggi, poi, sono arrivate le forze dell’ordine per ascoltare, spiare i nostri volti, riconoscere lo sguardo perverso, gli occhi malandrini, loro che sono avvezzi a individuare, così, a naso, i colpevoli dei più gravi misfatti. Scusatemi, sento Opunzia, gridare, ora la vedo correre strappandosi i capelli per i corridoi inondati di luce. Un carabiniere la raggiunge, Opunzia si lascia cadere scomposta per terra, il carabiniere la solleva per le spalle,la tiene ferma. Opunzia si dispera e grida: non sono stata io, cercate Lorenzo… è lui il colpevole! Lorenzo è in sala informatica, al computer osserva l’andamento delle sue azioni in borsa, quando il maresciallo gli mette le manette e gli ricorda, come nei film americani, i suoi diritti. Lorenzo non reagisce e confessa: dovevo farlo, non ne potevo più, le sue foglie cadevano non appena finivo di ramazzare… Era un lavoro senza fine! &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;La circolare ministeriale &lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Eppure la circolare specificava nell’oggetto: Organizzazione dell’orientamento Cazzo, pensai, proprio me doveva chiamare il preside, io o me che non mi oriento manco con la bussola! Piegai il foglio in quattro e lo misi in saccoccia. Lo avrei letto a casa, con calma. Non ho familiarità genetica con gli elefanti e quando cambiai giubbotto dimenticai il vademecum. Saverio mi telefonò alle 16 e 35 Minchia fai ancora a casa? Qui c’è la riunione, corri! Quale Saverio- mi dissi chiudendo il cellulare- Del Ciole o Del Cozo l’Africano? Optai per l’ultimo, tanto è sempre la stessa persona. Comunque fu la minchia a farmi decidere. Cavolo, vengo subito, ma non mi sono organizzato! Ma dai, non ci pensare, vieni che stiamo per cominciare! E che mi frega- pensai- cominciassero pure ma io senza organizzazione col cavolo che mi presento! Mi battei una mano sulla fronte: l’ipercoop! Proprio quella mattina avevo trovato nella buca della posta, dove avevo scritto che non accettavo pubblicità, la pubblicità di un Tom Tom a sottocosto. Cazzo, li avrei fregati tutti! Arrivai che non c’era un cazzo di posto. Mi guardai attorno: niente vampiri. Parcheggiai sulle strisce. Manco il tempo di chiudere la macchina che un fischio mi trapanò i timpani. Ecco gli stronzi, erano coperti dagli alberi! Mi vennero incontro con il taccuino delle multe ridotto agli ultimi fogli. Portarono la mano alla visiera e mi chiesero i documenti. Lessero il mio nome e quello scritto sulle strisce pedonali e dettero di gomito. Cacchio, avevo coperto con la ruota anteriore sinistra proprio la N. Si leggeva per terra “atale sei grande”, con tanto di punto esclamativo. Loro, gli sbirri, invece, giuravano che c’era scritto anale. Mostrai la patente e la tessera sanitaria col codice fiscale: cercavano Lattanzi Anale e non lo trovarono. Sui documenti c’è scritto Natale, ma loro mi chiesero se natale e anale fosse uguale. Io dissi di no. E che cazzo, non si capisce che una cosa è il Natale e ben altro è l’anale? Chiarirono che l’avevano chiesto agli altri dell’Istituto ma che tutti avevano detto che il Natale non era ancora arrivato. Cavolo, siamo a novembre, bella scoperta! Capii che mi cercavano non per il parcheggio, ma per la scritta che, per loro, solo un imbranato come me poteva aver vergato proprio sulle strisce. Io feci l’offeso e chiarii che non avevo bombolette spray e che se proprio avevo bisogno di gas me lo produceva a gratis la mia colite spastica. Poi dissi che ero un docente, ma loro mi risposero che l’avevano capito dal mio ventre gonfio come quello dei bambini del Biafra. Mi asciarono andare e mi dettero 1 Euro ciascuno. Che culo, ragazzi! Del Cozo l’africano e Cazk il polacco avevano occupato con borse e piumini un posto per me. Quando mi ci sedetti sembravo un regista tanto era alta la poltroncina. Il preside mi sorrise sornione: hai la febbre di crescenza? Sottrassi velocemente dal mio posteriore gli appannaggi degli amici e il panino ai Wurstel che Cazk aveva portato per merenda e sollevai fiero il mio Tom Tom bello, bellissimo nel suo cartone colorato da una terra celeste e un infinito nero. Dissi: Ce l’ho! Tutti gli sguardi si spostarono su di me e il Tom Tom fece il giro dell’assemblea con commenti ammirati. E’ mio- gridai orgoglioso- l’ho comprato! Il preside mi guardò, sospirò e mugugnò: mi fa piacere. Ma come, non gioiva con me? E io che come lo stronzo mi ero fatto gonfiare la milza nella corsa all’ipermercato per arrivare preparato! Come dicevo- riprese il preside- siamo giunti alla presentazione delle cartoline. Cazzo come erano belle! anche loro celeste e nero come il mio Tom Tom. Eh- dissi a Cazk- vedi che ho avuto buon fiuto? Il preside, frattanto continuava: più ne daremo più ricco sarà il nostro premio. Io alzai la mano e chiesi quando si dovesse tenere l’estrazione. All’Epifania! Mi rispose incazzatoi il dirigente. Ma perché s’incazzava, non era legittima la mia domanda? Anche Cazk e Del Cozo ci rimasero male. Il preside chiarì: le cartoline sono per gli studenti. E qui scoppiò la bagarre. Tutti insieme ci alzammo e sottolineammo l’ingiustizia. Cazzo, anche noi, una volta tanto avremmo dovuto avere il diritto di competere per l’assegnazione dei premi! Il preside inaspettatamente ci dimostrò che non solo Dante aveva studiato al trivio e ci mandò a fanculo in gruppo. Niente più orientamento! E ci sta bene!- dicemmo in coro Capimmo che i premi erano già assegnati, sì a lui e alla sua famiglia. E va be’ che lui ha il coltello dalla parte del manico, ma che debba fare la parte del leone, cazzo,no! &lt;strong&gt;Il corso di recupero &lt;/strong&gt;Invenzione della Sinistra, consolidata dalla Destra, sono i giudizi di sospensione con cui, in pratica, si rimandano gli alunni, condannandoli a uno studio inutile e frettoloso durante il mese di luglio. A noi (non è il saluto fascista), dico a noi docenti, ce ne potrebbe fregar di meno se non fossimo rimandati insieme ai nostri discenti. E sì! Chi, in fondo ne fa le spese, oltre a uno Stato spendaccione, sono i professori, obbligati, dopo gli esami di maturità, a impartire, con moduli di appena quindici ore, lezioni suppletive agli sfaticati che hanno cazzeggiato per un anno intero. Ciò che più colpisce, dopo oltre un quinquennio di promozioni facili e gratuite, è la marea di alunni con giudizio di sospensione. E’ la crisi che si fa sentire! E’ la crisi che spinge i proff, costretti a restare in sede nel mese di luglio, a rimandare, confortati, se così si può dire, da un surplus di 750 € lordi da intascare non appena i dirigenti amministrativi (parole pompose che stanno ad indicare gli antichi segretari scolastici)mettono mano ai portafogli dello Stato per retribuire questa sottospecie di lavoro straordinario. Mi spiego. Un giorno di maggio che dirvi non so (ricordate la canzone Papaveri e papere?) il dirigente scolastico (come per il dirigente amministrativo), il preside, via, convocò il Collegio dei Docenti per discutere una circolare ministeriale che intimava di indire corsi di recupero non appena terminati gli scrutini finali. Il mio preside, voi lo conoscete, apolitico di sinistra con forte tendenza a destra nonostante dichiari che in medio stat virtus, il mio preside, dicevo, nel chiuso del suo antro, leggendo la nota ministeriale, avvertì nell’intimo un rigurgito di orgoglio, una specie d’investitura che, come per i cavalieri templari, gli conferiva il diritto di riparare ai torti di cui la classe docente si era resa colpevole nei suoi confronti. -Giovanni – urlò - vieni immediatamente a battere la circolare per i docenti e, mi raccomando, portami il numero di protocollo! Giovanni, lo schiavo, come dice sottovoce il preside, è un omone di oltre cinqant’anni, alto un metro e novanta, castano nei capelli, flemmatico più di un inglese. Ha occhi nocciola dolcissimi e uno sguardo bonario, sempre atteggiato al sorriso. Lavora nel nostro istituto da sempre ed è benvoluto da tutti . Giovanni, dicevo, allontanò la sedia dalla scrivania, si alzò lentamente, chiuse il computer e, a passo lento, si avviò verso la presidenza. -Giovanni, - riurlò il preside- più veloce! Giovanni era dietro la porta quando gli giunse il nuovo richiamo, ma se ne tornò indietro per farsi avere il numero di protocollo da Melania, l’applicata di segreteria depositaria del brogliaccio. -Giovanni!... -E vengo, preside, questo è il mio passo! - disse il buon Giovanni per la prima volta in tutta la sua carriera con una nota d’insofferenza. Porfido tacque esterrefatto. Non era possibile che anche il suo fidato dipendente assumesse, così, ex abrupto, un tono arrogante. Quando finalmente Giovanni varcò la porta della presidenza, trovò un dirigente incazzato, maldisposto e pronto a fustigarlo come facevano i negrieri nelle terre del Sud. -Giovanni- cominciò Porfido, stringendo i denti - quando ti chiamo devi scattare! -Ma preside, stavo compilando la domanda di pensionamento… -Ah, e per questo sciocco motivo tu mi rispondi con tanto malgarbo? Tu non vai in pensione, o meglio vai in pensione quando lo dico io! -Ma ho già quarant’anni di servizio, sono stanco… -Tu sarai stanco quando lo dico io, ora siediti e batti velocemente la circolare. -Ma io non sono veloce… -Non cercare giustificazioni! Giovanni si sedette di fronte a Porfido, accese il vecchio 386 in dotazione alla presidenza e aspettò. -Vai in Word! -Sto andando… -Apri il foglio… -Che foglio? -Ma quello di Word, porco cane! -Se ero in Word era perché si doveva aprire il foglio… -Non replicare, testa di cavolo! Giovanni non replicò. -Allora, si è aperto? -Non ancora, preside, questo computer è lento. -Lento, lento. Tu sei lento. Apri il foglio ti ho detto! -Ma non dipende da me… -E da chi? -Ma dal computer! -Giovanni, non alzare la voce! -Ma, preside, lei mi dice… -Io ti dico di fare le cose per cui sei pagato! Apri il foglio, ti dico! -Ecco, si è aperto. -Hai visto che quando vuoi… -Ma non dipendeva da me… era il computer. -Fregnacce! Stai assumendo un’aria reazionaria… ma io ti distruggo! -No, io vado in pensione. -Poi ne parliamo, ora scrivi! -Sono pronto. -Il solito cappello. Ai signori docenti, alla segreteria, ai genitori, ai rappresentanti di classe… -Più piano, per favore, non riesco a starle dietro… -Giovanni, più veloce, altro che più piano! Qui c’è una circolare ministeriale che dobbiamo diffondere al più presto. Avanti, hai scritto? -Si! ai signori docenti, alla segreteria, ai genitori, ai rappresentanti di classe… -E agli alunni, hai scritto agli alunni? -E no, non me l’aveva detto… -Ma se ho detto il solito cappello! Giovanni, tu oggi mi farai perdere la pazienza! Allora, agli alunni. Punto. -Punto. -Sulla base di quanto disposto dalla Circolare n° 6163 del 4 giugno 2008, dal Decreto Ministeriale n°80/2007 e dall’articolo 1 comma 634 della legge 27 dicembre 2006, n°296 della finanziaria 2007,- riprese Porfido imprimendo una marcia veloce alla sua dettatura- i signori docenti sono tenuti a impartire lezioni modulari di 15 ore agli alunni che riporteranno, al termine dello scrutinio finale, il giudizio di sospensione nelle discipline in cui non avranno raggiunto la sufficienza. Leggi! -Sulla base di quanto disposto dalla Circolare n° 6173 del 4 giugno 2008, dal Decreto Ministeriale n°80/2007 e dall’articolo 1 comma 634 della legge 29 dicembre 2006. -No! 27 dicembre 2006, …. -Mo correggo. -Vai avanti. -Sto aspettando. -Cosa stai aspettando? - Il resto del testo. -Il resto del testo? Vuoi dire che hai scritto solo questo? -E si, lo sa che sono lento. -Melania! Fatemi venire Melania! – sbottò il preside battendo il pugno sulla scrivania- Giovanni sono io che ti mando in pensione. Vattene, allontanati dalla mia vista prima che ti prenda a calci! -Ma io l’avevo detto… -Vattene ho detto. Melaniaaa! Il nome le deriva probabilmente dalla melanina che le colora la pelle. Melania, infatti, è quasi nera, diciamo color cioccolato al latte. E’ alta un metro e sessanta, ha capelli corvini, occhi neri e denti di un nitore immacolato. I suoi trent’anni li porta molto male: sembra una sessantenne. Ma a dispetto del fisico malandato, possiede un’energia invidiabile, una vivacità intellettiva einsteniana, una insaziabile voglia di conoscenza che la spinge, nei momenti di pausa, a leggere libri tanto impegnati e macchinosi che noi docenti preferiamo driblare per non cadere in depressione. Giovanni era ancora in presidenza quando Melania si affacciò. Meticolosa e precisa: questi erano gli aggettivi che Porfido le attribuiva, ma costituivano anche il motivo per cui raramente ricorreva ai suoi servigi. Porfido, infatti, temeva le sue acute osservazioni, se non addirittura le correzioni che di volta in volta l’impiegata apportava all’italiano utilizzato nella redazione delle comunicazioni. Il riferirsi a Melania in quella occasione fu questione d’emergenza. Dei sei applicati di segreteria era, con Giovanni, l’unica presente. Gli altri, chi per malattia, chi per spese varie, chi per assistenza ai minori, erano fuori servizio. Persino Michele, scapolo impenitente, era in permesso per assistenza alla moglie malata. Melania si sedette, avvicinò la tastiera del computer e cominciò a scrivere senza che Porfido dettasse una sola parola. -Scusi- la interpellò Porfido- che sta scrivendo? -So- rispose laconica Melania. - Che sa? -Tutto. -Melania batté freneticamente sulla tastiera per cinque minuti, poi si fermò, intrecciò le dita, le fece scricchiolare e scrisse ancora. Porfido assisteva impotente alla verve letteraria della sua dipendente, scosso da un leggero tremito delle labbra. Si contenne, pensò alla moglie lontana, a Torino, la sua città natale, al Lingotto, viatico per la celebrità letteraria, alla Juventus, a Moggi che l’aveva ridotta quasi a squadra di provincia. Quando non seppe più a cosa pensare si rivolse alla segretaria. -Melania- disse con gentilezza- mi vuol leggere cosa ha scritto? -Subito. -Sulla base di quanto disposto dalla Circolare n° 6163 del 4 giugno 2008, dal Decreto Ministeriale n°80/2007 e dall’articolo 1 comma 634 della legge 27 dicembre 2006, n°296 della finanziaria 2007, i signori docenti sono tenuti a impartire lezioni modulari di 15 ore agli alunni che riporteranno, al termine dello scrutinio finale, il giudizio di sospensione nelle discipline in cui non avranno raggiunto la sufficienza. -Perfetto- si stupì Porfido-. Ma per scrivere solo questo ha impiegato tanto tempo? -Certamente no-fu l’immediata risposta. -E, mi tolga la curiosità, cos’altro ha scritto? -Glielo leggo immediatamente. Bla bla bla, bla bla bla- fece Melania per ritrovare il punto e poi continuò. Pertanto i signori docenti sono tenuti a non chiedere le ferie nel mese di Luglio, a tenere obbligatoriamente i corsi di recupero, a tenere aggiornato il registro delle presenze, e quindi delle assenze, degli alunni e ad espletare continue prove di verifica durante lo svolgimento del modulo prefissato. Al termine dei corsi, sempre nel predetto mese, si terranno le prove d’esame con test di vario genere e, terminate le quali, si procederà ad ulteriore e definitivo scrutinio. Si tenga conto che come gli alunni che diserteranno il corso a cui destinati saranno penalizzati durante le prove da tenersi nell’ultima decade di luglio, altrettanto il docente che, adducendo motivi non comprovati da alcuna certificazione si sarà esonerato autonomamente dal predetto incarico, vedrà sottrarre dalla retribuzione mensile gli emolumenti relativi ai giorni d’assenza e sarà sottoposto a provvedimenti disciplinari. E’ fatto obbligo, infine, a alunni e docenti di non recarsi nei locali dell’Istituto indossando il pinocchietto. Porfido sobbalzò. -Cosa ha scritto, non indossando il pinocchietto? E cos’è? -Come, preside, non conosce il pinocchietto? -Perdoni la mia ignoranza-sibilò inviperito il buon Porfido- ma non lo conosco. Per nulla intimorita Melania spiegò. -Il pinocchietto, caro il mio preside, è quel pantaloncino tipo bermuda, sa, quello a mezza gamba che di solito si porta d’estate, al mare e che mette a nudo il polpaccio del maschio. - Ah, quello! E beh, cosa c’è di strano? Lasciamolo indossare a chicchesia, purché non se ne vengano in mutande. -No, preside- rispose drastica Melania- il pinocchietto è contro legge. -Ma mi faccia il piacere… contro legge… Lo metto anche io durante l’estate. -Le ripeto, preside, è contro legge. -Ma non dica sciocchezze! Mi trovi lei un articolo del codice civile o penale che preveda qualche pena per chi indossa il pinocchietto. -Non nei codici, ma nel regolamento d’istituto c’è. Anno scolastico 2005/2006, commissione di vigilanza presieduto dalla professoressa di religione Suor Clementina Massarella, segretario professor Orsobruni. Articolo 1-recitò tutto d’un fiato Melania- è severamente vietato indossare il pinocchietto agli alunni di sesso maschile, onde evitare che mettano in mostra il vello di cui li ha dotati madre natura suscitando scandalo e perturbando l’ingenuità degli alunni di sesso femminile che popolano l’Istituto Benpensante. Approvato dal Collegio dei docenti in data 8 settembre 2005. -E’ inaudito- disse sconfortato Porfido- è inaudito- ripeté. Siamo nel 2008!...Convocherò d’urgenza il Collegio dei docenti per ridiscutere l’intero regolamento. - Faccia pure, preside, ma dovrà comunque attendere il nuovo anno scolastico. Per ora il Pinocchietto è vietato.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Suor Clementina &lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Suor Clementina Massarella, badessa delle Carmelitane Scalze, batteva ritmicamente il piede foderato Geox, cinque cm di tacchetto, dietro l’uscio della presidenza. Porfido era impegnato con la commissione RSU. La discussione verteva sui compensi straordinari da attribuire al personale ATA. Artemisio Colabrisi rappresentava il sindacato della B.E.R.N.A.R.D.A. (Benemerito Ente Radicale Autonomo Regionale Docenti Angustisclavii) e, pregno di un forte odore di olive marcite, era stravaccato sulla poltrona alla destra di Minchiuzzi, il prof ex catto, ora islamico, presidente della M.I.N.C.H.I.A(Multilingue Insegnanti Nazionali Classificatori Hardware Indipendenti Angustisclavii). Carlo Sguizzi, nominato RSU della R.O.B.E.R.T.A.(Rappresentanti Oberati Boicottati Energici Raminghi Tuttologi Angustisclavii) a furor di popolo, sedeva all’estrema sinistra. Il suo spirito partigiano era a favore dei dipendenti del Pubblico Impiego. A lui, infatti, non importava che i cartellini di presenza fossero timbrati secondo il motto dei tre moschettieri, uno per tutti, tutti per uno. Porfido, al contrario, ligio al comando di Nanà Moretta, nuovo rattigno ministro per la Funzione Pubblica, era lì come controparte, anche per affermare la sua autorità, spesso messa in discussione. La querelle tirava per le lunghe. Solo quando l’aria divenne irrespirabile Porfido capitolò e con lui tutti gli altri, tanto che, alla fine, fu difficile capire chi l’avesse spuntata. Suor Clementina si affacciò all’uscio. -Posso? -Si accomodi- rispose Porfido soffiandosi il naso. -Posso?-ripeté la monastica. -Certo! Gliel’ho già detto- confermò Valà un po’ scocciato. Suor Clementina entrò nel grande studio barocco di Porfido, ben diverso da quello sobrio e piacevolmente elegante del suo predecessore, il compianto Pierpaolo de Fulgentiis. Porfido sembrava immerso nella lettura del verbale della seduta e disinteressato alla querelle della monaca. Poiché non veniva a capo di nulla, alzò il capo dai fogli vergati a mano e guardò fissa la clericante, quasi a chiedersi cosa cercasse la sposa di Gesù da lui, povero mortale. Poi ricordò e: - Se è venuta qui per perorare la causa dell’antipinocchietto- disse torvo- ha sbagliato indirizzo. E’ una norma stupida quella d’impedire che d’estate, con il sole che picchia a 40° si debbano indossare i pinocchietti. Ho letto tutta la normativa del regolamento d’Istituto e ho deciso di cambiarla in toto. Suor Clementina, che non aveva ancora proferito parola, si lasciò cadere sconsolata sulla poltrona opposta a quella del Preside. -Ma lei-disse dopo un grosso sospiro la collega della monaca di Monza- ha saputo cosa accadde nel giugno del 2004 per colpa del pinocchietto? -No!- esclamò Porfido sorpreso- Che accadde? -Ah, non sa nulla? Ora le racconto- accostò la poltrona ancor più alla scrivania e cominciò a raccontare sottovoce. Porfido si fece attento. -Deve sapere- cominciò suor Clementina- che io ho una novizia che mi sta molto a cuore. Mi è stata raccomandata da un… un ricco possidente mi… sardo. Porfido, per ascoltare meglio si sporse sulla scrivania. -Come dicevo- riprese la monaca- questa novizia fu accompagnata, quando aveva l’età di sei anni, dall’on… dal dottor…, il nome non importa, mi fu accompagnata, o meglio consegnata, con la promessa che, se avessi provveduto alla sua educazione senza mai rivelare il nome del padre a chicchesia, il convento ne avrebbe tratto grandi vantaggi. Porfido sporse ancor più il capo: Continui, continui. -Quattro anni fa, però, visto che aveva raggiunto l’età per sostenere l’esame di maturità, lei che non era mai stata in una scuola se non in quella interna al convento, pensai che fosse giusto dotarla di un diploma superiore. Non sapendo a chi rivolgermi, mi recai dalla famiglia de Fulgentiis, con la quale ho un’ottima frequentazione, per consigliarmi con il professor Pierpaolo, che sapevo essere diventato preside di un Istituto tecnico. De Fulgentiis, onorabilissima persona, credeva di rassicurarmi dicendomi che, con la sua raccomandazione, avrebbe fatto sostenere a Rebecca l’esame di Stato presso un professionale, il cui preside era un suo amico fraterno. Io mi scandalizzai alla proposta, visto che avevo provveduto a dotare la mia novizia di una preparazione liceale, ma il preside insistette e confermò che i diplomi erano tutti eguali, che il diploma conseguito in un professionale valeva quanto, se non più, di quelli dei Licei, che i ragazzi erano fatti tutti della stessa stoffa, cioè, dico nel senso che nessuno sapeva un’acca, che erano tutti ciuchi e che la mia protetta, con una preparazione classica, avrebbe stracciato gli esaminatori. Per farla breve, dopo varie mie insistenze, acconsentì che Rebecca sostenesse gli esami presso il suo Istituto. Premetto, Rebecca non era mai uscita dal Convento, non aveva mai visto un uomo in carne e ossa da quando era con me. L’avevo protetta e conservata come una pietra preziosa… -Venga al nocciolo della questione- la interruppe Porfido che era ansioso di giungere alla fine del racconto - mi sembra un romanzo giallo. Chi è il colpevole? -Abbia pazienza! Il colpevole, vuole lei; i colpevoli, dico io!... Come le stavo dicendo… -La pietra preziosa. - Sì, una pietra preziosa era per me Rebecca, ma me l’hanno rubata, me l’hanno rovinata tre docenti e tre alunni di questa scuola. I docenti, per salvarsi, dicevo, hanno immediatamente chiesto il trasferimento,mentre gli alunni si sono diplomati con cento e… addio al secchio. Assurdo! -Suora, lei sta divagando, mi dica la fine! - Eh no, lei deve sapere tutto! -Allora mi dica tutto- rispose rassegnato il buon Porfido. -Eravamo? -Alla pietra preziosa… -Sì, ricordo. Rebecca venne in questo Istituto il 18 giugno del 2004, per la prova scritta d’Italiano. La hall era affollata come una discoteca alle due di notte. Gli effluvi di sudore e di adrenalina avevano sostituito l’ossigeno. La tensione era all’apice. -Suor Clementina, non siamo in un film di Hitckoc, stiamo parlando d’esami, forza, mi dica come è finita! -Ha ragione, ma il ricordo è presente come una stilettata nel cuore. Ragazzi e ragazze si affollavano contro le vetrate in attesa del suono della campanella che avrebbe consentito loro di accedere alle aule dell’Istituto e di prendere posto. Rebecca, con le sue lunghe trecce biondo cenere tendenti al grigio pezzato, era riconoscibile anche agli occhi di chi non l’aveva mai vista. Al suono dello Start partì come tutti gli altri, di corsa, snocciolando il rosario che le avevo donato per l’occasione. La vidi prima in cima alla prima rampa di scale, seconda sulla seconda rampa,con un potente scatto di reni, poi, nuovamente prima, per un’incollatura, a occupare il posto. -Suor Clementina, mi pare la cronaca di una corsa di cavalli! Ma che mi sta dicendo, mi sta solo facendo perdere tempo! -Mi scusi, preside, ma è per il dispiacere, il dolore di aver corso il rischio di perdere una ragazza su cui avevo puntato molto. -Ci risiamo… -No! Ora le racconto. -Speriamo… - Le file dei banchi erano due: una addossata al muro, l’altra alle finestre, sul lato opposto. Rebecca occupò il secondo banco sul muro. Si trovava tra due energumeni, due ragazzi con tanto di barba e baffi al primo e al terzo posto; alla sua destra, oltre il corridoio, un tanghero villoso sin sulle mani. Ma questo è niente: il bello, si fa per dire, viene dopo. I ragazzi erano seduti e ancora nulla si notava del loro abbigliamento, anche se le magliette sporche, il puzzo di sudore e adrenalina… -Suor Clementina!... -D’accordo. Come dicevo, ancora nulla si notava del resto del loro abbigliamento. Il vociare degli alunni, canti e inni a volte scurrili, s’interruppe all’apparire della commissione. Tre esterni, più il presidente, tre interni. I tre esterni erano di una sobrietà, di una eleganza che mi ricordava le belle giornate trascorse a Merano, quando i cavalli fremevano sulla linea di partenza, con le froge tirate, i denti esposti in un ghigno quasi satanico, le nari fumanti… -E allora è vizio! Suor Clementina, lei è una patita delle corse di cavalli… lo confessi! -No, preside, non dica così- proruppe con voce di pianto - io servo la Chiesa, non il demone del gioco! -Ci credo poco- disse Porfido- comunque continui. Suor Clementina asciugò con la mano due lacrime che le correvano veloci sul viso paffuto e liscio, aggiustò la ciocca che veniva fuori dal cappuccio nero, e riprese. -I tre interni, al contrario, erano male in arnese. Portavano jeans e maglietta su tre paia di sandalacci infradito. Per fortuna c’era il presidente! Era di una finezza unica, mi ricordava le magnifiche galoppate ad Ascot… che giorni meravigliosi! Porfido impugnò il tagliacarte. Suor Clementina riprese il racconto. -A un tratto Rebecca, tutta intenta a sviluppare la sua traccia, si sentì toccare la spalla: era il candidato del terzo banco che le passava un bigliettino da dare al compagno che le stava d’avanti. Sorpresa dall’impudenza del troglodita si alzò e denunciò il fatto. Immediatamente il presidente intervenne e rimproverò gli autori del misfatto, minacciando la nullità dell’esame. I due delinquenti, protetti dai loro docenti, fecero il mea culpa, ma rivolsero alla mia protetta uno sguardo carico di promesse cattive. Non solo…, lo scambio di bigliettini continuò. Non potendo usufruire dei Rebecca come pony express, i due masnadieri ricorsero al cucchiaio. -Cos’è mo ‘sto cucchiaio?- chiese Porfido battendo il tagliacarte sul palmo della mano sinistra. -Totti!- esclamò la badessa Porfido pugnalò la scrivania. -Che c’entra Totti?... Si vuol spiegare, per Dio?-urlò il preside incazzatissimo. -Totti ha inventato il cucchiaio- disse impaurita, con un filo di voce suor Clementina. -Ma mi faccia il piacere…. -Ma… ma così dicono alla TV. -Ho capito, il calcio a parabola!- affermò sicuro di sé Porfido. -Appunto. -Beh, ma che c’entra? -Volevo dire che i due scavalcavano Rebecca tirando a cucchiaio i bigliettini. -Continui, continui…- si spazientì Valà -Rebecca- deglutì suor Clementina- poverina, muoveva il capo d’avanti e di dietro quando c’era lo scambio, per timore di essere colpita da uno di quei proiettili. Uno dei membri interni, mi pare quello d’Italiano, per vendicare la spiata chiese alla mia protetta cosa stesse facendo. Proprio in quel momento uno dei biglietti cadde sul banco dell’innocente e precipitò per terra. Il prof ordinò con un risolino maligno alla poverina di raccogliere l’oggetto caduto. Rebecca non poté che obbedire. Si chinò,s’inginocchiò per terra, volse il capo verso destra, poi verso sinistra e urlò. Si trovava tra quattro colonne pelose e ributtanti che sembrava volessero aggredirla. Si alzò in fretta, batté il capo contro la tavoletta del banco e cadde semi incosciente per terra. Le colonne pelose la circondarono: erano divenute sei. I peli erano animati, divennero delle piante carnivore, protesi com’erano verso il volto della fanciulla. Rebecca urlò ancora, ma si trovò schiacciata fra quelle colonne che minacciose avanzarono verso di lei. Il presidente intervenne con autorità e impose ai docenti di salvare la mia novizia, ma quelli, se ne infischiarono. Rebecca giacque tra quelle colonne ripugnanti per ben cinque minuti, con la criniera sciolta sul pavimento e il petto ansante, come un cavallo azzoppato. Quando si riprese volle andar via. Porfido, voi lo conoscete, si commuove facilmente e così fece quella volta. Si alzò dalla sua mastodontica scrivania e a passo lento si diresse verso suor Clementina. Non appena le fu vicino le circondò le spalle con le sue braccia e la rassicurò: avrebbe indagato sui malfattori. Suor Clementina reagì in modo inconsueto per una nuora di Maria: E no, caro preside, non sono i colpevoli che m’interessano! Io voglio che sia messo al bando in perpetuo il pinocchietto! -Ma che c’entra il pinocchietto? – interrogò Valà. Come, non ha capito? Quei ragazzi indossavano il pinocchietto! Da quel giorno Rebecca non vive più. E’ ossessionata dal pinocchietto. Prima le faceva senso, ora la turba: è in cura da uno psicologo. Non appena ne vede uno cade ai piedi del possessore e tende le mani verso quei pelacci ispidi e robusti che sembrano avvolgerla come un’edera rampicante. Per questo motivo, quando fui eletta presidente del Consiglio di vigilanza, lo feci mettere al bando. -Ma è trascorso tanto tempo… suvvia, siamo nel 2008!... -Preside- lo interruppe suor Clementina- il mio timore è che la ragazza stia nuovamente male. -E perché’ -A Giugno, dopo quattro anni di cura, Rebecca tornerà in questo Istituto a sostenere gli esami di Stato. Non vorrei… -Ma via- disse suadente Valà- non è che un innocuo pantaloncino… -No!- protestò suor Clementina- E’ un’arma del diavolo. Si alzò dalla poltroncina, squadrò Porfido da capo a piedi e sbiancò: Oh Dio,- urlò- il pinocchietto, il pinocchietto!&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-4622026494869599980?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/4622026494869599980/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=4622026494869599980' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/4622026494869599980'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/4622026494869599980'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2011/03/cronache-di-scuola.html' title='Cronache di scuola'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-8490065857090399937</id><published>2010-12-26T11:38:00.008+01:00</published><updated>2010-12-26T11:58:41.888+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='miei libri'/><title type='text'>i miei libri</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/TRcb-CQcaZI/AAAAAAAAAkk/q6PQtqSex3I/s1600/e%2Bl%2527albero%2Bpianse.jpg"&gt;&lt;img style="MARGIN: 0px 0px 10px 10px; WIDTH: 221px; FLOAT: right; HEIGHT: 320px; CURSOR: hand" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5554939417956477330" border="0" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/TRcb-CQcaZI/AAAAAAAAAkk/q6PQtqSex3I/s320/e%2Bl%2527albero%2Bpianse.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/TRcb2UcSIyI/AAAAAAAAAkc/4XIQY7uEey0/s1600/sorrisi%2Ba%2Bquelle.jpg"&gt;&lt;img style="MARGIN: 0px 0px 10px 10px; WIDTH: 172px; FLOAT: right; HEIGHT: 256px; CURSOR: hand" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5554939285399020322" border="0" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/TRcb2UcSIyI/AAAAAAAAAkc/4XIQY7uEey0/s320/sorrisi%2Ba%2Bquelle.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/TRcbuaKMemI/AAAAAAAAAkU/QptZbRgAspI/s1600/noi%2Bdel%2Bbenpensante.jpg"&gt;&lt;img style="MARGIN: 0px 0px 10px 10px; WIDTH: 230px; FLOAT: right; HEIGHT: 320px; CURSOR: hand" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5554939149494811234" border="0" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/TRcbuaKMemI/AAAAAAAAAkU/QptZbRgAspI/s320/noi%2Bdel%2Bbenpensante.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/TRcbZ261DwI/AAAAAAAAAkM/Enfg_DnoaqE/s1600/breve%2Bstoria.jpg"&gt;&lt;img style="MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 232px; FLOAT: left; HEIGHT: 320px; CURSOR: hand" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5554938796437737218" border="0" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/TRcbZ261DwI/AAAAAAAAAkM/Enfg_DnoaqE/s320/breve%2Bstoria.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Per acquistare on line e vedere la scheda libro di "Noi del Benpensante" (Il Castello Edizioni 2010), clicca qui: &lt;a href="http://www.ilcastelloedizioni.it/zeroweb/?p=684"&gt;http://www.ilcastelloedizioni.it/zeroweb/?p=684&lt;/a&gt; o vai sulla mia pagina facebook.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Per acquistare on line e vedere la scheda libro di "Breve storia della città di Bari" (Premio Storie Sospese, Il Castello Edizioni 2010), clicca qui: &lt;a href="http://www.ilcastelloedizioni.it/zeroweb/?p=538"&gt;http://www.ilcastelloedizioni.it/zeroweb/?p=538&lt;/a&gt; o vai sulla mia pagina facebook.&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-8490065857090399937?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/8490065857090399937/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=8490065857090399937' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/8490065857090399937'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/8490065857090399937'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2010/12/i-miei-libri.html' title='i miei libri'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/TRcb-CQcaZI/AAAAAAAAAkk/q6PQtqSex3I/s72-c/e%2Bl%2527albero%2Bpianse.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-8694473772784028429</id><published>2010-07-23T12:04:00.003+02:00</published><updated>2010-07-24T11:54:04.990+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='racconti di natalino lattanzi'/><title type='text'>LA SINDROME DEL PENSIONATO</title><content type='html'>LA SINDROME DEL PENSIONATO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LA SINDROME DEL PENSIONATO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ormai ne sono certo: esiste la sindrome del pensionato.&lt;br /&gt;Il guaio è che io ne sia stato colpito prima di essere collocato a riposo.&lt;br /&gt;Per la verità mi è giunta una comunicazione dall’Ufficio Scolastico Provinciale che recita: Collocamento in quiescenza per limiti d’età dal 1° settembre 2010.&lt;br /&gt;Cazzo, per limiti d’età! Mi danno già per un vecchio rincoglionito.&lt;br /&gt;E dire che sino a qualche giorno fa per lo Stato ero estremamente efficiente, anzi, dovevo essere estremamente efficiente. Dovevo alzarmi presto,  correre a scuola in tempo per il caffè, picchiare gli alunni recalcitranti, anche se alti il doppio di me, trascorrere  un’intera giornata senza pausa pranzo per le incombenze varie di fine anno, essere disponibile a presiedere agli esami di Stato a Mola sottomettendo alla  mia la volontà ben otto agguerritissimi docenti e altro ancora.&lt;br /&gt;Manco il tempo di tirare un respiro di sollievo ed ecco la sindrome subdola, traditrice, infame, dolorosa. A dire il vero, non è stata poi così improvvisa.&lt;br /&gt;Un giorno sedevo sul water… vi vedo sorridere, ma non lo fate anche voi? O siete stitici di natura e via a ingozzarsi di marmellata tamarine, prugne della California, Guttalax e lassativi vari? Ebbene, io non ne ho bisogno. Puntuale come un orologio, di quelli moderni, in eterno collegamento con le stazioni satellitari, ogni mattina lascio la parte peggiore di me alle fogne cittadine.&lt;br /&gt;Come dicevo, appunto, ero lì sul wc e leggevo un libro, uno di quelli noir, di quelli scritti da Lucarelli, Macchiavelli e Camilleri, che sono i miei preferiti.&lt;br /&gt;Lo sguardo mi andava sempre alle lancette perché, come sapete, per le 08.00 bisogna essere a scuola.&lt;br /&gt;La vicenda, però, era avvincente, perciò dalli a leggere. Poi la sveglia mi dà segno non della festa che viene, ma del dovere che chiama. Cosa faccio a quel punto? Infilo un bel segnalibro alla pagina che non ho ancora finito e passo all’operazione successiva: la carta igienica.&lt;br /&gt;A quel punto è successo. Un movimento maldestro, veloce e vroom, un lampo al fianco che mi lascia senza respiro.&lt;br /&gt;Porca Eva! - grido così forte che mia moglie da dietro la porta mi chiede cosa sia accaduto.&lt;br /&gt;Niente - sibilo a mezza voce.&lt;br /&gt;Altro che niente,  mi sono fregato.&lt;br /&gt;Dal rotolone che non finisce mai attingo a piene mani, opero le pulizie d’obbligo e mi trascino sul bidet. Le abluzioni riesco a farle per forza di volontà, per abitudine inveterata, non come gli inglesi che si portano un certo odorino addosso. Stoicamente cerco di andare sotto la doccia, ma è un’impresa ardua e rinuncio.&lt;br /&gt;Mia moglie bussa ancora: Che ti è successo? Apri!&lt;br /&gt;Magari potessi - dico fra me.&lt;br /&gt;Do uno scatto imperioso, la schiena fa crak e mi tiro su.&lt;br /&gt;Il colpo della strega - e guardo mia moglie.&lt;br /&gt;Che intendi dire? - mi chiede offesa.&lt;br /&gt;Ho il colpo della strega, mi fa male il fianco, non riuscivo ad alzarmi.&lt;br /&gt;Mia moglie non parla, va nell’armadietto dei medicinali, prende una siringa, una fiala di voltaren e una di muscoril.&lt;br /&gt;Scopri il sedere! - mi intima.&lt;br /&gt;E  il disinfettante? - chiedo io.&lt;br /&gt;Lo prendo.&lt;br /&gt;E il cotone idrofilo? - Insisto cercando di allontanare il più possibile il momento del buco.&lt;br /&gt;E sì, perché io ho le natiche suscettibili. Sin da ragazzino, non è un fatto di mo’, volevo dire recente.&lt;br /&gt;Le infermiere si rifiutavano di infilarmi l’ago nel boffice perché puntualmente l’ago si deformava. Qualche volta s’è pure spezzato. Per questo tento di evitare le punture.&lt;br /&gt;Ma che vuoi fare, quando mia moglie assume l’aria della signora Rottermaier bisogna obbedire.&lt;br /&gt;Io, che ho faticato tanto a tirar su i boxer della mia nereria intima, ora debbo nuovamente abbassarli.&lt;br /&gt;Mia moglie capisce il dramma che sto vivendo e mi aiuta.&lt;br /&gt;Le mie natiche fanno il ballo di San Vito.&lt;br /&gt;Stai fermo, per favore - mi sgrida la mia dolce metà - non posso infilarti se continui a muovere i muscoli in quel modo!&lt;br /&gt;E che, sono io? - le rispondo - quelli fanno tutto da soli!&lt;br /&gt;Come Dio vuole, l’alcool addormenta un po’ la parte e zac… l’ago si torce.&lt;br /&gt;Te l’avevo detto - digrigno io - meglio una pillola.&lt;br /&gt;Mia moglie non demorde. Quasi stesse facendo una gara contro il tempo, cambia ago e zaaacccc.&lt;br /&gt;Questa volta l’ago ha quasi raggiunto l’osso. Soffoco per orgoglio maschile l’urlo di dolore che manco Carlo Alberto e mi arrendo. Il liquido che impregna il gluteo, quello dx, sembra non finire mai.&lt;br /&gt;Ancora? - Chiedo.&lt;br /&gt;Che vuoi, è lunga - mi risponde - sono due fiale in una!&lt;br /&gt;Un leggero tremito percorre la gamba sin quando non termina l’operazione.&lt;br /&gt;Mettiti  a letto!- intima mia moglie.&lt;br /&gt;Non posso, oggi c’è consiglio di classe e poi ricevimento dei genitori.&lt;br /&gt;Tu sei pazzo.&lt;br /&gt;Ci salutiamo così: lei alla sua e io alla mia scuola.&lt;br /&gt;Di lì in poi le cose sono andate in modo accettabile: mi svegliavo un po’ rigido, iniezione tragicomica, poi camminavo e sembrava che tutto fosse passato. Dico sembrava perché, il mattino successivo, punto e daccapo, sino a che la goccia non ha fatto traboccare il vaso.&lt;br /&gt;L’esame di maturità.&lt;br /&gt;In segreteria mi avvisano: che culo, sei presidente a Mola!&lt;br /&gt;E beh’- m’informo.&lt;br /&gt;Come e beh, non devi fare un cazzo e sei pagato!&lt;br /&gt;Tutta invidia, fossero venuti a Mola con me!&lt;br /&gt;La scuola è bella, è un edificio antico, vicino al lungomare, ma dal lungomare non si può andare perché ci sono lavori in corso. Allungo e mi trovo in una via a solo accesso pedonale. In fondo c’è l’istituto.&lt;br /&gt;Parcheggio non in zona blu sennò devo pagare un frego di soldi e mi avvio.&lt;br /&gt;Svraang, una vettura quasi mi arrota. Cazzo, com’è possibile, di qui le macchine non devono passare!&lt;br /&gt;E invece no, cavolo se ci passano!&lt;br /&gt;Ci scommetto che se lo faccio io subito un vigile mi eleva una multa stratosferica.&lt;br /&gt;Riprendo il cammino.&lt;br /&gt;Minchia, com’è sconnessa questa strada! Non demordo e raggiungo la sede d’esame.&lt;br /&gt;L’ausiliaria mi viene incontro nell’androne. Mi presento. Mi fa del lecchinaggio e mi invita a recarmi al primo piano dove mi aspetta la vicaria della preside.&lt;br /&gt;Chiedo dell’ascensore. Non c’è.&lt;br /&gt;Minchia! Le scale sono costituite da gradini di circa trenta cm ciascuno e sono tante. Ci vorrebbe la teleferica.&lt;br /&gt;Chiedo alla mia sciatica di fare la brava. Manco per il cazzo.&lt;br /&gt;L’anca comincia a pregarmi di non fare lo stronzo, di far mettere in moto il seggiolino per handicappati, che quello c’è.&lt;br /&gt;L’orgoglio mi dice fanculo. E salgo.&lt;br /&gt;Mi accoglie, quando sono in un bagno di sudore, una ragazza tutta pimpante: sono Maria - mi dice.&lt;br /&gt;Piacere – annaspo - Natalino.&lt;br /&gt;Non do a vedere la mia sofferenza, sennò che cazzo d’uomo sarei!&lt;br /&gt;Per dieci giorni si ripete la manfrina.&lt;br /&gt;I colleghi sono tutti giovani e pieni di salute, eccetto una, la docente di Educazione Fisica che ha una broncopolmonite. Almeno così dice.&lt;br /&gt;La libero il più presto possibile e la mando a casa.&lt;br /&gt;Raccolgo simpatie per questo gesto magnanimo.&lt;br /&gt;Aboliamo il presidente - dico in assemblea plenaria - siamo colleghi.&lt;br /&gt;Che cazzata, ciascuno comincia a fare i fatti suoi.&lt;br /&gt;M’incazzo e nomino due vice presidenti.&lt;br /&gt;Le cose cominciano a filare.&lt;br /&gt;Faccio presente che non voglio rotture, perciò sono intenzionato a promuovere tutti a meno che qualcuno dei candidati non si affossi da solo. Tutti d’accordo? Ok? Ok.&lt;br /&gt;I giorni corrono, io un po’ meno.&lt;br /&gt;Chi non corre è il tecnico di laboratorio, uno sfalzino di prim’ordine.&lt;br /&gt;Per agevolare il lavoro dei segretari di commissione e il mio, chiedo a Franco, il tecnico, di scaricare il programma Conchiglia.&lt;br /&gt;Cacchio, questo non sa manco che esistono le ostriche, figurati le conchiglie!&lt;br /&gt;Gli dico di rivolgersi alla segreteria della sede centrale che lì, certamente, saranno in grado di indirizzarlo.&lt;br /&gt;Lui nicchia. Io ammicco. Telefona.&lt;br /&gt;All’apparecchio, dall’altro capo, c’è una testa di quiz. Dice che manderà un fax.&lt;br /&gt;‘Sto fax non arriva e io decido per il tradizionale.&lt;br /&gt;I segretari scrivono e si lamentano: quello non capisce niente.&lt;br /&gt;Condivido, ma non posso che constatare.&lt;br /&gt;Scriviamo tonnellate di pagine che non leggerà mai nessuno.&lt;br /&gt;Il tecnico se la gode con la 104 per madre inferma, perciò si deve assentare.&lt;br /&gt;Come se fosse stato mai presente!&lt;br /&gt;Lo mando a quel paese.&lt;br /&gt;Poi cominciano e finiscono gli esami.&lt;br /&gt;Finalmente consegno il plico in presidenza e sono libero.&lt;br /&gt;Libero un cazzo, dal giorno dopo cominciano le dolenti note.&lt;br /&gt;Cavolo, tutt’a un tratto non gliela facevo più a stare in piedi: il nervo sciatico e le due ernie che sono solo mie avevano deciso di ricordarmi che ero in odore di pensione di vecchiaia.&lt;br /&gt;Ma come, da un giorno all’altro? Ieri giovane, forte, sicuro, ben piantato sulle tre gambe e oggi, acciaccato, accasciato, infermo, schiacciato dal peso degli anni anagrafici che si sono accumulati sulle mie spalle.&lt;br /&gt;Non è giusto!&lt;br /&gt;Io sostengo che sia una grande carognata! Immagino i volti di Brunetta e Berlusconi, senza dimenticare Sacconi. Chissà quante risate si farebbero a vedermi immobilizzato proprio nei miei ultimi giorni di servizio.&lt;br /&gt;Ma torno a me e lascio perdere quei cialtroni. Come dicevo, sono azzoppato.&lt;br /&gt;Per fortuna non sono un cavallo, altrimenti mi avrebbero già tirato un colpo di pistola in  testa per farmi finire il più velocemente possibile in un ragù del macellaio.&lt;br /&gt;Sarà, ma io penso che questa sia la sindrome del pensionato.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-8694473772784028429?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/8694473772784028429/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=8694473772784028429' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/8694473772784028429'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/8694473772784028429'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2010/07/la-sindrome-del-pensionato.html' title='LA SINDROME DEL PENSIONATO'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-15050996026935927</id><published>2010-06-21T18:36:00.005+02:00</published><updated>2010-06-23T16:50:52.942+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='racconti di natalino lattanzi'/><title type='text'>UN GIORNO IN ISTITUTO</title><content type='html'>UN GIORNO IN ISTITUTO&lt;br /&gt;Panthalassa mi abborda: Nat, vieni a firmare, c’è un Consiglio straordinario.&lt;br /&gt;Sobbalzo: ancora e che diamine!&lt;br /&gt;Consolati, c’è anche per il corso M.&lt;br /&gt;E sì, mal comune mezzo gaudio.&lt;br /&gt;Arraffo il foglio che mi porge la nostra collaboratrice e leggo:&lt;br /&gt;andamento didattico-disciplinare;&lt;br /&gt;valutazione per il pagellino di metà quadrimestre;&lt;br /&gt;visite d’istruzione;&lt;br /&gt;varie ed eventuali.&lt;br /&gt;Ore 16.30 VC; 17.30 IVC; 18.30 IIIC.&lt;br /&gt;M’infervoro: ma che c’è di straordinario?&lt;br /&gt;Forse è straordinario che lo facciate.&lt;br /&gt;Taccio e dolorosamente rifletto.&lt;br /&gt;Mi rassegno e varco la porta dell’Inferno.&lt;br /&gt;Dopo una giornata di merda come quella che mi aspetta è la ciliegina sulla torta.&lt;br /&gt;Manco il tempo di una pennichella e di nuovo scuola. Roba da matti!&lt;br /&gt;Al mattino alle 08.20, proprio quando io, dopo aver sorbito il caffè con gli amici, mi accingo a fumare la mia Ligt, arriva il preside. Mi guarda con espressione di rimprovero e mi ricorda che il fumo fa male. Io mi tocco e lo seguo al bar.&lt;br /&gt;La mia consumazione l’ho già fatta, quindi lo osservo mentre beve la sua bibita che Maria, la nostra barista, gli serve immediatamente ignorando la clientela in attesa da una decina di minuti. Poi svicolo: lo lascio a discutere con Livia e Severo e m’imbosco nel cortile d’accesso al corso Programmatori. Con Lisa e Angela mi ossigeno di buon tabacco taroccato dalla nostra manifattura, pieno di sterpetti e catrame di ottima qualità e poi recupero la borsa che ho lasciato in segreteria.&lt;br /&gt;Non ci siamo salutati?- mi chiede il dirigente.&lt;br /&gt;Io gli rispondo di sì, ricordando la grattatina di prammatica, ma gli do nuovamente la mano, in segno di pace.&lt;br /&gt;Gli dico ci vediamo dopo e affronto le scale con una smorfia di dolore per la lombo-sciatalgia che mi affligge da un mese e più.&lt;br /&gt;La borsa è pesante, contiene tutti i compiti, dal primo del primo quadrimestre all’ultimo che ho ritirato ieri e il registro intonso, senza manco i nomi degli studenti. Ho tutto lì perché non mi fido a conservarli nel mio loculo in dotazione, visto che non ne ho corretto manco uno e che metto i voti a cazzo durante gli scrutini. Ma questo non è un problema. A fine d’anno risulteranno tutti corretti, con tanto di giudizio e voto.&lt;br /&gt;Le scale sono un calvario. Mi domando per che cazzo non ho preso l’ascensore. Poi ricordo: mi aspetta la IV C, una classe di merda.&lt;br /&gt;Perdo tempo, rallento il passo. Sul pianerottolo mi fermo a parlare con Clelia, la bidella del corridoio di destra. Soliti convenevoli. Clelia è una brava donna, ma soprattutto una brava cuoca. Mi consiglia un piatto semplice, ma gustoso: costolette d’agnello alla brace con pepe e sale e contorno di funghi cardoncelli al forno. Mi viene l’acquolina in bocca, poi penso a mia moglie che non mangia l’agnello che le procura coliche epatiche, renali, gastrite e colite acuta. Roba da pronto soccorso. Saluto la mia consigliera e giro a sinistra. Nel corridoio di sinistra c’è Marisa. E’ una donna di una simpatia unica. Alta, robusta, di mezza età. Ha un difetto alla vista: non ti vede se non sei a due cm da lei. Mi saluta con entusiasmo quando le sono proprio addosso e comincia a raccontarmi episodi di vita quotidiana col padre e la cagnetta che continua a far pipì in casa anche ora che ha undici anni. Le spiego che forse ha un problema ai reni per l’età avanzata.&lt;br /&gt;E mio padre?- mi chiede.&lt;br /&gt;Perché, anche lui?&lt;br /&gt;Sì, ha ottanta anni.&lt;br /&gt;Beh, allora è certamente un problema di reni.&lt;br /&gt;No, mia madre mi diceva che lo faceva tutte le volte che lo rimproverava per essere andato in cantina con gli amici.&lt;br /&gt;Allora è un timido- le dico dando una sguardo alla porta della penultima aula, quella della IV C.&lt;br /&gt;La porta è chiusa, mentre dovrebbe essere aperta in attesa del docente.&lt;br /&gt;Mi preoccupo.&lt;br /&gt;Saluto Maria e mi avvicino con passo felpato. Poggio l’orecchio sullo stipite: silenzio assoluto.&lt;br /&gt;Busso, per dare a intendere che si tratti della vicepreside.&lt;br /&gt;Nessuna risposta.&lt;br /&gt;Con violenza spalanco la porta: non c’è anima viva.&lt;br /&gt;Per poco non mi scoppia il cuore per la gioia.&lt;br /&gt;Torno indietro e chiedo a Marisa.&lt;br /&gt;Lei si dà una pacca sulla fronte: professò, mi ero dimenticata di dirti che sono alla Ragioneria di Stato col prof. Mazzone. Lo metto a fuoco, sì è quello che io chiamo Incazzone. perché entra in classe già incazzato. Ci giuro, anche al Catasto sarà incazzato. La colpa è della moglie che lo manda in bianco a ripetizione.&lt;br /&gt;Il cuore mi batte a cento all’ora: non è possibile che non essendoci la mia classe io non vada a supplire in qualche altra.&lt;br /&gt;Mi faccio dare da Marisa la fotocopia del foglio delle supplenze.&lt;br /&gt;Impallidisco. Cazzo, nella II F, in quel cesso di classe!&lt;br /&gt;Torno lentamente nel corridoio di destra. Clelia mi viene incontro. Anche lei aveva dimenticato di avvertirmi della sostituzione.&lt;br /&gt;Il chiasso è irraccontabile. C’è Farfuglia, che io chiamo Fanculla, un ragazzone di diciotto anni, plurirespinto, faccia di culo, che sodomizza quasi Antoracci, per me Antocazzi, per avere un pezzo della sua focaccia, cotta con olio rigenerato della Shell, venduta a caro prezzo da Leonzio, il gestore del bar dell’istituto, che io chiamo il Gobbo di Notre Dame.&lt;br /&gt;Li separo, batto con tutta la forza il palmo della mano sulla cattedra, cosa che fa quasi venire un infarto a Cotronelli, Cotoletta, con quell’odore di fritto di uova marce e carne in decomposizione che si porta appresso.&lt;br /&gt;E’ una bomba- si affaccia il prof Gassi che io chiamo Nervino. Poi vede che ci sono io e capisce.&lt;br /&gt;Urlo da pazzi e risistemo gli alunni ai loro posti distribuendo calci e pugni a quelli che si attardano.&lt;br /&gt;Finalmente un po’ di pace!&lt;br /&gt;Faccio l’appello: mancano i migliori, quelli che dormono e non scassano gli zebedei.&lt;br /&gt;Liberatorio, il suono della campanella avvisa che la prima ora è trascorsa.&lt;br /&gt;Vago per i corridoi.&lt;br /&gt;Cazzo, io ho fatto l’orario e non mi ricordo dove devo andare. Sarà la III C.&lt;br /&gt;Ragù, Pelati, cioè, alunno della III, mi viene incontro dicendomi che va in bagno.&lt;br /&gt;Che me ne frega-gli rispondo.&lt;br /&gt;Siccome sta da noi, volevo avvisarla.&lt;br /&gt;Fingo di essere consapevole.&lt;br /&gt;Ma ti ho dato il permesso?&lt;br /&gt;No.&lt;br /&gt;Allora torna in classe e chiedimelo.&lt;br /&gt;Ma…&lt;br /&gt;Torna in classe se non vuoi che trasformi il tuo cranio in un teorema di Pitagora!&lt;br /&gt;Torna in classe e sbuffa.&lt;br /&gt;Mi fermo sulla soglia.&lt;br /&gt;Gli alunni parlottano tra loro, scherzano, si scambiano pacche seminoffensive e mi ignorano.&lt;br /&gt;Resto sulla soglia.&lt;br /&gt;Dinnella mi vede.&lt;br /&gt;Ehi, il professore!&lt;br /&gt;Silenzio.&lt;br /&gt;Beh, che fate lì, sollevatelo!&lt;br /&gt;Intendo sollevare il sedere dalla sedia per alzarsi.&lt;br /&gt;Recalcitrano, ma si alzano.&lt;br /&gt;Muovo i miei passi verso la cattedra.&lt;br /&gt;Ragù mi chiede se può uscire.&lt;br /&gt;Ti ho detto che puoi parlare? Resta in piedi.&lt;br /&gt;Mi scappa.&lt;br /&gt;Fattela addosso, tanto gli odori dell’aula non sono diversi dalla tua prossima elargizione. Aprite la finestra, che non si respira! Ma vi fate la doccia la mattina?&lt;br /&gt;Seee , la doccia…&lt;br /&gt;Dinobruttis (Dinobellis per l’anagrafe), testa di quiz, era una domanda retorica!&lt;br /&gt;Ragù mi fa il ballo della pioggia caro agli Arapahos, i pellerossa con i Pampers.&lt;br /&gt;Lo mando in bagno prima che innaffi il lombrico che staziona vicino al suo piede destro.&lt;br /&gt;Lo schiaccia e il puzzo copre quello della sporcizia.&lt;br /&gt;Marisa bussa alla porta: prof il preside ti vuole giù.&lt;br /&gt;Vengo subito- felicito.&lt;br /&gt;Questa volta prendo l’ascensore.&lt;br /&gt;Il pulsante è rosso. Aspetto.&lt;br /&gt;Finalmente la macchina si ferma al piano.&lt;br /&gt;Le porte si aprono: è Stan senza Ollio.&lt;br /&gt;Cacchio fai qui, questo è il piano dei ragionieri.&lt;br /&gt;Lo so, mi ha mandato il preside a tenere la tua classe.&lt;br /&gt;Perché è lungo il fatto?&lt;br /&gt;E che ne so, mi ha detto vai.&lt;br /&gt;Lo saluto e entro nell’ascensore.&lt;br /&gt;Mi fermo a piano terra.&lt;br /&gt;L’odore dei cornetti mi assale, ma so bene che l’olfatto inganna il palato.&lt;br /&gt;Desisto.&lt;br /&gt;Mi trascino verso la presidenza; sulla soglia accentuo la mia sofferenza.&lt;br /&gt;Il preside mi invita a entrare.&lt;br /&gt;Una smorfia di dolore deturpa il mio viso michelangiolesco.&lt;br /&gt;Zoppichi?&lt;br /&gt;Sono sciantalgico.&lt;br /&gt;Sciantalcchè?&lt;br /&gt;Sciantalgico, ho una lombo sciatalgia.&lt;br /&gt;Mi fa Verorchia(Veronesi e Sirchia sintetizzati): quello è il fumo.&lt;br /&gt;Imito Totò: ma mi faccia il piacereee.&lt;br /&gt;Severo, che è all’angolo sinistro della scrivania presidenziale, si lamenta: e io mi sorbisco il fumo passivo.&lt;br /&gt;Tu di passivo hai solo che sei passivo.&lt;br /&gt;Dirò a Livia di sospendervi: sorride il dirigente&lt;br /&gt;Magari!- all’unisono il gatto e la volpe.&lt;br /&gt;Vi ho chiamato per Filingrato.&lt;br /&gt;E chi è?&lt;br /&gt;Un privatista.&lt;br /&gt;E a noi?&lt;br /&gt;Verrà a sostenere gli esami di idoneità al V.&lt;br /&gt;E beh?&lt;br /&gt;Non sa un cacchio.&lt;br /&gt;Normale. E allora?&lt;br /&gt;Dev’essere promosso.&lt;br /&gt;Normale.&lt;br /&gt;Facciamo per andare, ma il deus ex machina ci ferma.&lt;br /&gt;Dove andate?&lt;br /&gt;In classe, preside!&lt;br /&gt;Uhh, siete ligi al dovere!&lt;br /&gt;Lex, dura lex, sed lex.&lt;br /&gt;Severo non traduce, ma capisce.&lt;br /&gt;E mo che c’entra?&lt;br /&gt;Il primus ci dice di accomodarci alle poltrone.&lt;br /&gt;E’ una presa per il culo, quelle la comodità non sanno manco che esiste.&lt;br /&gt;Mi lamento per la lombo; Severo mi fa eco.&lt;br /&gt;Che cacchio sfotti?&lt;br /&gt;No, non ti sfotto, anche io stamattina mi sono alzato col dolore sciantalgico.&lt;br /&gt;A te è per l’attività da amanuense! Non lo capisci che alla tua età devi stare calmo?&lt;br /&gt;Il preside assiste con il mento poggiato sul palmo della mano, poi si scoccia: Ragazzi(bontà sua), non è solo questo, sto pensando all’anno prossimo!&lt;br /&gt;Anche noi…-sospiriamo.&lt;br /&gt;E qui il primus ci dice che l’istituto non sarà più lo stesso, che il caffè della mattina avrà un altro sapore etc etc.&lt;br /&gt;Noi ci scherniamo, facciamo i modesti e siamo quasi sul punto di commuoverci quando capiamo che lui si riferisce al nuovo plesso, ormai pronto, in cui probabilmente sarà costretto a trasferire presidenza, vicepresidenza e bar; al gran casino di spostamenti di classi, alunni e docenti per la riforma della ministroneosposaneomamma Gelmini, della quale conosciamo anche l’ora, il minuto e il secondo in cui, dopo la corsa fratricida degli spermatozoi, ha concepito il figlio,&lt;br /&gt;Ci ricomponiamo, gli diciamo che gli saremo mediaticamente vicini e togliamo il disturbo sorreggendoci vicendevolmente.&lt;br /&gt;Malinconicamente riprendo l’ascensore.&lt;br /&gt;Stan ha i capelli ritti. Non appena metto piede nell’aula, fugge.&lt;br /&gt;Sono tutti tuoi!- mi urla scendendo di corsa le scale.&lt;br /&gt;In classe ci sono tutti. Due, estasiati, all’ultimo banco, col capo poggiato al muro, hanno le orecchie tappate dalle minicuffie e ascoltano, rapiti, canzoni napoletane clonate abusivamente; un gruppetto di cinque gioca a prendersi e muove banchi e sedie con gran casino; due, giovani innamorati, in un angolo si coccolano e si accarezzano pseudo pudicamente,; la vamp della classe con specchietti e trucchi si pasticcia il viso da battona; mentre i tre quasi sull’altra sponda s’ingelano i capelli precedentemente impiastricciati con la storica brillantina Linetti avuta in eredità dai nonni.&lt;br /&gt;I più normali sono i quattro masochisti che si gonfiano le mani a suon di schiaffi sulle palme che sembrano i panzerotti smerciati da Leonzio.&lt;br /&gt;Caccio un urlo: niente; batto formidabilmente sulla cattedra: scende il silenzio, ma sale il preside, spaventato dalla deflagrazione. Anche Nervino si affaccia, mi guarda e dice: te l’avevo detto io.&lt;br /&gt;Cosa cacchio mi avesse detto non lo capisco, ma assumo un’aria mortificata per il pallore di Delia, l’ausiliaria del mio corridoio, accasciata sulla sedia.&lt;br /&gt;Se vuoi battere- mi dice il preside- sai dove andare.&lt;br /&gt;Recepisco.&lt;br /&gt;Prendo il mio duce sottobraccio e con familiarità lo invito a prendere un caffè, con la scusa di mandarne uno su anche per Delia. Ma non è che un modo per allontanarmi dai miei scalmanati.&lt;br /&gt;Scendiamo per le scale e riscoppia il casino. Fingiamo di non accorgercene.&lt;br /&gt;La campanella, ancora una volta, mi toglie le catene.&lt;br /&gt;Nel bar c’è una ressa indicibile:tutti vogliono tutto.&lt;br /&gt;Maria corre da una parte all’altra del bancone, prende soldi, batte cassa, scontrini scambiati, ma non importa.&lt;br /&gt;Sembra che i nostri alunni siano a digiuno da qualche settimana. Si rimpinzano, bevono, qualcuno erutta da su e da giù.&lt;br /&gt;Ci facciamo largo e occupiamo due postazioni privilegiate: caffè maculato e espressivo- dico con voce stentorea per vincere il chiasso.&lt;br /&gt;Caffè che?- chiede Maria.&lt;br /&gt;Maculato- rispondo- con gocce di latte, per capirci.&lt;br /&gt;Maria sorride: è abituata al mio sfoggio linguistico, però non memorizza.&lt;br /&gt;Il primus sorbisce l’espressino con aria disgustata: gradisce di più un bel ristretto.&lt;br /&gt;Ma perché non l’ha detto?&lt;br /&gt;La voce di Panthalassa risuona dall’atrio: Nat, c’è la classe scoperta!&lt;br /&gt;Finisco il maculato che mi va quasi di traverso.&lt;br /&gt;Panthalassa è nel bar: Livia si sta arrabbiando- mi dice- la IV C è scoperta!&lt;br /&gt;Ma non è mia- replico.&lt;br /&gt;Sì, ma c’hai supplenza.&lt;br /&gt;E io che ne so.&lt;br /&gt;Beh, ora lo sai.&lt;br /&gt;Il preside lascia a metà l’espressino.&lt;br /&gt;Io insisto: Maria, caffè, un caffè ristretto.&lt;br /&gt;Maria opera.&lt;br /&gt;Panthalassa mi è alle costole: vai- mi suggerisce.&lt;br /&gt;Dì a Livia che sono col preside.&lt;br /&gt;Il preside mi ringrazia del caffè, ma rinuncia, ormai ha la bocca impastata di espressino.&lt;br /&gt;Lo saluto e mi avvio per le scale. Cacchio ho di nuovo dimenticato la mia sciatica.&lt;br /&gt;La gamba mi duole: eroicamente resisto e vado in IV C.&lt;br /&gt;Livia mi aspetta sulla soglia: sai che questa classe non si può lasciare- mi dice spazientita.&lt;br /&gt;Ma non è mia- replico- e poi non sapevo di avere supplenza. In quest’ora ho ricevimento.&lt;br /&gt;Come, hai ricevimento?&lt;br /&gt;Sì- laconico.&lt;br /&gt;Clarinetti, chiamatemi Clarinetti! Quando lo vuoi non c’è, e lo sa che non si deve allontanare.&lt;br /&gt;Raffaele arriva trafelato: che c’è professoressa?&lt;br /&gt;Come che c’è, Cattaneo non ha supplenza!&lt;br /&gt;E che vuole da me?&lt;br /&gt;Come che voglio… tu mi hai detto di mettere Cattaneo.&lt;br /&gt;No, io ho detto Laterizzi.&lt;br /&gt;E perché è venuto Cattaneo?&lt;br /&gt;Intervengo: perché tu mi hai fatto chiamare.&lt;br /&gt;Leggi- mi dice- come sta scritto sulla fotocopia delle supplenze, io non ho gli occhiali.&lt;br /&gt;Leggo: Laterizzi.&lt;br /&gt;Ah! Clarinetti chiama Laterizzi e fammi venire Panthalassa.&lt;br /&gt;L’ascensore si ferma al piano: esce Panthalassa.&lt;br /&gt;Perché hai chiamato Cattaneo?&lt;br /&gt;Perché ha supplenza!&lt;br /&gt;No, ce l’ha Laterizzi.&lt;br /&gt;No, io ho Cattaneo.&lt;br /&gt;Panthalassa, non dire sciocchezze, io ho la fotocopia del registro delle supplenze e qui c’è scritto Laterizzi.&lt;br /&gt;Panthalassa legge: ma chi l’ha scritto, qui si legge Cattaneo!&lt;br /&gt;Raffaele, dammi gli occhiali.&lt;br /&gt;Clarinetti li cava dal taschino.&lt;br /&gt;Ma che occhiali mi dai, i tuoi Io voglio i miei!&lt;br /&gt;Professoressa, è lo stesso, anche io sono presbite.&lt;br /&gt;Ma che presbite, io sono ipermetrope.&lt;br /&gt;Sì, va beh.&lt;br /&gt;Livia legge: sì, non si legge bene, ma è Laterizzi.&lt;br /&gt;Mi guarda a scusarsi.&lt;br /&gt;Clarinetti, Laterizzi dov’è?&lt;br /&gt;E quello se n’è andato…&lt;br /&gt;E mo? dai Nat, fammi il piacere, fattela tu, tanto il ricevimento è finito.&lt;br /&gt;Per fortuna è passata mezz’ora. Altri venti minuti.&lt;br /&gt;Va bene- magnanimo-resto io.&lt;br /&gt;Come Livia va via, la IV C si risveglia: in cinque vogliono andare in bagno, in quattro al bar, in undici in laboratorio.&lt;br /&gt;Sprofondo sulla poltroncina del prof: Ragazzi, non scassate, tutti a posto.&lt;br /&gt;Si alza la protesta: quella non ci ha fatto uscire, non abbiamo fatto colazione, dobbiamo stampare i progetti…&lt;br /&gt;Li interrompo. Basta, cacchio, stavate aspettando me per riempire le caier des lagnances?&lt;br /&gt;Ammutoliscono, quasi li avessi minacciati di morte.&lt;br /&gt;Uno spilungone prende coraggio: e cos’è, professore?&lt;br /&gt;Hanno ragione; ormai il francese non si studia più, siamo diventati tutti anglofoni!&lt;br /&gt;Spiego: le lamentele, i desideri repressi, ciò che vi fa sbavare, l’impossibile, l’irragiungibile…&lt;br /&gt;Cazzate- sorride ‘ndramalonga.&lt;br /&gt;La classe riprende coraggio: la cattedra è assediata, io sono assediato.&lt;br /&gt;Mi alzo, distribuisco pacche e guadagno la soglia. Apro la porta e respiro.&lt;br /&gt;Una ventata: sono tutti fuori e se ne vanno per i cacchi loro.&lt;br /&gt;Li richiamo, ma ormai non ho più voce. Me ne frego.&lt;br /&gt;Compare Livia: Tu li hai mandati fuori?&lt;br /&gt;Mi assumo le mie responsabilità. Sì!&lt;br /&gt;E così che la Scuola va a scatafascio. Non lo fare più.&lt;br /&gt;Livia mi vuole un bene fraterno che io ricambio sinceramente. E’ una donna eccezionale: è l’unica che riesce a far entrare in un’aula cento e più alunni che poi pare stiano anche larghi. Non so, penso che si riducano, rimpiccioliscano, clonazione dei nani di Condom Rosso.&lt;br /&gt;Passeggio con lei mentre i ragazzi si riprecipitano in classe.&lt;br /&gt;La campanella.&lt;br /&gt;Andiamo giù.&lt;br /&gt;Devo fumare- le dico.&lt;br /&gt;Ti accompagno.&lt;br /&gt;Fuori è tutt’un’altra cosa. L’aria è frizzante, si sta bene. Le maccchine passano davanti il nostro Istituto sfrecciando verso la circonvallazione. Io penso alla passeggiata a Torre a Mare, al gelato al caffè, al pensionamento che fra poco lo Stato mi concederà e sto male.&lt;br /&gt;Come cacchio farò senza tutto questo casino, come sopravvivrò?&lt;br /&gt;Livia condivide i miei pensieri; fuma con me senza fumare e tossisce.&lt;br /&gt;Ci raggiunge Maria Teresa Manetta.&lt;br /&gt;L’odore della sigaretta la inebria: è la duecentesima volta che ha smesso di fumare.&lt;br /&gt;Quasi si scusa: è il medico che mi dice di smettere. La pressione mi sale alle stelle, il cuore batte all’impazzata, la nicotina mi fa male. Ma il cuore le batte anche ora, quasi ne avverto il battito scandito, per il desiderio di tirare due boccate. Alla fine si decide.&lt;br /&gt;Mi dai una sigaretta?&lt;br /&gt;Io nicchio. Non vorrei passare per il persuasore occulto, lo spacciatore di tabacco, il bos del traffico di bionde, ma mi compenetro e offro la prima mela, pardon, l’ennesima sigaretta.&lt;br /&gt;Maria Teresa aspira voluttuosamente sotto lo sguardo di rimprovero di Livia. Poi si pente e getta via la mia non ti Merit più.&lt;br /&gt;Brava!- le dice Livia.&lt;br /&gt;Maria Teresa si asciuga le lacrime e resta a guardare le volute di fumo che emetto dal naso e dalla bocca. Poi rientra nell’atrio.&lt;br /&gt;Ti vogliono al secondo piano- dice Panthalassa a Livia.&lt;br /&gt;La vice fa un gesto di sconforto: ti lascio in buona compagnia.&lt;br /&gt;Sì, è vero, siamo stati raggiunti da Lisa e Angela.&lt;br /&gt;Delia e Angela insegnano rispettivamente Matematica e Scienze Finanziarie, che io dico InRosso, discipline per me da altro pianeta, visti i meno due che prendevo dai miei insegnanti quando ero studente.&lt;br /&gt;Poco dopo l’aria davanti l’Istituto diviene irrespirabile per Magda Gallomaresca che attua una campagna serrata contro il fumo, coinvolgendo la maggior parte dei nostri alunni.&lt;br /&gt;Ora anche i non fumatori sono fumatori.&lt;br /&gt;Magda è sconsolate e accusa me e le mie socie di aver traviato col nostro esempio i suoi giovani corsisti.&lt;br /&gt;Noi ce ne freghiamo perché crediamo fortemente nel libero arbitrio.&lt;br /&gt;La vetrata sbatte. È Nicola Mazzone, docente di Ragioneria. Non so perché ma ogni volta debbo contare sino a dieci prima di pronunciare il suo cognome.&lt;br /&gt;Per non parlare poi di Pomponio. Qui conto sino a venti.&lt;br /&gt;Nicola è tornato dalla Ragioneria di Stato. Si avvicina furtivo, pensando di non essere visto, e mi abborda. Come gesto di affetto, mi uncina una guancia che stritola nella mano a pagnottella: Chi sarà il prossimo vicepreside?-mi chiede con aria interessata. Io, come Scalfaro, non ci sto e restituisco il gesto affettuoso.&lt;br /&gt;Nicola si sconcerta, poi si ricompone e richiede: Chi sarà il prossimo vicepreside?&lt;br /&gt;Tutti sappiamo che vorrebbe essere lui il prescelto, ma sappiamo anche che il preside manco per il …per idea lo eleverebbe al rango di feudatario, però non glielo diciamo.&lt;br /&gt;Io nicchio, anche se penso che sarà la Santagata a raccogliere l’eredità di Livia.&lt;br /&gt;Siccome sono sadico gli dico che il caput sta seriamente prendendo in considerazione la sua candidatura, così che lo prenderà nel boffice quando si vedrà scalzato.&lt;br /&gt;Non solo, penso anche che la stessa Santagata poi si prenderà le sue vendette, perché anche lei è spesso oggetto degli uncinamenti del computaio.&lt;br /&gt;Nicola sfodera un sorriso a tre chiostre. Fa il modesto, dice che non è possibile, ma che non appena avrà l’incarico cambierà molte cose nell’Istituto.&lt;br /&gt;Beato lui, crede ancora nella teoria dei due soli!&lt;br /&gt;Delia e Angela, per fortuna, non parlano di teoremi, equazioni, funzioni di primo e secondo grado, né di primogenitura ma, più umanamente, discutono di primi e secondi piatti. Anche io posso dire la mia. E giù l’encomio solenne alle ostriche, alle noci bianche, ai datteri di mare cercati da chi l’ha visto, alla spaghettata con vongole e gamberetti, al ragù del macellaio, all’impepata di cozze, ai ricci profumati da mangiare, a seconda dei gusti, col cucchiaino o con il pane appena sfornato.&lt;br /&gt;L’acquolina sta per scivolare dalle labbra quando suona ancora una volta la campanella.&lt;br /&gt;Mazzonevorrebbe salutarmi con un altro pizzicotto, quando individua Milena Santagata che viene a ossigenarsi. Le piomba addosso come un falco e le strappa mezza guancia. E’ pazzo!&lt;br /&gt;Milena lo manda a quel paese sorridendo, ma penso che in cuor suo gli stia facendo una fattura.&lt;br /&gt;Vado in classe. Due ore in V C.&lt;br /&gt;Cazzo faccio-penso- per due ore? Ho terminato il programma, l’ho dettato, ho verificato e corretto i percorsi, ho… mi batto un palmo sulla fronte: e le interrogazioni, i voti di fine quadrimestre, le assenze?.&lt;br /&gt;Beh, scriverò il registro, almeno non starò con le mani in mano.&lt;br /&gt;Entro in classe. La scena si ripete: nessuno che si alzi.&lt;br /&gt;Sono tutti impegnati con i computer portatili.&lt;br /&gt;Almeno stanno studiando- penso io.&lt;br /&gt;Mi dispiace quasi interromperli.&lt;br /&gt;Passo tra i banchi: scene di puro erotismo: Paperino e Paperina che pomiciano tra lo stupore dei nipotini, l’uomo ragno che fa il ragno con la sua bella, Berlusconi che s’intrattiene con le escort seminude, Marrazzo a letto con due trans. I più ingenui giocano mediaticamente a calcetto o si esercitano virtualmente in sport estremi tuffandosi da duecento metri in una piscina che sembra il bicchiere di plastica dell’espressino freddo. Ciò che li accomuna è un ooooh di soddisfazione allorché ciascuno degli eroi digitali porta a termine il proprio compito.&lt;br /&gt;M’incazzo come un toro davanti alla rossa muleta.&lt;br /&gt;Alzatevi- urlo- quando entra il docente!&lt;br /&gt;Si spaventano: presi dai loro giochi non si erano neppure accorti che ero in classe.&lt;br /&gt;Si alzano e restano a fronte bassa non per la vergogna ma per seguire le scene che mandano i cervelli elettronici. In pratica se ne fottono.&lt;br /&gt;Io faccio il solito pistolotto e ricordo loro che sono prossimi agli esami, che la scuola non è un asilo nido, che non si viene a scuola solo per mangiare le porcherie che propone il bar dell’istituto, che i loro genitori si sacrificano per consentire che non sfigurino di fronte agli altri alunni, che ecc ecc.&lt;br /&gt;Sentono ma non ascoltano, hanno sempre gli occhi bassi, poi all’unisono esplodono in un ooooh che mi manda in bestia.&lt;br /&gt;Per non compromettermi esco dall’aula e passeggio per il corridoio.&lt;br /&gt;Più di cento alunni mi vengono incontro affinché firmi i permessi d’uscita. I genitori sono tutti nell’atrio ad attenderli.&lt;br /&gt;Fuori il traffico è fermo per le Maserati, le Ferrari, i Suv e le Jeep di ultima generazione con a bordo mamme, nonni, bambini, zii e zie pronte ad accogliere gli studenti per la gita fuori porta che hanno programmato per il ponte del 2 Giugno.&lt;br /&gt;Mi passo le mani tra i capelli, mi sistemo la vita dei pantaloni che tendono a scendere per le decine di volte che ho scalato i piani dell’istituto, mi accendo una sigaretta e compongo il numero di casa al telefonino: Non aspettarmi-dico a mia moglie-vado in vacanza e fanculo la scuola!&lt;br /&gt;Respiro l’aria pura brezzata dal mare e mi avvio seguito dalla schiera di genitori. Mi sento tanto il pifferaio magico. Il preside s’affaccia e mi dice: dove vai, firma i permessi!&lt;br /&gt;Io mostro il medio e l’indice tra cui stringo la mia ligt.&lt;br /&gt;Fumerai dopo, non sai che il fumo uccide?&lt;br /&gt;Mi ritocco e lento pede torno nell’atrio.&lt;br /&gt;I registri di classe formano una pila di alcuni metri sulla mensola della portineria. La voce di Panthalassa sembra giungere dall’oltre tomba: c’è anche un permesso d’ingresso1&lt;br /&gt;Che, a quest’ora, e che è venuto a fare?&lt;br /&gt;E’ stato accompagnato dalla madre, dice che ha perso il pulman.&lt;br /&gt;Uno solo?- dico io, ma non replico più, sono rassegnato.&lt;br /&gt;Consumo due biro a firmare permessi vari, mentre suona la penultima campanella.&lt;br /&gt;Finalmente mi rilasso., seduto alla poltroncina dell’aula della mia Quinta.&lt;br /&gt;I ragazzi hanno il viso e le orecchie rosse per l’impegno nei giochi, sono stanchi e si rilassano anche loro. Tra poco cominceranno i consigli di classe e so già cosa dire:.facciano cazzo vogliono, io me ne sbatto le palle!&lt;br /&gt;Mia moglie ha preparato piselli con poca cipolla: non sanno di niente. Ingollo quattro cucchiaiate e poi mi do alla frutta. Le fragole sono verdi e i Kiwi quasi rossi per lo stadio di maturazione.&lt;br /&gt;Accendo la TV che mi fa vedere ancora Berlusconi e lo immagino palpeggiare le escort mentre parla dei sacrifici che solo il Pubblico Impiego deve fare, che parlamentari e ministri sono tanto indigenti da aver bisogno che altri paghino per loro case e droghe e che solo per orgoglio non chiedono il nome del benefattore.&lt;br /&gt;Un conato di vomito mi “arrivugghia” lo stomaco.&lt;br /&gt;Per fortuna il lettore passa alle notizie di cronaca ed è quasi con sollievo che ascolto di uno che ha ammazzato padre, madre e fratelli, li ha ridotti a spezzatino, li ha infornati ma non li ha mangiati perché è vegetariano.&lt;br /&gt;Finalmente- ho pensato- una persona coerente.&lt;br /&gt;Le lancette dell’orologio scorrono veloci e il pendolo che ho in testa mi avvisa che l’ora è vicina.&lt;br /&gt;Cacchio, sono le sedici e quindici.&lt;br /&gt;Mi sciacquo mani e faccia, spazzolo ciò che resta dei miei denti e l’opera dell’odontotecnico, mi ravvio i capelli e dico ciao a mia moglie che dorme rannicchiata sul letto che misura quattro per quattro.&lt;br /&gt;Non mi risponde e io non insisto; so, però che poi mi chiederà perché no l’ho avvisata che andavo via.&lt;br /&gt;La Stilo, la mia fedele autovettura, quella che mi ha salvato la vita col cicaleccio di pericolo quando sei senza cintura, lei che mi rompe le palle sin quando non m’incateno al sedile di guida, mi attende fiduciosa giù per strada.&lt;br /&gt;Di tanto in tanto rumoreggia col clacson per l’antifurto molto sensibile all’umidità e ai gatti, ma per il resto è una brava compagna. Che mai si sia lamentata per le tonnellate di cenere che quotidianamente spargo sul suo pianale, vicino la cloche, sul portaoggetti, ma mai nel posacenere. E’ un fatto di principio.&lt;br /&gt;Faccio per mettere in moto e mi squilla il cellulare: è Severo che mi chiede di portarlo a passeggio sino a scuola. Il suo nome deriva da Severus. Cultori di semantica Mao-Mao asseriscono che potrebbe anche derivare da Serius, ma io non ci credo, non sarebbe adatto al mio amico.&lt;br /&gt;Ingrano la prima poi la seconda la terza, salto la quarta e in quinta sono a casa sua. Il pedologo mi attende per strada e si lamenta perché dice che ha atteso troppo a lungo. E’ un rito. Del resto ha la sua veneranda età, anche se è più piccolo o meno grande di me di due anni.&lt;br /&gt;Pelato, o quasi, con una cornice di capelli che gli copre la nuca e quattro peli sul cranio che lascia crescere perché diano una parvenza di ciuffo anni ‘60, medio corto come me, rotondetto non come me, camicia a mezze maniche, maglia della salute, pantaloni grigi e scarpe marroni, un bozzo sulla testa che pare la torre Eiffel, il sorriso bonario stampato sul viso ellissoide e rubicondo, occhi grigio-verdi(ha fatto il militare nell’Esercito), Severo è l’amico con cui gioco al nonnetto fingendo di scarrozzarlo per la città a visitare il borgo antico e le meraviglie del quartiere Japigia. S’infila in macchina, mi guarda fintamente severo e poi sbottiamo a ridere come due rincoglioniti. Polifemo, ovvero Biagio Iannone, ci attende sul ”sagrato” e ci accoglie con la solita domanda: a quest’ora si viene?&lt;br /&gt;Sorvoliamo su quella che potrebbe essere un’oscenità, gli rispondiamo che la moglie lo ha cacciato di casa, motivo per cui lui è già a scuola, e arrembiamo il distributore automatico di tisane. Severo e Biagio prendono un caffè macchiato costellato di tanti puntini neri che sono certamente formiche arrosto e io un cioccolato forte per accumulare l’energia necessaria alla sopravvivenza. Non facciamo cin cin e ci dividiamo: Biagio nella B, noi due nella D.&lt;br /&gt;Ed ecco il Consiglio di classe della D. Ci sono tutti, a cominciare dalla docente di Inglese. Marcella Fisto.ha il fisico inglese, ma non la flemma; infatti s’infiamma. Il volto le diviene spesso rosso per la concitazione e i capelli, se potessero, virerebbero al bordò. Ha sostituito la collega precedente che, per “impegni vari” non era mai in classe e quindi non insegnava un quiz di niente. Però promuoveva tutti. La Fisto, poverina, ha dovuto cominciare tutto daccapo, per questo non appena varca la soglia delle classi, gli alunni inscenano la morte di Cesare e il suicidio di Marcantonio, l’unica opera di Shakespeare che conoscono solo per aver visto il film “Le voglie di Cleopatra”. Hai voglia a spiegare che devono saper parlare e scrivere in inglese; quelli non ne vogliono sapere, anzi, dicono, l’inglese non è mai materia d’esame. La Sisto insiste, s’incazza, minaccia; i ragazzi se ne fottono e desistono.&lt;br /&gt;In fondo, vicino la finestra, s’è seduta Delia Retillo, docente di Geografia Economica. E’ piccolina di statura, bruna di occhi e capelli; veste anche di bruno, ma quasi mai nero. Gli alunni la amano tanto da desiderare che stia sempre in vacanza. Lei, invece no, non si assenta, solo alcuni ritardi tra lo sconforto dei suoi fan che sperano in qualcosa di meglio. Vociante, alla cattedra, c’è Nicola Mazzone, prof. Di ragioneria. A seconda di chi lo chiama, cambia il prenome in Incazzone o Cazk il polacco. Dei polacchi ha il colore, degli irlandesi il calore, degli eshimesi l’apparato genitale. Sarà per questo, dicono le male lingue, che non riceve consensi in famiglia. Dino Fagotto è docente di Matematica Finanziaria. E’ Brunetta in piccolo, soprattutto in larghezza. Di temperamento focoso, vivrebbe mille avventure se non fosse guardato a vista dalla moglie. E’ piccolo anche nei voti. Angela Fienchi insegna Scienze delle Finanze, oggi InRosso perché tra i vari tagli previsti dalla P.I., dove I sta per Ignoranza, Indolenza, Indifferenza, il Ministero parrebbe intenzionato a associarla a quella di ragioneria, con sommo gaudio di Cazk che vedrebbe sempre più consolidata la sua permanenza nel nostro Istituto. Severo Del Fiole, docente di Economia Politica, meglio conosciuto come Del Ciole, è il Pantagruel della situazione. Sempre disponibile allo bisboccia, ai pranzi luculliani; ma di lui ho già detto. I prof di Diritto sono due: uno, la Mannella, che opera nella Terza e nella Quarta, l’atro, Guido Tucani, docente della Quinta. Mannella è una spilungona affabile, simpatica come tutti i fumatori, disponibile a un lavoro leggero, non impegnativo e a saltare qualche ora se l’orario, spesso criptico, le consente di svicolare. Guido, invece, è di tutt’altra pasta. Prima di convolare a giuste nozze era sorridente, disponibile, propenso alla chiacchiera, ma, da quando è solo la metà di una mela, è divenuto uccel di bosco. Non appena può ci dà sega, impegnandoci in un surplus di supplenze che tolleriamo solo perché è novello sposo. Non è dimagrito, anzi, ha messo su un po’ di pancetta, segno della piena soddisfazione dei sensi. Franco Giammainetti, docente di Lingua Ftrancese sonnecchia con il capo spalmato sulla vetrata della finestra. Non sai mai cosa vuole. Ti dice un sì che è un no e un no che resta sempre no. Etimologicamente è sfortunato. Giammainetti, letteralmente, significa Sempresporchi. Grazie alla Gelmini, anche la Santagata ha due ore nel triennio della D. Insegna Storia in Terza. Struralmente Nonica, ma non Giu, difetta, infatti, in altezza, ha ottime chance di diventare collaboratrice, se non vicaria del preside: se accadrà Incazzone si suiciderà. Si è aggiunta al clan dei fumatori, anche se in modo isolato. Ci ha incuriosito con la richiesta della mail di tutto l’organico dei geometri. Penso che preconizzi il suo futuro. La prof di Educazione Fisica, Katia Piccoli, si appoggia allo stipite. Pare debba sostenere l’intera struttura. L’aula le sta stretta, abituata com’è ai grandi spazi, alle palestre luminose, ai prati verdi. Tentenna e ci guarda come fossimo i suoi alunni peggiori, impigriti dal lavoro sedentario, pancettati, stravaccati sulle seggiole. Un soffio di vento, in questa giornata afosa, che la caligine tinge di bianco, la scuote. La guardo negli occhi e noto un baluginio, una voglia di darci la sveglia con il vecchio “un due, un due, passoooo!” Ma è solo un lampo: ci riflette e si lascia cadere anche lei sul primo scranno a portata di “disturbo”. Ultimo è il corvo, citazione dotta, ma in questo caso si tratta di don Ciccio Delano, per gli intimi DVD, un longilineo pelato con pancetta clericale. E’ un santo padre, anche se non ancora Papa. Ha capito subito che agli studenti non gliene frega niente della religione, perciò li annichilisce con film di ogni genere, da quelli pornografici a quelli erotici. E’ mio amico: mi ha persino offerto una volta un cornetto con espressivo al bar Morisco. Per lui va tutto bene perché non deve mai interrogare, anzi nella sua ora i ragazzi sono muti, solo qualche grugnito e mani sotto il banco.&lt;br /&gt;I nostri consigli hanno fatto storia: sono i più allegri, i più compatti. Tra noi non è sorto mai uno screzio. Tutti per uno uno per tutti. La stesura dei verbali, sino a qualche tempo fa, erano epici. C’era di tutto, dalla farsa alla pièce, dalla commedia alla lirica. Oggi siamo ci limitiamo a registrare l’indispensabile per timore che qualche ispettore sia preso da ictus durante la lettura.&lt;br /&gt;Manca all’appello il prof di Lettere, ma quello è un caso a parte, perché quel prof sono io. Mediobasso, capelli grigio-bianchi con ciuffo, occhi nocciola, falso magro, sfalzino, folle, secondo gli alunni, fumatore. Con un piede nella fossa del pensionamento, guarda con nostalgia al passato, agli amici che è lì lì per salutare, alle “cronache di scuola” che non avranno più il colore, il calore dell’immediatezza, al gioco della chiave, alle chiacchierate al bar della scuola, al caffè maculato, al puzzo dei wurstel arrosto che impregna l’Istituto sin dalle prime ore del mattino. Non appenderà la penna, la tastiera del computer al chiodo, perché questa farà da tredunion coi ricordi da tradurre in immagini ,nei volti dei compagni, camerati volevo dire, con i quali ha condiviso vent’anni di vita.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-15050996026935927?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/15050996026935927/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=15050996026935927' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/15050996026935927'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/15050996026935927'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2010/06/un-giorno-in-istituto.html' title='UN GIORNO IN ISTITUTO'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-1917572805718355960</id><published>2010-04-13T15:38:00.001+02:00</published><updated>2010-04-13T15:39:29.815+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='racconti di natalino lattanzi'/><title type='text'>LE COSE</title><content type='html'>Mamma, ho le mie cose!&lt;br /&gt;Premurosa, mia madre accarezzò la guancia di mia sorella e le disse: Andiamo in bagno, non ti preoccupare.&lt;br /&gt;Si chiusero in bagno per circa mezz’ora.&lt;br /&gt;Quando vennero fuori, mia madre aveva gli occhi lucidi, mia sorella gli occhi raggianti.&lt;br /&gt;Uscirono insieme nel pomeriggio. Al ritorno mia sorella aveva due splendidi orecchini che le pendevano dai lobi e mia madre un pacco della farmacia che subito chiuse nel contenitore che abbiamo in bagno, quello dove conserviamo lamette per calli, forbicine per le unghie dei piedi saponette ancora incartate, cotone idrofilo etc etc.&lt;br /&gt;Conviene avere le cose-pensai, ma cosa sono le cose?&lt;br /&gt;Li volevo da tanto- disse mia sorella mostrandoci fiera i due svaroski che luccicavano come stelle comete.&lt;br /&gt;Anche io volevo la bandoliera con due pistole, ma manco per idea!&lt;br /&gt;Se avessi le mie cose!-mi detti una spalmata sulla fronte&lt;br /&gt;Non appena il bagno fu libero, lo occupai e mi chiusi a chiave.&lt;br /&gt;Ecco lì il pacco! Tolsi dalla busta di plastica un affare quadrato, morbido e colorato. Sopra vi era scritto Lines seta con le ali. Pigiai su:un piccolo sbuffo d’aria.&lt;br /&gt;Con le ali-dissi fra me- cosa può essere, forse una gabbietta. Ma no- mi risposi- a che servirebbe una gabbietta! Eppure se le cose si vedono in bagno si possono averle solo in due posti, o avanti o dietro. In bocca non credo, le avrei viste!&lt;br /&gt;Cacchio- mi grattai la pera- ma cosa sono le cose?&lt;br /&gt;Il dubbio mi attanagliò tutta la giornata. Mi sentivo fregato.&lt;br /&gt;Vuoi vedere che io le ho già avute le mie cose e non me ne sono accorto?&lt;br /&gt;Dev’essere proprio così- si accese una lampadina nel mio cervello- Cocca  è più piccola di me! Oppure sono ritardatario ed  è arrivata prima lei?&lt;br /&gt;Abbassai i pantaloni e mi dissi: o da dietro o d’avanti, vediamo un po’&lt;br /&gt;Scartai subito il dietro: dove cacchio possono essere le cose, sarà d’avanti.&lt;br /&gt;Guardai il mio pisellino: no, ce l’ho da sempre!&lt;br /&gt;O forse era proprio lui e io che ero abituato a vederlo non ci avevo mai fatto caso.&lt;br /&gt;Ma perché bisogna fasciarlo con qualcosa con le ali. Diventerebbe forse così un uccellino  a cui aggiungere poi le ali? Ma non  pigola, non si muove!…&lt;br /&gt;Uscii dal bagno sbattendo la porta.&lt;br /&gt;Verso sera non gliela feci più.&lt;br /&gt;Lello, lo sai che Cocca ha le sue cose?&lt;br /&gt;E’ normale- mi rispose laconico.&lt;br /&gt;E io che volevo saperne di più, porca vacca!&lt;br /&gt;Come il solito, noi fratelli, una banda di sei, ci fermammo sul tardi a confabulare tra noi, nonostante le minacce dei nostri genitori che  ci invitavano ad andare a letto perché domani si va a scuola.&lt;br /&gt;Lello e Nino, i più grandi, parlavano di calcio e quanto fosse bravo Cicogna, l’ala sinistra del Bari a far impazzire i terzini delle squadre avversarie e De Robertis, l’ala destra, detto “Fa Fueq’, che scartava anche se stesso e sbagliava goal fatti.&lt;br /&gt;Pupa e Cocca, le mie sorelle, parlottavano sottovoce e Pupa suggeriva alcuni consigli all’altra.&lt;br /&gt;Io volevo ascoltare cosa si dicesser, ma ero con Enzo, che quell’anno avrebbe dovuto cominciare a frequentare la Prima Elementare.&lt;br /&gt;Ero preoccupato per lui perché, sotto la mia tutela, aveva imparato a imprecare come uno scaricatore di porto.&lt;br /&gt;Mi raccomando – gli dicevo- non ti far sfuggire neppure una delle parole che ti ho insegnato, devono restare un segreto tra noi.&lt;br /&gt;Zuzù, altrimenti Enzo, annuiva con aria assente, e sfogliava un  fumetto di Tex, quando l’eroe esclamava peste e corna!&lt;br /&gt;Manco questo posso dire?- mi chiedeva.&lt;br /&gt;Io nicchiavo, tanto peste e corna glielo aveva insegnato Tex, erano fanculo e simili che non doveva dire.&lt;br /&gt;Poi Zuzù si addormentò sul divano e io rimasi da solo a chiacchierare con la mia coscienza che ripeteva: cacchio fai,te ne stai  così e non sai ancora cosa sono le sue cose, le tue cose?&lt;br /&gt;Mio padre, in vestaglia, venne in soggiorno: Ancora in piedi? Presto, tutti a letto!&lt;br /&gt;Pupa e Cocca furono le prime a obbedire; Lello e Nino, siccome dormivano nella stessa stanza si avviarono ancora chiacchierando o litigando, per il tono di voce che spesso si alzava.&lt;br /&gt;Io avevo il compito di badare a Enzo;gli feci un solletico da matti, lo svegliai e lo trascinai verso lo stanzone dove dormivamo con Zia Nella, sorella di mio padre, Pupa e Cocca.&lt;br /&gt;Loro erano già sotto le coperte quando arrivammo: Cocca era ancora eccitata della nuova condizione delle cose e non dormiva, Pupa la esortava, invece, a non pensarci più e a lasciarsi andare nelle braccia di Morfeo.&lt;br /&gt;Approfittai della situazione.&lt;br /&gt;Belli gli orecchini che hai avuto!&lt;br /&gt;Che, li vuoi anche tu?&lt;br /&gt;No, io voglio la bandoliera con le pistole.&lt;br /&gt;Chissà quando!&lt;br /&gt;Quando avrò anche io le mie cose, se non le ho già avute!&lt;br /&gt;Come- si stupì mia sorella- non le hai già avute?&lt;br /&gt;E no, e poi che ne so, forse le ho avute e non ho fatto come te che l’hai detto a tutti.&lt;br /&gt;Ma lo dovevo dire, se no come facevo ad avere gli orecchini?&lt;br /&gt;Sì-annuii tutto compreso- Lello mi ha detto che è una cosa normale. Ma il guaio è che siccome è normale io penso di non essermene accorto e non ho avuto la bandoliera- conclusi dispiaciuto.&lt;br /&gt;Senti- m’interruppe Cocca- fai  come ho fatto io. Domani chiama mamma in bagno…poi ti dirà lei se hai avuto le tue cose.&lt;br /&gt;E, magari, che almeno mi danno la bandoliera!&lt;br /&gt;L’indomani, di primo mattino, dissi a mia madre che pensavo di aver avuto già da tempo le mie cose.&lt;br /&gt;Mia madre sorrise: dai, non è possibile!&lt;br /&gt;E’ perché non mi volete dare la bandoliera-piagnucolai.&lt;br /&gt;Che c’entra la bandoliera, quella l’hai chiesta alla Befana. Vedrai che te la porterà.&lt;br /&gt;Ma ci vuole quasi un anno!&lt;br /&gt;Aspetterai.&lt;br /&gt;Ma se ho le mie cose, vero che me la compri?&lt;br /&gt;Mia madre rise divertita, poi per accontentarmi disse:va bene, andiamo in bagno.&lt;br /&gt;Sorrisi anch’io contento. Grazie, mamma.&lt;br /&gt;La porta dl bagno si schiuse cigolando. L’ho detto a papà che ci vuole un po’ d’olio.&lt;br /&gt;Anche ieri cigolava?&lt;br /&gt;Sì, anche ieri-sospirò mia madre.&lt;br /&gt;Il giro di chiave mi rassicurò: beh, ora che devo fare?&lt;br /&gt;Lo chiedi a me, tu dici che hai le tue cose?&lt;br /&gt;Sì, mamma, ma che sono le cose?&lt;br /&gt;Ah, non lo sai?&lt;br /&gt;E sì che non lo so, ma penso di averle. Se ce le ha Cocca che è più piccola di me!&lt;br /&gt;Ma Cocca è una signorina.&lt;br /&gt;E io sono un signorino. Mi abbasso i pantaloni e poi mi dici se ce le ho le cose.&lt;br /&gt;Mia madre, paziente, aspettò che terminassi l’operazione, poi mi guardò: bene, tutto a posto.&lt;br /&gt;Allora?&lt;br /&gt;Ho detto tutto a posto.&lt;br /&gt;Vuol dire che ho le mie cose.&lt;br /&gt;Sì- rise mia madre- ce le hai tutte le tue cose.&lt;br /&gt;Allora usciamo nel pomeriggio.&lt;br /&gt;Va bene- si rassegnò&lt;br /&gt;Tutto felice andai da mio fratello Lello e gli dissi che anche io avevo le mie cose.&lt;br /&gt;Lui non si scompose, mi fissò un attimo negli occhi e sentenziò: Non è normale.&lt;br /&gt;Nel pomeriggio ebbi la bandoliera con le pistole; ma cosa fossero le cose lo scoprii solo alcuni anni dopo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-1917572805718355960?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/1917572805718355960/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=1917572805718355960' title='9 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/1917572805718355960'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/1917572805718355960'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2010/04/le-cose.html' title='LE COSE'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>9</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-3487819188917727471</id><published>2010-02-26T19:21:00.001+01:00</published><updated>2010-02-26T19:27:05.679+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='racconti di natalino lattanzi'/><title type='text'>LE COMMISSIONI D'ESAME</title><content type='html'>LE COMMISSIONI D’ESAME&lt;br /&gt;Come il solito sono in ritardo. La convocazione è per le 16.00. Sono le 16.10 ed io sono ancora a casa incantato dalle evoluzioni del mio nipotino Matteo che gira per casa e fa croa- croa come la rana.&lt;br /&gt;Saverio mi riporta alla realtà.&lt;br /&gt;Cazzo, hai detto che saresti passato a prendermi e sono giù a farmi congelare il pisello. Ti decidi?&lt;br /&gt;Certo, sono già giù.&lt;br /&gt;Il traffico è inesistente. Tutti, o quasi, a quest’ora fanno la siesta. Passa solo qualche veicolo che erutta fumo bianco nella digestione della benzina.&lt;br /&gt;Saverio è lì, sotto il cancello di casa e passeggia nervosamente.&lt;br /&gt;Cacchio stavi facendo? Mi chiede quando lo invito a poggiare il suo disturbo sul sedile della morte.&lt;br /&gt;Non gli rispondo per non innescare il solito duetto in cui ricorrono i gattini del mio condominio.&lt;br /&gt;Ci pensa lui però: Seghette ai gattini, vero?&lt;br /&gt;Seghette ai gattini è la mia risposta preferita quando mi chiedono cosa faccia nei momenti di relax. Ora i miei amici si rispondono da soli, non aspettano manco che io tiri fuori qualche altra cazzata: Eppure di cazzate , cacchio se me ne vengono!&lt;br /&gt;Recito il mea culpa perché mi hanno tolto il gusto della battutaccia.&lt;br /&gt;I gatti che sostano in cortile, in verità, sono tanti e ci vorrebbe qualuno che li impegnasse eroticamente per impedire che maschi e femmine continuino ad accoppiarsi sfornando decine di cuccioli che poi diventano grandi e s’accoppiano anche loro. Ecco, ci vorrebbe qualcuno che li stancasse, che li facesse sentire sessualmente soddisfatti senza la collaborazione degli etero che miagolano in calore non appena si affaccia un marcantonio tipo Romeo e un pezzo di femmina come Duchessa (gli Aristogatti, per chi ne ha memoria).&lt;br /&gt;Un tempo, quando Ira e Ouzo, i mie giganteschi pastori tedeschi, mi portavano a passeggio, si creava il deserto: c’era un fuggi -fuggi generale di felini che interrompevano la copula al ruggito delle mie due belve. Ora, purtroppo, vi sono solo degli York-shire che si fanno fare pure loro dai grossi maschi coccolati dalle vecchie barbute di Via Kolbe con croccantini e pesce di prima qualità.&lt;br /&gt;Storco le labbra nel ghigno che sfoggio quando non so cosa dire ed emetto il mio righio famoso tra alunni e colleghi:grmmmm.&lt;br /&gt;Prendiamo un caffè?-dico per distoglierlo da pensieri lubrichi.&lt;br /&gt;Tu non l’hai preso?&lt;br /&gt;No, non ne ho avuto il tempo:&lt;br /&gt;Io invece sì… e poi è tardi.&lt;br /&gt;Se mia nonna, appena nato, non mi avesse dato un cucchiaino di caffè, ora non sarei un caffeinomane e un nicotininomane convinto e sopravvivrei felice senza avvertire l’urgenza della pausa che fa tanto incacchiare Brunetta, l’ottavo nano di Biancaneve.&lt;br /&gt;Mi rassegno e guido sino al Polivalente. Stoppo la macchina nel grande parcheggio senza grattini di cui mi servo da circa vent’anni e invito Saverio, che si è appisolato,a sloggiare.&lt;br /&gt;Lui si schernisce: non stavo dormendo- mente.&lt;br /&gt;Si gratta la pelata, poggia il destro sul selciato e schiaccia un escremento che potrebbe essere animale se non fosse del nostro collega incontinente,abituato ai grandi spazi della Jungla: Fallonio.&lt;br /&gt;Saverio sacramenta, striscia la scarpa per terra, prende la racchetta di un gelato da passeggio, il Lola, che non si produce da cinquant’anni, e smuove, per quanto è possibile l’elemento organico dalla suola di para.&lt;br /&gt;Cazzo, è un reperto storico e tu lo tratti come uno spazzolone del Water!&lt;br /&gt;Saverio mi guarda storto.&lt;br /&gt;Il puzzo, comunque, persiste.&lt;br /&gt;L’atrio dell’Istituto è affollato. L’odore dell’organico si fonde con le profumazioni francesi delle colleghe e il Proraso del docente di Elettronica. Qualcuno dà di stomaco.&lt;br /&gt;Ci rifugiamo nell’androne con la speranza che il personale addetto alle pulizie sopravviva allo spregevole compito.&lt;br /&gt;Del Sole, Saverio, cioè, ne approfitta per calare la scarpa nel secchio dell’acqua e si bagna persino i calzini; rivolge, mistico, il pensiero ai cari di Tarzan e batte il piede per terra a scrollare un po’ del liquido puzzolente marrone che trasuda la sua Valleverde.&lt;br /&gt;Arriva il preside. Anche lui è in ritardo.&lt;br /&gt;Men’ uagnun’, facim’ subt’.&lt;br /&gt;Le commissioni da formare sono tante: quattro per i geometri, cinque per gli aeronautici e quattro per i nautici.&lt;br /&gt;Ebbene sì, copriamo terra, mare e cielo.&lt;br /&gt;Nessuno di noi vorrebbe essere membro interno perché è una grande rottura di coglioni, per giunta retribuita male, ma qualcuno deve pur essere sacrificato sull’altare della cultura.&lt;br /&gt;Io, per fortuna, sono membro esterno e me ne fotto, ma tanti, come Saverio, il mio socio, sono chiamati al dovere perché sulla base delle materie scelte dal ministero, obtorto collo, devono sottostare; però, non è sufficiente. E’ necessario che altri vengano martirizzati per la definizione della commissione perfetta.&lt;br /&gt;Il primo a dichiarare la sua indisponibilità è Fallonio. Così come non ha versato il contributo di 13 € per il fondo cassa sociale, non è nelle condizioni di assicurare il servizio per la Maturità. Le scuse sono le solite: moglie, banane per Cita e Kerchak, ominidi, i figli, da accudire e le liane che si accorciano quando il tempo è cattivo.&lt;br /&gt;Ci commuove con il suo pianto afro-greco e applaudiamo. Tulliolo s’incazza e chiede di essere esonerato perché se Fallonio è preoccupato per le banane(sa per certo, inoltre, che Cita è la moglie e non la scimmietta da passeggio),lui è preoccupato per le storie che girano sulla riduzione delle ore di compresenza nella sua disciplina, cosa che lo costringerebbe l’anno prossimo a stare in aula e non a stazionare in portineria a memorizzare il registro delle supplenze&lt;br /&gt;Il brusio innescato dal gran rifiuto diventa cagnara: nessuno vuol essere membro interno.&lt;br /&gt;Cazk ilpolacco si chiede perché sempre lui debba prenderla nel boffice e manda affanculo Saverio che lo vuole con sé membro interno della mitica VD.&lt;br /&gt;Mitica è dir poco se si pensa che la classe è composta da quindici scapocchioni che non aprono libro dal primo anno di corso. Per questo Cazk s’incazza.&lt;br /&gt;Il preside richiama tutti all’ordine e procede per classe di concorso.&lt;br /&gt;Esordisce: Saltiamo, perciò, la A050 perché è dei membri esterni.&lt;br /&gt;Ma chi cazzo sono quelli della A050? –sbotta il collega Trinciatutto.&lt;br /&gt;Ma dai, che lo sai…sono quelli di lettere.&lt;br /&gt;Ah.&lt;br /&gt;Sfoglia il carteggio che ha posato sulla grande scrivania e:Vediamo la A019?&lt;br /&gt;Ma chi cazzo sono?-- risbotta Trinciatutto col consenso dell’intera platea.&lt;br /&gt;Litalica e Airone.&lt;br /&gt;Preside, non sono litalica, ma Italica.&lt;br /&gt;Se è per questo manco io sono Airone, ma Aquilani.&lt;br /&gt;Sì, ma che cazzo insegnate? Interroga Di Giovanni che prima d’insegnare circolazione aerea faceva il rappresentate di pecorino romano.&lt;br /&gt;Materie Giuridiche!&lt;br /&gt;E tanto ci voleva a dirlo?...- riprende Trinciatutto. Preside, mi ascolti, continuiamo col nome vero non con quelle cacchiate dei numeri.&lt;br /&gt;E va be’. Allora, Italica e Aquilani sono membri interni rispettivamente della A e della D.&lt;br /&gt;Ancora? Ma è tutti gli anni, e poi a noi di Diritto ci fanno fare pure i segretari, cioè un mazzo così!si strappano i capelli i giuristi&lt;br /&gt;Ragazzi, non posso farvi niente. Qui ci sono incroci fra classi, meglio, fra consigli di classe. Come faccio io a formare le commissioni se tutti vi tirate indietro.&lt;br /&gt;Noi non siamo tutti, siamo quelli di diritto.&lt;br /&gt;Si e poi –s’infervora il Primus-quando chiamerò quelli di disegno tecnico quelli mi diranno no, quelli d’impianti si ribelleranno e così via tutti quanti.&lt;br /&gt;Preside, a proposito, noi di Impianti di quale classe di concorso siamo? Io sapevo di essere della A035, mo mi hanno detto che sono nella sedici…&lt;br /&gt;No, la sedici è quella di Saverio!&lt;br /&gt;Natalino, non confondermi.&lt;br /&gt;Io volevo aiutare…&lt;br /&gt;Ma che aiutare…&lt;br /&gt;Mi sembra che sono nella C0030- fa da paciere Saverio.&lt;br /&gt;No Saverio, quellaè del laboratorio di agraria.&lt;br /&gt;Non ci capisco più niente, in quale classe sono, si può sapere?&lt;br /&gt;Saverio, qui stiamo per le commissioni! Quando finiamo, vieni in presidenza e ti faccio vedere.&lt;br /&gt;Sì, ma quella delle classi di concorso è un casino! Le hanno cambiate tutte…&lt;br /&gt;Franco, tu devi sapere che per il D.M. del 27 maggio 2011, articolo 943, comma 1&lt;br /&gt;Ma come, se siamo ancora nel febbraio 2010?&lt;br /&gt;Ma l’hanno già fatto, l’hanno già fatto. Tra un anno ti farò vedere il bollettino ufficiale… comunque, come dicevo, per il D.M. che ti ho detto, tutte le classi di conconcorso subiscono una variazione. Ad esempio, quelli di lingue confluiscono nella classe AC47.&lt;br /&gt;Ma non è quella per l’insegnamento dello strumento del clarinetto?,&lt;br /&gt;E beh, e che tu non lo sai che per usare il clarinetto devi adoperare la lingua? Ragazzi, dovete slinguare se volete usare il clarinetto!&lt;br /&gt;Ho capito, ci sta prendendo per il culo!&lt;br /&gt;Allora, torniamo alle commissioni…&lt;br /&gt;Preside-s’incazza Cazk- perché io lo debbo fare e Lunacci no? Questo non mi piace. E che …&lt;br /&gt;Nicola, è un piacere che ti chiedo…&lt;br /&gt;Ma che piacere, è una rottura di scatole! La colpa è di Del Sole. Io non lo dovevo fare, me l’aveva promesso…poi è venuto Saverio a piangere e…&lt;br /&gt;Promesso proprio no, comunque ti posso chiedere un piacere? Sorride il dirigente&lt;br /&gt;Ma questo è l’ultimo. Poi non venga a dire che sono cattivo…&lt;br /&gt;Ma che cattivo, è che tu sei di Bitonto!&lt;br /&gt;E che vuol dire?&lt;br /&gt;Dai, sei dello stesso paese di Lunacci. Sit’ pacci tutti e due.&lt;br /&gt;Ah, sì, quelli di Bitonto sono pazzi? E mo non lo faccio più, mi do ammalato.&lt;br /&gt;Dai, Nicola, stavo scherzando.&lt;br /&gt;Mo sì!&lt;br /&gt;Fuori la luna è alta nel cielo, bianca, nivea nel suo lindore immacolato. Non c’è traccia di smog nella periferia japigina; lo abbiamo inspirato tutto noi con lo sguardo rivolto al cielo, uscendo dall’antro infernale. Nell’ombra qualcuno mi prende per mano e sussurra: facciamo come quando eravamo ragazzini, andiamo a pomiciare soli io e te, al lungomare, con le stelle che stanno a guardare.&lt;br /&gt;Lo mando affanculo: E’ Saverio.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-3487819188917727471?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/3487819188917727471/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=3487819188917727471' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/3487819188917727471'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/3487819188917727471'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2010/02/le-commissioni-desame.html' title='LE COMMISSIONI D&apos;ESAME'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-6989750568320840835</id><published>2010-02-04T16:38:00.000+01:00</published><updated>2010-02-04T16:39:27.811+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='racconti di natalino lattanzi'/><title type='text'>Day Hospital</title><content type='html'>DAY HOSPITAL&lt;br /&gt;Le 7.30 di un mattino d’inverno.&lt;br /&gt;Fuori fa un freddo cane.&lt;br /&gt;La stilo di Saverio è ferma vicino il cancello della mia abitazione.&lt;br /&gt;Lui è tutto imbacuccato. Una coppola grigia giù sino agli occhi, la sciarpa di lana blu come l’impermeabile imbottito, pantaloni di velluto e stivaletti marroni.&lt;br /&gt;Penso che abbia anche camicia, maglione e giacca, ma non li vedo.&lt;br /&gt;Salgo in macchina al richiamo del clacson. Dentro c’è un bel calduccio: Saverio ha avviato il climatizzatore che ora, all’interno, dà circa 28 gradi. Fuori la temperatura ne segna appena 2.&lt;br /&gt;Lo saluto. Il vapore esce dalla mia bocca e appanna il parabrezza: ciao, socio, andiamo!&lt;br /&gt;Saverio non mi risponde e dà di gomito sul vetro; termina l’operazione e sorride sornione: quante ore avevi oggi?&lt;br /&gt;Cinque… e tu?&lt;br /&gt;Cinque – mi risponde felice.&lt;br /&gt;La Stilo corre veloce per i viali della città ancora assonnata.&lt;br /&gt;Un ciclista si ferma al semaforo dove c’è un giovane che distribuisce City.&lt;br /&gt;Ci fermiamo anche noi e chiedo due copie. Tanto – penso – avremo tempo per leggere.&lt;br /&gt;Riprendiamo il percorso verso il Policlinico. Chissà se ci faranno entrare.&lt;br /&gt;L’accesso, infatti, è vietato ai veicoli privati.&lt;br /&gt;Proviamo al primo ingresso. Ci rimandano indietro.&lt;br /&gt;Al secondo mi sdraio sul sedile con un fazzoletto premuto sul naso.&lt;br /&gt;Prontosoccorso! – grida il mio socio.&lt;br /&gt;Ci fanno passare.&lt;br /&gt;L’area che occupa l’ospedale consorziale è immensa, eppure pare che non ci sia un buco per parcheggiare.&lt;br /&gt;I posti per gli invalidi superano di un buon cinquanta per cento quelli per gli addetti ai servizi.&lt;br /&gt;I primari hanno tre metri quadri ciascuno per i SUV parcheggiati a cazzo di cane.&lt;br /&gt;Giriamo indolentemente per una ventina di minuti; stiamo per arrenderci quando un mezzo dell’Amniu si stacca dal marciapiede: è fatta.&lt;br /&gt;Saverio nota che si tratta di un parcheggio riservato alle autorità. Gli faccio notare che siamo Collaboratori del Preside. Più autorità di questa…&lt;br /&gt;Saverio annuisce: è vero, non ci avevo pensato.&lt;br /&gt;Ora dobbiamo cercare il centro dell’Ipertensione.&lt;br /&gt;Cacchio, ce ne sono sei! – ci dice un infermiere.&lt;br /&gt; Quale sarà quello giusto?&lt;br /&gt;Padiglione Chini, ci suggerisce una suora nero vestita.&lt;br /&gt;Andiamo!&lt;br /&gt;Nella portineria non c’è nessuno. Una vecchietta seduta sui sedili di legno marrone snocciola un rosario perché compaia un dottore che le indichi il gabinetto d’analisi.&lt;br /&gt;Giriamo come automi nel deserto più assoluto.&lt;br /&gt;Finalmente un essere umano!&lt;br /&gt;Lo abbordiamo. E’ un anziano infermiere. Vuol essere coccolato. Si lamenta con noi del lavoro stressante cui è sottoposto a un anno dalla pensione. Gli dolgono le gambe e i piedi e sente freddo sotto il naso per i baffi che sono due ghiaccioli.&lt;br /&gt;Gli suggeriamo di tagliarseli, ma lui ci guarda storto – è un voto per la squadra del cuore.&lt;br /&gt; Finisce l’idillio. Ci manda affanculo senza darci l’informazione.&lt;br /&gt;La tensione è diventata ipertensione. Si affetta come una ricottina quando ci rendiamo conto che sono le otto e non abbiamo la più pallida idea di quale sia la nostra meta.&lt;br /&gt;Saverio batte i denti, io le mascelle. Che cazzo di freddo proprio oggi!&lt;br /&gt;Ci pare un miraggio ma non lo è: è un dottore in carne e ossa che ci viene incontro tirando come un forsennato lunghe boccate a una sigaretta slim sul punto di spegnersi.&lt;br /&gt;Facciamo per chiedergli, ma lui ci precede: una sigaretta vera e sarò vostro schiavo per tutta la vita.&lt;br /&gt;Con un sorriso largo quanto la Stilo di Saverio tiro fuori il pacchetto delle Marlboro Light.&lt;br /&gt;Il medico lo guarda concupiscente e tende la mano.&lt;br /&gt;Alto là – dico io – prima l’informazione!&lt;br /&gt;Tutto ciò che vuole.&lt;br /&gt;Il centro d’ipertensione.&lt;br /&gt;Ma ce ne sono sei!&lt;br /&gt;Noi vogliamo il nostro.&lt;br /&gt;Mi dia un indizio – dice sofferente il cerusico e non muove lo sguardo dal mio pacchetto.&lt;br /&gt;Siamo ipertesi.&lt;br /&gt;Anch’io – e brandisce lo stetoscopio.&lt;br /&gt;Siamo ipertesi – ripeto – ma non tanto da darle le sigarette senza una contropartita.&lt;br /&gt;Capisco. Oltre l’ipertensione cos’altro accusate?&lt;br /&gt;Freddo.&lt;br /&gt;E’ normale. Ma parlatemi dell’anormale.&lt;br /&gt;Guardo Saverio.&lt;br /&gt;Anche il seguace di Ippocrate lo fissa dritto negli occhi e: Neurologia. Dite che vi mando io.&lt;br /&gt;Se mi dice il nome…&lt;br /&gt;Se mi dà il pacchetto…&lt;br /&gt;Ci guardiamo con sospetto, poi concordiamo. Scambio mano bocca.&lt;br /&gt;Pronuncia Poniello mentre gli scivola nelle mani il pacchetto di Light.&lt;br /&gt;Saverio apprezza il mio sacrificio e mi dice che quando usciremo, se usciremo, contribuirà all’acquisto di un nuovo pacchetto.&lt;br /&gt;Glielo faccio giurare.&lt;br /&gt;Lui giura.&lt;br /&gt;Andiamo in Neurologia – dico tranquillo.&lt;br /&gt;Sì, ma dov’è? Replica Saverio.&lt;br /&gt;Con uno scatto di reni recupero Poniello che sta tirando come un drogato.&lt;br /&gt;Dice di seguirlo, tanto è lui il primario.&lt;br /&gt;Divento cortese soffocando il desiderio di soffocarlo (cazzo, non poteva dirlo prima?) e gli offro un altro pacchetto di Light, tanto ne ho una scorta in macchina.&lt;br /&gt;Sorride felice e aspetta che ci raggiunga Saverio.&lt;br /&gt;Il tragitto è breve. Una costruzione a cinque piani ci mostra le finestre illuminate al neon.&lt;br /&gt;Il cielo è color grigio lupo.&lt;br /&gt;L’indagacervelli si ferma: andate avanti – ci dice – io me ne faccio un’altra.&lt;br /&gt;Se ci fermano?&lt;br /&gt;Poniello, dite Poniello.&lt;br /&gt;Poniello è primario del quinto piano.&lt;br /&gt;L’ascensore non funziona. L’unico a scassare i timpani col suo rumore di ferraglia ha bisogno della chiave.&lt;br /&gt;E’ il turno di Saverio: si porta il fazzoletto al naso e finge di perdere sangue.&lt;br /&gt;L’ambulanza lo porta al Pronto Soccorso.&lt;br /&gt;Io tallono la vettura con il fiato a metà. Ho vinto il freddo: sudo.&lt;br /&gt;Finalmente l’autista si ferma e tira fuori la barella su cui è il mio socio; lo distraggo mentre Saverio prende la fuga.&lt;br /&gt;Siete due pezzi di merda! – ci grida il dipendente sanitario.&lt;br /&gt;Ma a noi non ce ne frega un cazzo.&lt;br /&gt;Poniello sta appallottolando il primo pacchetto quando ci ritroviamo davanti a Neurologia.&lt;br /&gt;Come mai ancora qui?&lt;br /&gt;Col fiato corto gli rispondiamo che abbiamo voluto aspettarlo, per delicatezza.&lt;br /&gt;Bravi, andiamo.&lt;br /&gt;Lui ha la chiave e saliamo. L’ascensore si ferma al terzo piano.&lt;br /&gt;Il primario ci spiega che la tromba delle scale al quarto e al quinto si restringe  e la cabina non passa. In pratica, bisogna farseli a piedi, gli ultimi due. I gradini misurano ognuno mezzo metro. Poniello tira, noi non molliamo, gli stiamo dietro. Se fossimo nel presepe Gesù bambino avrebbe un caldo d’inferno.&lt;br /&gt;La sala d’attesa è gremita. I pazienti, eccetto uno che sorride con ghigno diabolico, hanno il volto sofferente e si tengono con il destro il braccio sinistro. Un batuffolo di cotone impregnato di sangue poggia sull’incavo, dove è stato fatto il prelievo.&lt;br /&gt;Siamo gli ultimi ma al tempo stesso i primi.&lt;br /&gt;Varchiamo la soglia del gabinetto d’analisi. Ci stoppa un’infermiera. Niente più analisi per oggi: la dottoressa è stata ricoverata in ortopedia.&lt;br /&gt;Ne capiamo il motivo.&lt;br /&gt;Ci raggiunge una dottoressa giuliva. Sorride non appena ci scorge e ci domanda: i raccomandati?&lt;br /&gt;Saverio ed io ci guardiamo: E da chi?&lt;br /&gt;Ma da Poniello. Vi adora! Su, venite  facimm’ ambress’.&lt;br /&gt;Per una volta al di là della cattedra, la dott. ci sottopone a un  fuoco di fila di domande su tutta la parentela.&lt;br /&gt;Ma non si può fare i cazzi suoi? – penso.&lt;br /&gt;Mi ha letto nel pensiero: È per l’anamnesi, sussurra e scodinzola.&lt;br /&gt;Entra lo psicologo, ci guarda e dice: ora siete miei, andiamo!&lt;br /&gt;Il suo è un bugigattolo con una finestra, una scrivania,  una poltroncina (per lui) e una sedia per noi.&lt;br /&gt;Ci accomodiamo occupando mezzo sedile ciascuno.&lt;br /&gt;Il dott sorride: no, uno per volta.&lt;br /&gt;Facciamo la conta: tocca a me.&lt;br /&gt;Mi racconta una storiella che devo tenere a mente per riassumerla, cosa che mi accingo a fare.&lt;br /&gt;Invece no, più tardi! Ora devo leggere in fretta alcune lettere con grafica colorata in cui, ad esempio, il verde è scritto in rosso, ed io devo leggere rosso e non verde. Che casino! Ma io, che son un gran casinista, nel casino mi ci trovo e le azzecco tutte.&lt;br /&gt;Per ultimo affrontiamo il discorso sul pisello. Cazzo, vuol sapere se è ancora attivo! Gli racconto una mezza bugia. Sto per andar via quando si ricorda della storiella. Mi accorgo che manco lui se la ricorda e gliene invento una di sana pianta.&lt;br /&gt;Dice che va bene, che sono attivo più di un vulcano spento.&lt;br /&gt;Mi sta prendendo per il culo.&lt;br /&gt;Poi tocca a Saverio e giù altre cazzate.&lt;br /&gt;Torniamo da Giuliva (per distinguerla). Ci fa spogliare, chiede la nostra altezza (spariamo cazzate), misura il nostro peso, la massa magra (a Saverio solo quella grassa), la pressione al braccio. Ci fa distendere su un tavolaccio, in canottiera, e c’incatena con quattro misuratori ai polsi e alle caviglie.&lt;br /&gt;Fuori il freddo si fa sempre più pungente, mezzi nudi lo avvertiamo anche noi.&lt;br /&gt;Finalmente  ci rivestiamo quando la pelle è lì lì per assumere il colore bluastro.&lt;br /&gt;Ci attende una dottoressa dall’aria svogliata: Siete voi che dovete fare l’elettrocardiogramma?&lt;br /&gt;Un sì ugulato all’unisono accende di cupidigia gli occhi della seguace di Ippocrate: spogliatevi!&lt;br /&gt;Come, ancora?&lt;br /&gt;E se no come vi faccio l’elettro.&lt;br /&gt;Anche i pantaloni? Azzarda Saverio.&lt;br /&gt;Se ha il cuore nei reparti bassi, anche quelli.&lt;br /&gt;Il freddo continua a farsi sentire e la nostra pelle si ritinge di blu.&lt;br /&gt;Avanti il primo!&lt;br /&gt;Tolga anche la canottiera!&lt;br /&gt;Virilmente obbedisco.&lt;br /&gt;Si distenda sul lettino!&lt;br /&gt;Cazzo, voglio vedere se Garibaldi avrebbe continuato a dire Obbedisco.&lt;br /&gt;Torno subito – mormora la cardiosotutto.&lt;br /&gt;Torna dopo dieci minuti, quando io sono ormai un lombo refrigerato.&lt;br /&gt;Su, che non è niente, non tremi!&lt;br /&gt;Mi scuso. È per il freddo.&lt;br /&gt;Aah!...&lt;br /&gt;Mi poggia gli elettrodi un po’ dappertutto.&lt;br /&gt;Le ventose sembrano refrattarie alla mia pelle, per il sottile strato di ghiaccio che la ricopre.&lt;br /&gt;Massaggi il torace  e le caviglie! Ecco, bravo, così!&lt;br /&gt;Torno rosato come un porcellino appena nato.&lt;br /&gt;La macchina segna battiti e sbalzi sulla carta pseudo pergamenata.&lt;br /&gt;Attenda qualche secondo…&lt;br /&gt;Fa non so cosa, poi torna e: Si rivesta!&lt;br /&gt;Gongolo al pensiero che Saverio subirà lo stesso martirio.&lt;br /&gt;Invece no! Cazzo che fortuna ha quell’uomo!&lt;br /&gt; In quattro e  quattrotto ha finito e, a sfottò, mi sorride col medio alzato.&lt;br /&gt;Torniamo in sala d’attesa.&lt;br /&gt;Giuliva è contenta. Ci guarda e dice: Lattanzi alla schermografia, Del Sole all’ecocardiogramma.&lt;br /&gt;Da buon fumatore guardo sempre con sospetto alla trapanazione radiografica. Saverio, invece, è preoccupato per questo nuovo esame cardiologico.&lt;br /&gt;Ci guardiamo, poi decidiamo di confortarci a vicenda.&lt;br /&gt;Lo accompagno. Il padiglione Chini è questa volta quello giusto.&lt;br /&gt;Ormai lo conosciamo bene. C’inoltriamo nel deserto.&lt;br /&gt;Cacchio, è diventata l’unica carovaniera. Ci facciamo largo tra le spinte  che riceviamo e ricambiamo, sino alla stanza del dott. Iacovo. Un pigolio intenso trasuda dalla porta d’ingresso. Siamo in un pollaio industriale.&lt;br /&gt;Il cigolare di uno stipite ci mostra il volto incartapecorito di un camice bianco.&lt;br /&gt;Chi è  Del Sole?&lt;br /&gt;Saverio si toglie la coppola e si fa avanti.&lt;br /&gt;Venga!&lt;br /&gt;La porta si chiude.&lt;br /&gt;Non so cosa avviene in quell’alcova ovipara, certo il tempo trascorre senza che Saverio ne venga fuori.&lt;br /&gt;Decido all’istante: rompo gli indugi e mi reco nella sala blindata delle radiografie. Tanto siamo nello stesso padiglione. Ci ritroveremo, dove non so, ma un giorno…, il dottor Zivago insegna.&lt;br /&gt;Un tecnico con una cicca spenta tra le labbra è appoggiato indolentemente a uno stipite.&lt;br /&gt;Farò presto – penso.&lt;br /&gt;Mi vede, mi chiede se corrispondo al nominativo che gli hanno citofonato e mi dice di attendere. Tornerà subito.&lt;br /&gt;Aspetto pazientemente per un buon quarto d’ora. Eccolo che torna.&lt;br /&gt;Allora, è pronto?&lt;br /&gt;Da sempre rispondo.&lt;br /&gt;Bene, si spogli, tolga il maglione, la camicia, la canottiera…&lt;br /&gt;La pelle anche?&lt;br /&gt;Le piace scherzare – mi dice mentre appoggio la spalla nuda su una lastra metallica. Un brivido mi fa rizzare… i capelli.&lt;br /&gt;Fermo, così, non respiri!&lt;br /&gt;Non respiro. Cazzo, ma quanto tempo ci mette a scattare la foto.&lt;br /&gt;Sono in apnea da un bel po’, con il volto che nello sforzo di trattenere l’aria è diventato rosso come una mela Star quando mi consente di rimettere in funzione i polmoni.&lt;br /&gt;Il mio è più un lamento, un sospiro liberatorio che un ampio respiro.&lt;br /&gt;Centellino l’aria  che vaporizza in effetto condensa.&lt;br /&gt;Ora  di profilo con le mani sul capo!&lt;br /&gt;Ho visto molti film polizieschi, per cui mi è facile obbedire.&lt;br /&gt;Non respiri!&lt;br /&gt;Cacchio, spero che questa volta non se la prenda tanto comoda.&lt;br /&gt;Speranza assurda più che vana.&lt;br /&gt;Chiedo, finita l’operazione, quale sia la camera di decompressione.&lt;br /&gt;Allora le piace proprio scherzare! – mi ghigna il tecnico. – Attenda, che le dico .&lt;br /&gt;Attendo e non mi dice. Entra ed  esce dalla stanza mordicchiando la cicca e sbattendosene della mia ansia.&lt;br /&gt;Lo attendo al varco e l’abbordo: e allora?&lt;br /&gt;Tutto normale.&lt;br /&gt;Questa volta mando un lunghissimo respiro di sollievo. Si forma una piccola nube che poi si scarica in una pioggerellina marzolina.&lt;br /&gt;Torno in cardiologia. Di Saverio non c’è traccia. Busso.&lt;br /&gt;E’ qui Del Sole?&lt;br /&gt;Silenzio.&lt;br /&gt;Ripeto: il prof. Del Sole è ancora qui?&lt;br /&gt;Si riaffaccia l’incartapecorito: lei chi è, un parente?&lt;br /&gt;Vent’anni d’amicizia mi hanno reso tale.&lt;br /&gt;Sì, il gemello!&lt;br /&gt;Attenda, sta rivestendosi.&lt;br /&gt;Torna il pigolio intenso, si ferma, riprende, poi Saverio.&lt;br /&gt;E’ rosso come un peperone della Cajenna, ma sorride: Tutto a posto. Ora andiamo alla radiografia.&lt;br /&gt;Già fatto – dico soddisfatto – anche a me tutto a posto.&lt;br /&gt;Giuliva ci attende. È il momento dell’olter.&lt;br /&gt;Rassegnati, Saverio ed io, senza aspettare che ce lo si dica, entriamo nella saletta olter e ci togliamo giacca, maglione, camicia e canottiera.&lt;br /&gt;Per il mio socio l’operazione è più lunga perché indossa la maglia della salute che ha un giro collo strettissimo.&lt;br /&gt;Lo aiuto e gli scompiglio quei  quattro peli che gli circondano la nuca. Lui si passa una mano sul capo quasi a volersi ricomporre.&lt;br /&gt;L’olter è una macchina rettangolare delle dimensioni di una compatta fotografica. Ha un orologio interno che segna le ore e poi chissà quale diavoleria che registra le pulsazioni cardiache e la pressione arteriosa.&lt;br /&gt;Posizionata in una custodia di materiale sconosciuto, è dotata di una cintura da allacciare i vita, una fascia misuratrice di pressione collegata al marchingegno da un lungo tubicino cavo, che  passa intorno al collo a mo’ di collana.&lt;br /&gt;Il posizionamento non sarebbe sgradevole se fosse disposto in stagione primaverile o estiva, ma col freddo che tira ti fa accapponare la pelle che ormai degrada dal blu violetto al grigio topo. E’ necessario, infatti, una volta messo a mo’ di cilicio, resettare il piccolo computer di cui è dotato e riavviarlo dopo due o tre tentativi andati in buca.&lt;br /&gt;Giuliva ci raccomanda: Quando sentite che il bracciale si gonfia e diventa tanto duro da farvi dolere il braccio, chiamatemi, così verificherò che tutto funzioni al meglio.&lt;br /&gt;Detto questo, si avvicina a Saverio, lo circonda con le braccia per sistemare in vita la cintura reggente.&lt;br /&gt;Il mio socio è immobile come un fuso.&lt;br /&gt;Poi è il mio turno.&lt;br /&gt;Giuliva mi si avvicina, mi circonda con le braccia e io sento il profumo dei suoi capelli lavati di fresco e shampati di buono.&lt;br /&gt;So che il bracciale comincerà immediatamente a funzionare.&lt;br /&gt;Ora fermatevi nella sala d’attesa e, non fatevi scrupolo, chiamatemi!&lt;br /&gt;La mia previsione non falla: non appena mi seggo sento il bracciale pompare.&lt;br /&gt;Saverio mi dà di gomito: anche a lui.&lt;br /&gt;Il bracciale stringe in modo sorprendente, tira i tendini del braccio sinistro, ne rattrappisce le dita per il formicolio intenso che procura alle falangi e per il sonno in cui è caduto il muscolo estensore del carpo in visita a sua sorella.&lt;br /&gt;Ancora una volta virilmente non emettiamo un solo lamento, confortati come siamo dal sorriso di una suorina che ci siede accanto.&lt;br /&gt;Quando il dolore diviene più acuto, però, ci alziamo e bussiamo alla porta di Giuliva: dottoressa- sussurriamo – è gonfio è duro e ci fa male.&lt;br /&gt;Giuliva non risponde.&lt;br /&gt;Con discrezione riproviamo con un filo di voce: Dottoressa, ci fa male, è gonfio e duro.&lt;br /&gt;Ma la nostra tutrice deve essersi addormentata: la porta resta chiusa.&lt;br /&gt;A quel punto, perso ogni ritegno, gridiamo univocamente: Giuliva, è duro, gonfio e ci fa male.&lt;br /&gt;La suora ci guarda sconvolta, si alza e va a rincantucciarsi, in diagonale, nell’angolo opposto a quello che occupiamo noi.&lt;br /&gt;Anche gli altri pazienti in attesa di essere visitati ci mostrano il loro disprezzo indirizzandoci severe espressioni verbali di rimprovero.&lt;br /&gt;Saverio ed io inebetiamo.&lt;br /&gt;Cosa cacchio vogliono questi stronzi! Non lo sanno che poi verrà il loro turno?&lt;br /&gt;Giuliva apre rapidamente la porta. Nello sguardo c’è un rimprovero frenato solo dall’essere raccomandati dal suo capo. Ci fa entrare nella saletta, controlla senza dire una parola lo stato delle nostre braccia. Si rende conto che qualcosa non va. Resetta il tutto, ci inviata a tornare nella sala d’attesa e ci raccomanda: Non urlate, non parlate, bussate soltanto, date tre forti  colpi e vi aprirò.&lt;br /&gt;Nella sala d’attesa tutti i pazienti sono raggruppati in fondo. Al nostro apparire si raccolgono ancor più. La suora ci mostra il suo biasimo non degnandoci di uno sguardo.&lt;br /&gt;Ora il marchingegno va bene. Lo comunichiamo a Giuliva dopo aver quasi sfondato la porta.&lt;br /&gt;Torneremo domani per il prelievo e per l’estolsione dell’olter.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-6989750568320840835?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/6989750568320840835/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=6989750568320840835' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/6989750568320840835'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/6989750568320840835'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2010/02/day-hospital.html' title='Day Hospital'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-7532667324084928123</id><published>2009-12-07T17:05:00.002+01:00</published><updated>2009-12-07T17:10:37.935+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cronache di scuola'/><title type='text'>UN CASO DI MALASANITA'</title><content type='html'>un caso di malasanità: la supplentite&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È una malattia poco conosciuta, ma non rara. Colpisce in particolare i docenti di merceologia, ma è pericolosamente contagiosa.&lt;br /&gt;Non sono pochi, infatti, i proff. che ne sono colpiti, alcuni in modo grave, altri in forma lieve.&lt;br /&gt;Purtroppo non esiste vaccino.&lt;br /&gt;Mocchh’ a chi v’è murt’.&lt;br /&gt;È Sandrino Tullìolo, che si presenta, più o meno così, ogni mattina.&lt;br /&gt;È con noi da un lustro abbondante.&lt;br /&gt;Medio-basso, brizzolato, carnagione gelso bianco maturo, coppola mafiosa, occhi strabordanti, dentatura a fessure, è dotato di una delicatezza senza pari.&lt;br /&gt;Si presenta ogni mattina, rumoroso come un elefante in un deposito di tegami di ferro, animato da un’unica intenzione: supplire a pagamento tutto e tutti, anche il preside, se fosse possibile.&lt;br /&gt;Sappiamo che il suo primo pensiero, non appena desto, è rivolto affettuosamente a noi, al corpo docente cioé.&lt;br /&gt;Il suo ingresso in segreteria è preceduto da una sosta in portineria, al cui sportello, su una mensola, è il registro delle assenze.&lt;br /&gt;Passa in rassegna prima quelli che il giorno prima avevano dato segno di essere in odore di influenza porcina, poi quelli che avevano lamentato mal di schiena e scricchiolio delle ossa, poi i docenti provvisti di 104 per la tarda età dei parenti stretti e, infine, quelli più anziani, i pensionandi.&lt;br /&gt;Augura a tutti un impedimento legato a morte prematura, morte matura, morte degli avi per ictus, infarto, o che so io, e, dulcis in fundo, ripercorre a mente i nomi dei colleghi quotidianamente sulla circonvallazione, perché non si sa mai, un incidente può sempre capitare.&lt;br /&gt;Certo, più serio è l’intoppo più si allungano i tempi di assenza: che siano almeno tre, però, ma anche uno non guasta.&lt;br /&gt;Eh sì, perché Sandrino ha dato la sua disponibilità tutti i giorni, in tutte le ore di buco e no.&lt;br /&gt;Qualcosa – pensa – deve pur uscire.&lt;br /&gt;Il morbo lo attanaglia in modo feroce e, quando entra in crisi d’astinenza, sfodera un repertorio in lingua indigena che la Zanichelli dovrebbe approfittarne per tirar fuori l’ennesimo dizionario.&lt;br /&gt;A fine quadrimestre si ritrova con un monte ore di supplenza che supera quello curriculare; tanto c’è il compresente, Masino Lafaina, con cui divide fughe e imboscamenti.&lt;br /&gt;Perché, dovete sapere, Lafaina è pure lui gravemente ammalato.&lt;br /&gt;La malattia si presenta in varie forme; quella di Masino è supplentite paraculata.&lt;br /&gt;Chi ne è portatore mostra grande cortesia, sfodera sorrisi a iosa, saluta.&lt;br /&gt;Purtroppo il morbo in soggetti di questo tipo è subdolo, nascosto, ma estremamente letale.&lt;br /&gt;Come complicanza ha la chiarchiarite, che trasforma il portatore in (si spera) innocuo iettatore.&lt;br /&gt;Con fare nonchalantico (neologismo di origine barbarica), Lafaina, non appena c’incontra (ma noi pensiamo che faccia apposta a incontrarci), s’informa se tutto sia a posto, se deve sostituire qualcuno, che glielo si dica in tempo altrimenti ha da fare, se i suoi teorici, lui che è un pratico, sono presenti o se deve sciroppare in solitudine le ore di lezione.&lt;br /&gt;Poi, dando a intendere che ha dimenticato qualcosa in portineria, si avvicina alla sacra bibbia e fa scorrere gli occhi a fessura sulle stanche pagine. Mostra sommo gaudio se vede il suo nome tra i tanti prescelti e va in classe con aria sconsolata se manco un’ora gli è stata attribuita. Però si rassegna e poco dopo, se t’incontra nuovamente, ti risaluta a occhi bassi con un lieve sorriso che gli increspa le labbra.&lt;br /&gt;È lì che entra in gioco la chiarchiarite: chissà che maledizione sta invocando su di te!&lt;br /&gt;Per fortuna ricorrono vari rimedi per non essere toccato dal maleficio: il più efficace consiste nel toccarsi contando sino a 13 e mezzo, ma ve ne sono altri, anch’essi efficaci. È sufficiente, di solito, impugnare saldamente un mazzo di chiavi, incrociare le dita, stringere cornetti e gobbetti nel palmo della mano. Solo come estrema ratio occorre segnarsi con un aglio ed esclamare a alta voce vade retro satana.&lt;br /&gt;Quest’ultimo rimedio è però vivamente sconsigliato perché gli agnostici ti prendono per pazzo.&lt;br /&gt;Lafaina si accompagna spesso a Tonio Hazzone (perché lo pronunciamo alla toscana), uomo di non gradevolissimo aspetto per la consuetudine che ha, da quando ha contratto la malattia, di sfregare energicamente il suo posteriore. Ovviamente nessuno di noi è disponibile a scambiare con lui strette di mano e, quando proprio non ne possiamo fare a meno, subito dopo corriamo in bagno a lavare i nostri arti prensili.&lt;br /&gt;Anche Hazzone ha crisi di astinenza, specie in prossimità delle feste natalizie quando, magicamente, cessano le assenze e con esse le supplenze. L’anno scorso Tonio ha trascorso la vigilia in sala operatoria per la più grave crisi avuta in corso di supplentite. Prese a grattare con tale veemenza il suo posteriore da irritare irrimediabilmente le emorroidi, tanto che fu necessario l’intervento. Per più di un mese non è venuto a scuola ed è stato supplito per lo più da colleghi non affetti dal morbo. Il primario ci confessò che quello è stato il periodo più terribile per Tonio, che voleva venire a scuola a supplire se stesso. Una fiala al giorno di valium per via rettale di solito era sufficiente a calmare la sua frenesia. A volte, però, i medici sono stati costretti a inc… insuflarlo per ben due volte al dì.&lt;br /&gt;L’altro caso disperato è quello di Water (ci fu un errore anagrafico: i genitori dichiararono all’ufficiale anagrafico Walter, ma il colletto bianco, premonitore, omise la elle) che porta il nome di un imperatore: Vespasiano. Comunque è un uomo famoso: Vespasiano è scritto su tutti i cessi della città.&lt;br /&gt;Ebbene, Vespasiano è affetto da una forma complessa e anomala di supplentite. È esplosa all’inizio dell’anno, anche se i prodromi risalgono a un paio d’anni fa, come si rileva dall’anamnesi verbalizzata da un medico psichiatra in crisi, marito di una collega in crisi perché impossibilitata a gestire una casa di 200 metri quadri, se non con un orario ad personam.&lt;br /&gt;Noi non abbiamo potuto prendere visione della perizia per via della privacy, che mai come in questo caso è appropriata, ma sono stati i fatti successivi a rendere chiara la sua patologia.&lt;br /&gt;È accaduto, infatti, di recente, che siano cresciute nella classe di concorso di merceologia quattro ore da assegnare a un docente precario. Beh, Vespasiano, che sin allora non aveva dato cenni manifesti di malattia, è stato preso da attacchi di pettegolite, una complicanza della supplentite. Come una gestante presa dalle voglie alla conta dell’ultima settimana, ha dato in smanie, straparlando contro la dirigenza, perché il surplus orario fosse affidato a lui e a lui soltanto. Cosa che, chiaramente, non è accaduta.&lt;br /&gt;Ha preso, così, a snocciolare rosari a bassa voce, specie quando c’incontra, e non appena gli voltiamo le spalle ci fa le corna.&lt;br /&gt;La cosa, ovviamente, ci ha arrecato grande disagio.&lt;br /&gt;Come cacchio ha fatto a sapere i fatti nostri? – ci siamo chiesti sorpresi.&lt;br /&gt;Abbiamo pensato, allora, di rivolgerci al presidente della Regione, il dott. Ricchiuti, perché si desse una mossa e vedesse di arginare questi casi di supplentite, ormai a rischio di divenire pandemia.&lt;br /&gt;Il presidente ha risposto alla nostra interrogazione chiedendo a sua volta se tra i monattati vi fosse almeno un omosessuale o, nel peggiore dei casi, qualche docente con due orecchini, altrimenti gli sarebbe stato impossibile intervenire presso il ministro della Salute Pubblica per avviare una ricerca farmacologica.&lt;br /&gt;Disgraziatamente, per i dati ufficiali tra noi non vi sono pederasti dichiarati, c’è solo qualcuno delle nuove leve che si fregia di un orecchino, però sospettiamo che una discreta percentuale sia sulla strada della pederastite.&lt;br /&gt;Ricchiuti ci ha risposto incazzato: No ricchioni, no party!&lt;br /&gt;Il potere della pubblicità!&lt;br /&gt;Ancora una volta è stato dimostrato quanto le strutture pubbliche siano inefficienti per la scarsa attenzione che i politici dedicano ai gravi problemi che attanagliano il Paese.&lt;br /&gt;Ormai siamo in piena pandemia, Il morbo si diffonde rapidamente. La triste previsione, tragicamente confortata dall’indagine demoscopica affidata al dott. Mannheimer di Porta a Porta, è che avrà un breve intervallo durante la Pasqua del Signore, per riprendere, flagellante, sino al 30 di Giugno.&lt;br /&gt;Poi tutti al mare!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-7532667324084928123?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/7532667324084928123/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=7532667324084928123' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/7532667324084928123'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/7532667324084928123'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/12/un-caso-di-malasanita.html' title='UN CASO DI MALASANITA&apos;'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-2407029083137374879</id><published>2009-12-01T12:22:00.000+01:00</published><updated>2009-12-01T12:23:20.922+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cronache di scuola'/><title type='text'>Cose che capitano</title><content type='html'>COSE CHE CAPITANO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Beato chi può!&lt;br /&gt;Io non può, evidentemente.&lt;br /&gt;Cavolo, ero lì a lavorare con Porzia e Del Cozo l’Africano, quando entrò in vicepresidenza Fallonio, o come fallo si chiama, il nuovo collega di Fisica, con aria dispiaciuta, anzi imbronciata.&lt;br /&gt;Era infagottato in un cappotto marrone, non so se di capra o di bisonte, la barba appena accennata sul volto e gli occhi bassi, come lui, del resto. Mi pareva Brunetta casual.&lt;br /&gt;– Piccolo, che ti succede? – gli chiese Porzia, tutta materna.&lt;br /&gt;Fallonio la guardò, poi spostò lo sguardo su Del Cozo e me, senza parlare.&lt;br /&gt;Porzia ripeté: – Piccolo, c’è qualcosa che non va, guai in famiglia, la mamma non sta bene, il piccolo del piccolo è ammalato?&lt;br /&gt;Fallonio si prese una pausa di riflessione.&lt;br /&gt;Noi eravamo in ansia per lui.&lt;br /&gt;Ehi, piccolo, parla, sei tra amici.&lt;br /&gt;– Questa è una grande famiglia, – incalzò Del Cozo, – sii franco!&lt;br /&gt;Franco Carbonchio si affacciò nella stanza: se è per una supplenza, oggi non posso; devo fare l’evacuazione.&lt;br /&gt;– Evacua pure, – intervenni, – come ha detto Saverio, questa è una grande famiglia, patriarcale, anzi; un po’ d’olio di ricino non si nega a nessuno.&lt;br /&gt;Franco, da quando si è rifatto gli occhi, è diventato birichino. Dice che vede tutto sotto altra luce e che non è disposto a fare il tappabuchi, ora che i buchi degli occhi glieli hanno allargati.&lt;br /&gt;Mi guardò in tralice e poi, con quell’affetto che traspare dal suo volto ogni volta che teme che qualcuno lo voglia gabbare, mi mandò affanculo: sempre voglia di scherzare, mi disse poi, passandosi una mano sulla pelata nel vano tentativo di mandare indietro capelli che non ha mai avuto.&lt;br /&gt;Porzia lo rassicurò: – Non devi tappare nulla, parlavamo con Fallonio.&lt;br /&gt;– Come si chiama?&lt;br /&gt;Fallonio venne fuori dalla trance e borbottò qualcosa come «Eduardo Fallonio» o, almeno, così volemmo sentire.&lt;br /&gt;Poi ingrugnì: – Non ti piace?&lt;br /&gt;– Per carità, – sbottò Franco, – abbiamo i colleghi Budellazzi, Cazzolla e Pompilio… cosa vuoi che ci faccia un Fallonio in più!&lt;br /&gt;Il collega di Fisica ricadde in trance.&lt;br /&gt;– Piccolo, Franco scherza. Come ti ho detto, questa è una famiglia.&lt;br /&gt;Un rosato non si nega a nessuno.&lt;br /&gt;In effetti, Concetta era sulla soglia, non che aspettasse che le si desse il permesso di entrare, ma per questioni di spazio. La vicepresidenza, infatti, è un bugigattolo piccolo, stretto e con intonaco gonfiato per le infiltrazioni che provengono dal bagno di servizio attiguo, ma climatizzato. Come dicevo, la Rosato confortò il nuovo acquisto assicurandogli che Franco è come Gorbaciov, sembra cattivo, ma è un pezzo di pane, un po’ rancido, ma sempre pane è.&lt;br /&gt;Eduardo si riscosse per la seconda volta e ci disse che voleva un po’ di privacy.&lt;br /&gt;La privacy non si nega manco al peggior nemico, perciò pregammo Franco e Concetta di lasciare che il nuovo assunto si confessasse con la sola triade, cioè Porzia, Saverio e io.&lt;br /&gt;Non appena soli, Eduardo aprì il suo caier de lagnance.&lt;br /&gt;Ci disse, il fisico, che la sua situazione era drammatica, unica e non assimilabile ad alcun’altra.&lt;br /&gt;Lo esortammo e preparammo i nostri scottex.&lt;br /&gt;Il poverino ci confessò di abitare in una grande villa nella foresta in cui svettava un solo albero, un banano. L’ unico mezzo di trasporto, sino alla prima carrabile, erano le liane. Per tanto, sin quando smetteva l’habitus tarzaniano, metteva a cuccia Cita, rimpinzava di banane il gorilla guardiano, rassicurava la moglie e distribuiva lecca lecca ai bambini, si facevano le 21 serotine. Ciò rendeva impossibile la sua presenza ai collegi e ai consigli di classe che inopinatamente il preside, senza chiedere un suo autorevole parere, destinava dalle 17.00 in poi. Quindi, data l’illogicità delle decisioni dirigenziali, egli, l’Eduardo, si sentiva in dovere di sottolineare il comportamento irresponsabile del capo d’Istituto, ne chiedeva l’immediata destituzione e si dichiarava disponibile a sostituirlo.&lt;br /&gt;Brunetta Secondo terminò il pistolotto tra le nostre lacrime che gocciolavano dagli scottex ormai inservibili.&lt;br /&gt;Mi asciugai le lacrime e pensai che anche io possedevo una foresta con un albero quasi in fin di vita, ma la villa , quella, cazzo, no!&lt;br /&gt;Guardai Saverio e capii che eravamo sulla stessa scia di pensiero. Lui, infatti, se è pur vero che la villa ce l’ha, ha però perso da tempo foresta e albero!&lt;br /&gt;Ci consultammo con Porzia.&lt;br /&gt;La nostra è una triade di pensiero e di azione, come Mazzone, cioè Mazzini, e decidemmo: l’ammutinamento sarebbe stato più feroce di quello del Baunty.&lt;br /&gt;Congedammo il gerarca al grido di Eia, Eia mio capitano!&lt;br /&gt;Fallonio ha ricevuto una riservata personale con tanto di timbro della Repubblica Italiana.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-2407029083137374879?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/2407029083137374879/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=2407029083137374879' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/2407029083137374879'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/2407029083137374879'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/12/cose-che-capitano.html' title='Cose che capitano'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-5729993902757038229</id><published>2009-11-13T14:04:00.001+01:00</published><updated>2009-11-13T14:13:26.956+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cronache di scuola'/><title type='text'>L'ORIENTAMENTO</title><content type='html'>Eppure la circolare specificava nell’oggetto:  Organizzazione dell’orientamento&lt;br /&gt;Cazzo, pensai, proprio me doveva chiamare il preside, io o me che non mi oriento manco con la bussola!&lt;br /&gt;Piegai il foglio in quattro e lo misi in saccoccia. Lo avrei  letto a casa, con calma.&lt;br /&gt;Non ho familiarità genetica con gli elefanti e quando cambiai giubbotto dimenticai il vademecum.&lt;br /&gt;Saverio mi telefonò alle 16 e 35&lt;br /&gt;Minchia fai ancora a casa? Qui c’è la riunione, corri!&lt;br /&gt;Quale Saverio- mi dissi chiudendo il cellulare- Del Ciole o Del Cozo l’Africano? Optai per l’ultimo, tanto è sempre la stessa persona.  Comunque fu la minchia a farmi decidere.&lt;br /&gt;Cavolo, vengo subito, ma non mi sono organizzato!&lt;br /&gt;Ma dai, non ci pensare, vieni che stiamo per cominciare!&lt;br /&gt;E che mi frega- pensai- cominciassero pure ma io senza organizzazione col cavolo che mi presento!&lt;br /&gt;Mi battei una mano sulla fronte: l’ipercoop!&lt;br /&gt; Proprio quella mattina avevo trovato nella buca della posta, dove avevo scritto che non accettavo pubblicità, la pubblicità di un Tom Tom a sottocosto.&lt;br /&gt;Cazzo, li avrei fregati tutti!&lt;br /&gt;Arrivai che non c’era un cazzo di posto. Mi guardai attorno: niente vampiri. Parcheggiai sulle strisce.&lt;br /&gt;Manco il tempo di chiudere la macchina  che un fischio mi trapanò i timpani.&lt;br /&gt;Ecco gli stronzi, erano coperti dagli alberi! Mi vennero incontro con il taccuino delle multe ridotto agli ultimi fogli. Portarono la mano alla visiera e mi chiesero i documenti. Lessero il mio nome e quello scritto sulle strisce pedonali e dettero di gomito.&lt;br /&gt;Cacchio, avevo coperto con la ruota anteriore sinistra  proprio la N. Si leggeva per terra “atale sei grande”, con tanto di punto esclamativo.&lt;br /&gt;Loro, gli sbirri, invece, giuravano che c’era scritto anale.&lt;br /&gt;Mostrai la patente e la tessera sanitaria col codice fiscale: cercavano Lattanzi Anale e non lo trovarono.&lt;br /&gt;Sui documenti c’è scritto Natale, ma loro mi chiesero se natale e anale fosse uguale. Io dissi di no. E che cazzo, non si capisce che una cosa è il Natale e ben altro è l’anale? &lt;br /&gt;Chiarirono che l’avevano chiesto agli altri dell’Istituto ma che tutti avevano detto che il Natale non era ancora arrivato.&lt;br /&gt;Cavolo, siamo a novembre, bella scoperta!&lt;br /&gt;Capii che mi cercavano non per il parcheggio, ma per la scritta che, per loro, solo un imbranato come me poteva aver vergato proprio sulle strisce.&lt;br /&gt;Io feci l’offeso e chiarii che non avevo bombolette spray e che se proprio avevo bisogno di gas me lo produceva  a gratis la mia colite spastica.&lt;br /&gt;Poi dissi che ero un docente, ma loro mi risposero che l’avevano capito dal mio ventre gonfio come quello dei bambini del Biafra.&lt;br /&gt;Mi asciarono andare e mi dettero 1 Euro ciascuno.&lt;br /&gt;Che culo, ragazzi!&lt;br /&gt;Del Cozo l’africano e Cazk il polacco avevano occupato con borse e piumini un posto per me. Quando mi ci sedetti sembravo un regista tanto era alta la poltroncina.&lt;br /&gt;Il preside mi sorrise sornione: hai la febbre di crescenza?&lt;br /&gt;Sottrassi velocemente dal mio posteriore gli appannaggi degli amici e il panino ai Wurstel che  Cazk aveva portato per merenda e sollevai fiero il mio Tom Tom bello, bellissimo nel suo cartone colorato da una terra celeste e un infinito nero.&lt;br /&gt;Dissi: Ce l’ho!&lt;br /&gt;Tutti gli sguardi si spostarono su di me e il Tom Tom fece il giro dell’assemblea con commenti ammirati.&lt;br /&gt;E’ mio- gridai orgoglioso- l’ho comprato!&lt;br /&gt;Il preside mi guardò, sospirò e mugugnò: mi fa piacere.&lt;br /&gt;Ma come, non gioiva con me? E io che come lo stronzo mi ero fatto gonfiare la milza nella corsa all’ipermercato per arrivare preparato!&lt;br /&gt;Come dicevo- riprese il preside- siamo giunti alla presentazione delle cartoline.&lt;br /&gt;Cazzo come erano belle! anche loro celeste e nero come il mio Tom Tom.&lt;br /&gt;Eh- dissi a Cazk- vedi che ho avuto buon fiuto?&lt;br /&gt;Il preside, frattanto continuava: più ne daremo più ricco sarà il nostro premio.&lt;br /&gt;Io alzai la mano e chiesi quando si dovesse tenere l’estrazione.&lt;br /&gt;All’Epifania! Mi rispose incazzatoi il dirigente.&lt;br /&gt;Ma perché s’incazzava, non era legittima la mia domanda?&lt;br /&gt;Anche Cazk e Del Cozo ci rimasero male.&lt;br /&gt;Il preside chiarì: le cartoline sono per gli studenti.&lt;br /&gt;E qui scoppiò la bagarre.&lt;br /&gt;Tutti insieme ci alzammo e sottolineammo l’ingiustizia.&lt;br /&gt;Cazzo, anche noi, una volta tanto avremmo dovuto avere il diritto di competere per l’assegnazione dei premi!&lt;br /&gt;Il preside inaspettatamente ci dimostrò che non solo Dante aveva studiato al trivio e ci mandò a fanculo in gruppo.&lt;br /&gt;Niente più orientamento!&lt;br /&gt;E ci sta bene!- dicemmo in coro&lt;br /&gt;Capimmo che i premi erano già assegnati, sì a lui e alla sua famiglia.&lt;br /&gt;E va be’ che lui ha il coltello dalla parte del manico, ma che debba fare la parte del leone, cazzo,no!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-5729993902757038229?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/5729993902757038229/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=5729993902757038229' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/5729993902757038229'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/5729993902757038229'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/11/lorientamento.html' title='L&apos;ORIENTAMENTO'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-9094209531213505555</id><published>2009-05-15T13:57:00.003+02:00</published><updated>2009-06-07T11:43:59.832+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='romanzi di natalino lattanzi'/><title type='text'>Lo rigirerai come un calzino</title><content type='html'>QUATTRO&lt;br /&gt;Michela sorrideva. Lei un occhio buono l’aveva. Aveva lottato contro il fatalismo del marito per giungere all’operazione e gliela l’aveva fatta. Lui, invece, il solito pessimista, il pavido, l’ignavo, aveva rinunciato anche a quello. Come per l’ernia. Aveva deciso di non operarsi per timore di perdere la vita. Che poi era una vita senza senso, chiuso in casa come la trascorreva, al riparo da tutto e da tutti, sempre a invocare aiuto anche per indossare i calzini, il pigiama, le mutande. E lei lì, pronta ad accontentarlo, a chinarsi ai suoi piedi, a spingere con le poche forze che le rimanevano per far entrare quella scarpa che non voleva saperne di essere deformata da quell’alluce con tre spanne di unghia nera e dura come il granito. E così la mattina e così la sera. E lavorare sino a settant’anni, mentre lui a quarantanove aveva deciso di andare in pensione per sottrarsi alle responsabilità. Lui che vigliaccamente aveva attribuito il motivo delle dimissioni al grave carico familiare che non gli consentiva di accettare trasferimenti nelle sedi più prestigiose per la difficoltà di trovare alloggio negli appartamenti del demanio militare con una moglie e quattro figli a carico. Eccolo, ora era lì per terra, come un gufo impagliato, con le braccia secche e grinzose, con le mani nodose e scarne, come artigli incollati al trespolo, ad afferrarsi al pavimento, con quella pancia gonfia che sembrava dovesse esplodere da un momento all’altro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo ricordava, seduto accanto al padre, con quel berretto che rigirava tra le mani, mentre Lorenzo e Domenico decidevano per il futuro. Sì, quello di Francesco non il suo che era stato disegnato sin dal giorno della nascita. Senza madre, con un padre che non vedeva l’ora che andasse via di casa per soddisfare l’egoismo della seconda moglie, insieme a due vecchie, una prozia di ottant’anni e una nutrice quasi novantenne, in una casa desolata, senza elettricità, buia, riscaldata solo dalla luce delle candele, si sentiva come la piccola fiammiferaia della fiaba di Christian Andersen, legata all’ultimo lumicino che era lì lì per spegnersi, per lasciarla nel buio più profondo. Ed era precipitata nel buio, dove la vita non era che un andare avanti a tentoni per non sbattere contro i giganti e le streghe che le ruggivano dietro, dove era meglio prostituirsi che lottare, destinata com’era alla sconfitta.&lt;br /&gt;Michela!- invocò Francesco.&lt;br /&gt;Il cappello era caduto per terra. Michela l’aveva ne aveva seguito le evoluzioni sino a vederlo rotolare ai suoi piedi. Istintivamente si era alzata dalla sedia per raccoglierlo, ma il padre le aveva stretto la mano sul braccio. Domenico ne aveva preso nota. Che diamine, aveva pensato, è la ragazza che deve raccoglierlo. Perciò aveva guardato il figlio di sottecchi intimandogli con lo sguardo di non alzarsi. Francesco conosceva bene quello sguardo e si vergognava di non avere il coraggio di reagire, lui che in caserma incuteva terrore. L’avevano soprannominato il mastino. Quel nomignolo non lo feriva, anzi lo inorgogliva, perché gli dava piena la sensazione del potere. Era evidente che i due vecchi volevano saggiarsi in un duello incruento, ma che avrebbe comunque dato vantaggio al vincitore. Lorenzo e Domenico, infatti, sembravano studiarsi, a tratti guardavano il berretto nuovo di zecca lì, sul pavimento, e aspettavano l’uno la mossa dell’altro. La situazione era divenuta ridicola, pensava Michela, che osservava con poco interesse quel tenentino di un biondo slavato e dagli occhi come quelli dei pesci, un azzurro appannato. Non somigliava a Rino, alto, snello, con due spalle d’atleta, ma almeno, si consolava, non era tanto sgradevole di aspetto. Francesco era a disagio. Gli sembrava di essere seduto su un braciere bollente, peggio, su una di quelle bombe che vedeva lanciare in addestramento dalle reclute. Lucrezia, invece, era sulle spine. Se il marito e il preside fossero entrati in contrasto sarebbe sfumato il matrimonio. E lei non voleva. Cavolo se non voleva. Aveva tre figli da sistemare, due femmine e un maschio. Con l’andata via di Michela tutto il patrimonio sarebbe andato a loro, al maschio, soprattutto,che lei adorava quasi fosse un dio. Michela, con le proprietà della madre e lo stipendio del futuro marito non avrebbe certamente reclamato la sua parte di eredità paterna; oltretutto era una sciocca, pensava solo allo studio. Questi pensieri l’avevano spinta ad alzarsi e a raccogliere il berretto che con grazia aveva porto all’ufficiale. Poi, riassumendo il ruolo di padrona di casa, chiese cosa potesse offrire.&lt;br /&gt;Un sorbetto- aveva detto Domenico- se possibile al limone, vero Francesco?&lt;br /&gt;Il silenzio era rotto solo dal suono dei cucchiaini che tintinnavano nella coppa di cristallo e dal rumore delle chiostre ghiacciate che battevano nelle bocche che si aprivano e chiudevano solo per introdurvi il nettare profumato. Domenico, dopo essersi tamponato le labbra con il tovagliolo ricamato, si era rivolto, per la prima volta a Michela per chiederle a che punto fossero i suoi studi.&lt;br /&gt;Solo la discussione della tesi- aveva risposto prontamente Lucrezia, prevenendo la risposta della figliastra.&lt;br /&gt;La prego, lasci parlare la ragazza, non foss’altro che per udire la sua voce.&lt;br /&gt;E Michela, con l’emozione che pareva le avesse annodato le corde vocali, aveva confermato, anche se aveva espresso la sua perplessità circa la possibilità di discutere la tesi.&lt;br /&gt;Il suono della sua voce aveva risvegliato dal torpore Francesco. Una smorfia d’insofferenza gli era apparsa sul volto perché ne aveva colto con disappunto le inflessioni della parlata locale. Sino a quel momento si era comportato come un bimbo in castigo, chiuso in angolo, immerso nei suoi pensieri, estraneo alla vicenda che pure avrebbe condizionato per sempre il suo futuro. Si era perso dietro il ricordo di Lidia, della sua risata argentina quando in spiaggia si rincorrevano e lui l’afferrava, la lasciava cadere sulla sabbia e la baciava sotto lo sguardo complice e divertito della madre.&lt;br /&gt;Non ho capito, lei rinuncia a laurearsi- aveva detto con disappunto il preside- lei getta via come spazzatura i suoi anni di studio?&lt;br /&gt;Ma no- era intervenuta Lucrezia con sollecitudine - ora la iscriveremo alla Sapienza, a Roma. Grazie a Dio a Roma c’è il Papa e gli angloamericani non bombardano la città. A Napoli, dove lei ha studiato, non è possibile. Tra i bombardamenti degli alleati e l’occupazione tedesca, la città non è più sicura. Le promettiamo che a breve conseguirà la laurea.&lt;br /&gt;Domenico, tirato un sospiro di sollievo, aveva fatto cenno di sì col capo al figlio che, invece, cercava disperatamente una via d’uscita. Francesco avrebbe voluto dire di non essere d’accordo, che non aveva alcuna necessità di sposarsi, che sarebbe stato meglio aspettare la fine della guerra.&lt;br /&gt;Ricordava con dolore quel giorno: era disposto a inventare mille scuse pur di prendere tempo, ma ancora una volta si era lasciato condizionare dalla forte personalità del padre.&lt;br /&gt;Anche Michela, ormai vecchia e curva per gli anni, ricordava con fastidio quei giorni.&lt;br /&gt;Come la monaca di Monza si era lasciata sfuggire quel sì per le minacce velate della matrigna, per quell’essere rassicurata dal lo rigirerai come un calzino quando sarete sposati, dallo sguardo inebetito del padre, schiavo del basso ventre di sua moglie. E l’aveva sposato affidando a Serafina un biglietto d’addio per Rino, il bell’aviatore di cui non conosceva che il nome, gli sguardi, il sorriso accattivante, la fossetta sul mento che mille volte avrebbe voluto carezzare, baciare.&lt;br /&gt;Ed era cominciato il suo travaglio. Lei era stata rigirata come un calzino, lei non osava contrastare le decisioni del marito nel timore di essere rimproverata, se non picchiata da quell’uomo che pareva non avesse altro scopo che essere servito, esaudito in tutti i suoi desideri come un padre padrone.&lt;br /&gt;Neppure la nascita del primo figlio, un maschio, Emanuele, aveva attenuato la tensione fra Michela e Francesco, anzi, per certi versi l’aveva accresciuta. Il pianto notturno del bambino infastidiva il giovane ufficiale, tanto da costringere la moglie a lasciare il letto, con qualsiasi tempo, come d’estate così d’inverno, per togliergli dai piedi il piccolo rompiscatole. Né Francesco era cambiato con l’arrivo degli altri figli, nati per caso, durante un amplesso senza amore, dopo una sbronza, una improvvisa voglia notturna.&lt;br /&gt;Era sempre accaduto così, sin dai primi tempi del matrimonio.&lt;br /&gt;Michela ricordava con disgusto l’avvicinarsi furtivo del marito, lo strofinio dei piedi contro i suoi, la mano nelle mutandine, sui glutei, poi nell’interno delle cosce, sino a raggiungere il sesso. E l’amore forzato, con l’odore del vino che si fermava sul seno mortificato dai piccoli morsi ai capezzoli dolenti e sul ventre per quei baci umidi di bava che gli colava dalle labbra tumide per il desiderio. E la penetrazione dolorosa, violenta, e il respiro affannoso, il gemito di soddisfazione per il coito e l’orgasmo solitario, e il capo abbandonato sul suo seno, in un sonno profondo, cadenzato dal russare sonoro. Se solo avesse potuto tornare indietro nel tempo, rinnegare quella promessa, stappare quel documento che l’aveva legata per sempre a quell’essere ripugnante, a quel parassita dalle maniere cortesi con gli estranei, rozzo e cattivo con lei, povera illusa che aveva sognato l’amore perfetto.&lt;br /&gt;Tratto da "I dolori della nonna" di &lt;em&gt;natalino lattanzi&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-9094209531213505555?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/9094209531213505555/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=9094209531213505555' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/9094209531213505555'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/9094209531213505555'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/05/orgasmo-solitario.html' title='Lo rigirerai come un calzino'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-3414111745269558741</id><published>2009-04-28T17:19:00.001+02:00</published><updated>2009-04-28T17:25:30.624+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='romanzi di natalino lattanzi'/><title type='text'>Lo stupro</title><content type='html'>TRE&lt;br /&gt;Francesco si avvicinò all’armadietto dei medicinali. Aprì l’anta e osservò. Ce n’ erano di tutti i tipi, dagli antibiotici agli antinevralgici, alle supposte antireumatiche, ai normali antidolorifici, soprattutto Aspirine. Un po’ più in fondo le gocce per l’ipertensione. Quasi nascosti, finalmente, due piccoli clisteri di glicerina.&lt;br /&gt;Gli occhi spenti per le cataratte ebbero un barlume di luce.&lt;br /&gt;Proverò con questi- si disse speranzoso.&lt;br /&gt;Le fitte addominali divenivano sempre più frequenti e gli impedivano anche i movimenti più semplici; per non parlare dell’ernia inguinale, divenuta un pallone per il timore di sottoporsi all’operazione.&lt;br /&gt;Michela, vieni ad aiutarmi!&lt;br /&gt;Michela, chiusa com’era nella sua demenza e nella sordità che la rendeva assente alla vita del mondo circostante, non udì l’invocazione del marito.&lt;br /&gt;Facendo forza su se stesso Francesco si avvicinò alla cucina. Michela era intenta alla lettura di una rivista femminile. Guardava le immagini, poi scorreva con l’indice destro le righe dell’articolo. Si illudeva di essere ancora giovane e si rispecchiava nelle donnine che venivano rappresentate in abiti alla moda, truccate e spumeggiati nella loro giovinezza.&lt;br /&gt;Francesco la fissò; era lì lì per rimproverarla, come il suo solito, quando una fitta lancinante lo accasciò, seduto, sul pavimento. Gli mancava il fiato, non riusciva ad emettere alcun suono se non un grugnito accompagnato da una smorfia di dolore. Le feci abbondanti, coagulate nell’intestino spingevano sull’ernia procurandogli spasmi lancinanti che risalivano sino alle reni. Si rassegnò ad aspettare che Michela volgesse lo sguardo verso di lui.&lt;br /&gt;Michela sorrideva scorrendo le pagine illustrate e di tanto in tanto si passava una mano tra i capelli.&lt;br /&gt;La bocca priva di dentatura sembrava una voragine scura, con la lingua rosso scuro che guizzava come la coda di un serpente.&lt;br /&gt;Francesco riandò con la mente al giorno del loro primo incontro.&lt;br /&gt;Bruna nei capelli corvini e negli occhi, leggermente scura di carnagione, Michela aveva fatto un inchino tenendo le falde della gonna e si era seduta composta tra il padre e Lucrezia.&lt;br /&gt;Dio, quanto è scura! – aveva pensato Francesco e l’aveva confrontata con Lidia.&lt;br /&gt;Oh Lidia dai capelli biondi, dagli occhi celesti come il cielo, dalla pelle bianca e profumata!&lt;br /&gt;Avrebbe voluto fare un balzo e scomparire, andare lontano, tornare a dieci giorni prima, quando sembrava dovesse sposare la sua Lidia, la donna che aveva corteggiato per due anni, che aveva baciato e tenuto stretta a sé; avrebbe voluto uccidere suo padre che l’aveva costretto ad abbandonare il suo tenero amore per rincorrere una dote di cui non gli importava nulla. Era stato Domenico, infatti, a scrivere quella maledetta lettera. L’aveva mandata con un bidello della scuola. Era indirizzata al cav. Carlo Di Nunno, padre di Lidia, a cui chiedeva in dote un appartamento per i due ragazzi, senza il quale non sarebbe stato possibile stipulare il contratto di matrimonio. L’aveva fatto a sua insaputa, senza chiedergli quanto fosse forte il legame che lo univa a Lidia, quanto desiderasse quella e solo quella donna. Del resto, pensava Francesco, tutta la vita di Domenico Civita era stata improntata al pragmatismo, se non a un cinismo crudele, comprovato da decisioni ignobili portate a termine con determinazione. Aveva costretto la cognata, Annunziata, sua madre, non quella vera, che anche lei era morta in giovane età, a sposarlo nonostante il voto di castità, la rinuncia alla vita mondana, la dedizione al laicato cristiano. Annunziata gliel’aveva raccontato il giorno prima che si recassero a casa di Michela lo stratagemma, l’odioso sotterfugio che aveva utilizzato per farla sua sposa.&lt;br /&gt;Erano i primi del Novecento, il tempo della Belle époque, quando nei teatri si esibivano le sciantose che mostravano le gambe perfette e sensuali in calze nere a rete e giarrettiera rossa. Ma era anche il tempo in cui le donne timorate di Dio ignoravano come si generasse un bambino. Così era Nunziatina. Quando morì sua sorella Ottavia, mettendo al mondo l’ultimo figlio, Giuseppe, si offrì di allevare tutta la nidiata, da zia devota e affezionata. Domenico, invece, aveva un altro progetto, la voleva in moglie per affidarle l’educazione dei cinque figli, per affidarsi anche lui a una compagna che non l’avrebbe mai abbandonato. Un mese dopo la morte di Ottavia ebbe un burrascoso incontro con la cognata che rifiutò energicamente la proposta di matrimonio. Domenico non si dette per vinto; simulò di accettare il diniego per prendersi una rivincita terribile.&lt;br /&gt;Trascorsero così due settimane in cui tutto sembrava scorrere senza scossoni. Poi, un sabato mattina, Domenico rientrò a casa prima del previsto, in compagnia di suo fratello Antonio, arciprete nella cattedrale di Palo del Colle. Finse una fretta del diavolo e chiese a Nunziatina di prepararsi a uscire per recarsi in chiesa dove il fratello avrebbe impartito al piccolo Giuseppe il sacramento del Battesimo. Nunziatina se ne stupì, ma non obiettò. La carrozza attendeva davanti al portone, con, al seguito, un calesse con l’arciprete e una coppia di giovani sposi. Lei pensò che fossero i prossimi padrini del piccolo. Arrrivati in una strada di campagna, a circa dieci km dal paese, la carrozza si fermò. Il vetturino si allontanò dando ad intendere che doveva soddisfare un bisogno personale. Anche i due giovani scesero dal calesse, aprirono la porta della carrozza e strapparono dalle mani di Nunziatina il piccolo Giuseppe. Poi, correndo, rimontarono sulla vettura e partirono a spron battuto, incuranti di Don Antonio che piangeva. Nunziatina urlò con quanto fiato aveva in gola, tra l’indifferenza di Domenico. Solo quando il cognato le si avvicinò capì cosa stava per accaderle. Il disgusto le provocò un conato di vomito. Non oppose resistenza. Domenico la stuprò. Lei chiuse gli occhi e subì silenziosamente la violenza. Le nozze furono celebrate tre mesi più tardi, quando nel grembo le si agitava una nuova vita.&lt;br /&gt;Tratto da "i dolori della nonna" di Natalino Lattanzi&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-3414111745269558741?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/3414111745269558741/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=3414111745269558741' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/3414111745269558741'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/3414111745269558741'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/04/lo-stupro.html' title='Lo stupro'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-8506448319205920166</id><published>2009-04-26T16:15:00.002+02:00</published><updated>2009-04-26T16:19:32.501+02:00</updated><title type='text'>La proposta di matrimonio</title><content type='html'>DUE&lt;br /&gt;Siamo temporaneamente assenti- vociò la segreteria telefonica- se credete lasciate un messaggio. Vi richiameremo.&lt;br /&gt;Francesco ascoltò con espressione indurita. I denti malfermi scricchiolarono per la tensione dei muscoli facciali. Chiuse il telefono.&lt;br /&gt;Sii stramaledetta- disse fra sé. Poi si lasciò andare sulla poltrona di vimini.&lt;br /&gt;Riandò con la mente agli anni della sua giovinezza, quando bastava un suo sguardo per far tremare Michela e i quattro figli, per metterli sugli attenti, come diceva ridendo ai suoi colleghi durante le pause di servizio. Era fiero del potere che oltretutto aveva conquistato senza fatica, anzi gli era giunto per eredità dalla seconda moglie di Lorenzo, la matrigna di Michela, che aveva tirato un sospiro di sollievo il giorno delle nozze.&lt;br /&gt;Si era presentato in divisa, accompagnato dal padre, preside di liceo, a quel tempo tra i personaggi più in vista della città.&lt;br /&gt;Lorenzo vedeva di buon occhio quel partito che introduceva lui, più contadino che proprietario terriero, nell’alta società e che lo liberava dall’essere ossessionato da Lucrezia, la moglie di secondo letto, che gli aveva dato tre figli, due femmine e un maschio, a cui indendeva andasse l’intero asse ereditario. Michela, in fondo, aveva di che vivere. Tutto il patrimonio di Rosaria, morta in giovane età, sarebbe stato suo. Non che Lorenzo non amasse Michela, ma il suo amore paterno veniva soffocato da Lucrezia che lo ricattava cacciandolo dal letto ogni qual volta mostrava interesse per la sua primogenita. Era giunto persino a disinteressarsi del patrimonio della sua prima moglie, tanto da lasciare che Agata, la sorella, s’impossessasse senza colpo ferire di una ampia e lussuosa villa al mare che altrimenti sarebbe toccata in eredità a sua figlia. Francesco gli aveva tolto le castagne dal fuoco, oltretutto gli era sembrato la persona giusta: serio, di ottima famiglia, ufficiale dell’Esercito Italiano, in ottima salute fisica, figlio di uno dei cittadini più illustri. Cos’altro poteva pretendere lui, ma anche sua fglia. Mica la dava in moglie a un carrettiere, un bifolco, a un uomo di rango inferiore.&lt;br /&gt;Michela, invece, non desiderava quel matrimonio. Era stata affidata, piccina, a una sorella di suo nonno, Amalia, donna pia e devota ai santi Medici, ai quali aveva innalzato vari altarini, illuminati da grandi ceri che contribuivano a rendere luminosa una casa che non conosceva ancora la luce elettrica. Ma non se ne lamentava. Lei era per una vita allegra, spensierata, forte dei suoi venticinque anni, della sua vita universitaria trascorsa tra Napoli e Roma, senza il controllo di alcuno, in compagnia della “baronessa”, Adriana, amica d’infanzia, di giochi, di piccoli e ingenui flert amorosi, quando guardare una foto significava dedicare tutto se stessi a quell’immagine bianco e nera. In fondo lei sì, l’aveva un amore. Era quel giovane aviatore che le faceva il filo già da due anni, che le piaceva tanto da sognarlo di notte, sotto le coltri, con le mani che le correvano su per le gambe, sin tra le cosce con quella sensazione di caldo umido che le faceva arrossire il volto. Rino si chiamava, Rino vattelappesca cos’altro, perché mai avevano avuto modo di restare soli, d’incontrarsi nel buio di un vicolo, nella sala di un cinema, nella platea di un teatro affollato. Eppure gli sguardi erano corsi dall’uno all’altro e i sorrisi soffocati dallo sguardo severo della prozia, responsabile del mandato ricevuto, della preservazione della verginità della nipote messa a repentaglio dalla sua ingenuità e dalla facilità con cui si lasciava coinvolgere in rapporti d’amicizia.&lt;br /&gt;Poi quel giorno era comparso Francesco, ingessato nella sua divisa, con quegli occhi di ghiaccio, con quella carnagione così bianca da sembrare essere stata smacchiata in varechina. Il capo coperto dai corti capelli biondi, rapati quasi a zero, come per consuetudine militare, impettito nel grigioverde con la stelletta di tenente, la prima volta che le aveva rivolto la parola l’aveva rimproverata per aver messo una gonna che aveva una balza appena scucita. Né lei, né sua zia, né Serafina, la vecchia nutrice, si erano accorte di quel l’impercettibile difetto; Francesco, lui sì, l’aveva notato forse per l’abitudine a passare in rivista, prima della libera uscita, i soldati, quel popolo spaurito e inebetito dal bromuro sorbito ogni mattina, a colazione, frammisto al latte e al caffè della naja.&lt;br /&gt;Era venuto con suo padre, il preside Domenico Civita, severo nel severo abito nero. L’incontro era avvenuto a Bitonto, nella casa paterna di Michela, non presente, come di consuetudine, ma che origliava dietro le porte chiuse. Lorenzo e Amalia avevano indossato gli abiti della festa. Un completo marrone bruciato il padrone di casa, una lunga veste nera a fiorellini gialli la moglie. Dopo le presentazioni e le cortesie di rito, come obbligava il cerimoniale del tempo, Lorenzo aveva chiesto il motivo della gradita visita. Domenico giocherellava con la pipa che gli sbucava dal taschino esterno della giacca quando Lucrezia lo aveva invitato a fumare se ne avesse avuto voglia. Con gesti lenti e misurati l’anziano preside aveva preso la pipa in radica, ne aveva caricato il fornello dalla tabacchiera d’argento che portava sempre con sé, e aveva avvicinato il volto alla mano del padre di Michela che gli tendeva il lungo fiammifero acceso.&lt;br /&gt;Sono qui per i nostri figli.-aveva detto con calma&lt;br /&gt;Una voluta di fumo, liberata nell’aria, aveva mandato il suo profumo sin dietro la porta che nascondeva Michela.&lt;br /&gt;Lorenzo, frattanto, aveva acceso il suo toscano.&lt;br /&gt;Parlo ovviamente- aveva detto con voce grave, dopo una pausa, - di Francesco e Michela- . Mio figlio è un ufficiale. Ha un futuro prestigioso dinanzi a sé. Per la giovane età raggiungerà senza dubbio i più alti gradi, per la sua intelligenza sarà chiamato a ricoprire incarichi gravidi di responsabilità, come già preannuncia il suo ottimo stato di servizio. Ecco, il mio desiderio è che sposi una ragazza degna di lui, sana come lui, ricca di doti etiche e di un discreto patrimonio, come impone il regolamento militare. Dalle informazioni assunte per obbligo, sua figlia Michela corrisponde al modello di donna che prevede la pratica matrimoniale. Io sono qui, con mio figlio, per richiederne la mano, se a voi questa unione arreca l’egual piacere che avverto io.&lt;br /&gt;Lucrezia era rimasta impassibile, ma il cuore le era di certo sobbalzato in petto per la felicità.&lt;br /&gt;Lorenzo con un sorriso compiaciuto aveva chiesto se Il tenente conoscesse sua figlia.&lt;br /&gt;L’ha intravista l’altra domenica in chiesa.&lt;br /&gt;E che dice?&lt;br /&gt;Sono qui per questo- aveva risposto Francesco.&lt;br /&gt;Bene, bene. Chiamo Michela.&lt;br /&gt;Tratto da "I dolori della nonna" di &lt;em&gt;&lt;strong&gt;natalino lattanzi&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-8506448319205920166?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/8506448319205920166/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=8506448319205920166' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/8506448319205920166'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/8506448319205920166'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/04/la-proposta-di-matrimonio.html' title='La proposta di matrimonio'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-2364319903208235201</id><published>2009-04-14T18:26:00.004+02:00</published><updated>2009-04-26T16:14:40.954+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='romanzi di natalino lattanzi'/><title type='text'>IL CLISTERE</title><content type='html'>Il Clistere&lt;br /&gt;UNO&lt;br /&gt;La mattina si preannunciava carica di nubi nere. Qualche tuono lontano presagiva pioggia.&lt;br /&gt;Il colonnello aprì gli occhi al suono della sveglia, si stiracchiò, dette uno sguardo sconsolato alla moglie che gli giaceva accanto. Come era diventata vecchia Michela, con le labbra rattrappite dalla completa mancanza di denti. Lei, che in gioventù gli aveva dato brividi di desiderio, ora, sconvolta nei capelli, col volto rigato dai segni del cuscino che ingigantivano le rughe profonde, con respiro rumoroso, il ventre gonfio d’aria che mandava fuori rumorosamente dallo sfintere, gli lasciava addosso un cattivo odore che si diffondeva nauseante nell’aria. Perché, si chiedeva, continuava a dormirle accanto, perché si lasciava impregnare ancora da fetidi olezzi, lui che era sempre profumato di colonia, con la sua pelle bianchissima, diafana quasi, perché non si ribellava per l’ira che gli nasceva dentro, che lo rodeva come un tarlo non appena lei apriva gli occhi e lo assaliva con assurde domande, con ossessive richieste ripetute all’infinito, parto immondo di una mente obnubilata, a dileggio della vita passata. &lt;br /&gt;Tutte domande senza risposte. Anzi, di risposte ne avevano! La Chiesa, la gente, i pettegolezzi delle serve che gli succhiavano la pensione lasciandolo in una casa sporca, abitata soprattutto dagli acari, dalle formiche, da scarafaggi color marrone di stirpe americana. Come erano cambiati i tempi! Eh sì, persino gli scarafaggi non erano più gli stessi. Adesso erano lunghi, grossi e marrone, non più neri e tozzi come nella sua gioventù.&lt;br /&gt;Il mondo cambia, disse fra sé, il mondo cambia e diventa sempre peggio, come la gioventù che non è più quella di una volta, attaccata ai telenfonini, o, come cacchio si dice, ai cellulari, che gli ricordavano, invece, i furgoncini dell’arma, delle forze dell’ordine, adibiti al trasporto dei detenuti.&lt;br /&gt;Francesco, il colonnello, si mise a sedere sulla sponda del letto. SI chinò, in cerca delle pantofole, per dare uno sguardo più in profondità, quando un peto sonoro gli gonfiò la parte posteriore del pantalone del pigiama, sino a sfiatare all’altezza della spalla.&lt;br /&gt;Capì che avrebbe fatto meglio a recarsi in bagno, felice che Michela dormiva ancora. Sai quante volte gli avrebbe rinfacciato quel peto involontario, gli avrebbe ripetuto sino alla noia, alla nausea che non solo lei soffriva di aerofagia, che “ipsa senecutus morbus est” e che anche lui era diventato vecchio.&lt;br /&gt;La porta del bagno cigolò. Quante volte aveva detto a Michela di ricordare alle cameriere, a Sonia in  particolare, perché più attiva, non imbranata come Gaia, di ungere le cerniere metalliche di tutte le porte della casa, che quando c’era gente sembrava un coro di cicale.&lt;br /&gt;Sulla sinistra lo specchio riflesse la sua immagine. Francesco si soffermò. Mosse le mandibole, aprì le labbra, dette uno sguardo ai denti. Cristo, che sfacelo, pensò. Gli incisivi erano gialli, non di nicotina, perché lui, virtuoso, non aveva mai fumato, ma di vecchiaia; i premolari, poi, quelli rimasti, erano fratturati. Le rughe scavavano solchi profondi sulla base del collo sin all’inizio del torace, mentre il pomo d’Adamo sembrava voler lacerare la pelle ogni qualvolta deglutiva. Gli occhi, il suo vanto di gioventù, erano diventati acquosi, con il celeste dell’iride che si mischiava alle venature rosse della sclera. I capelli, un tempo biondi, ora erano perfettamente bianchi, d’un candore niveo, reso ancor più apparente dall’inizio di barba argentea che gli spuntava sulle guance e sul mento. Eppure dicevano che somigliava ad Alan Laad, il mitico interprete de “Il cavaliere della Valle Solitaria”.&lt;br /&gt;Ora di solitario, di perso nella solitudine sentiva che c’era solo lui.&lt;br /&gt;Sollevò il coperchio del water, abbassò i pantaloni, non le mutande, perché di notte non le portava, e si sedette. Un dolore sottile attraversò il suo ventre; il colon si mosse e un altro peto si perse nell’imbuto del water con una modulazione prolungata e sordida.&lt;br /&gt;Il dolore al ventre si acuì. Digrignò i denti nello sforzo, emise un rantolo.&lt;br /&gt;Gli spasmi aumentarono. Gli sembrò di svenire per le fitte che si susseguivano veloci, come le contrazione dei parti della moglie, per i figli che lui non voleva. Anzi, ne voleva solo uno per dimostrare che non era impotente. Poi basta. Invece quella bastarda gliene aveva sfornati ben quattro, quattro bocche da sfamare, quattro inutili futuri adolescenti da mandare a scuola e poi, via via all’Università. Per fortuna che uno era diventato dottore e ora lo teneva in vita sebbene avesse ormai novantanni. Però teneva in vita anche Michela, purtroppo!&lt;br /&gt;Un’altra fitta, veloce, come uno stiletto nel ventre, una ferita che sembra non dovesse mai guarire.&lt;br /&gt;Erano ormai cinque giorni che non evacuava, nonostante i lassativi, i kiwi, le prugne della California, quelle grosse, rugose, dolci, le premute d’arancia, i litri di latte bianco ingollati a forza. Cinque giorni d’inferno.&lt;br /&gt;Nello sforzo gli addominali sembrarono quasi raggiungere la tonicità antica.&lt;br /&gt;Il ticchettio delle gocce sulla porcellana del water lo insospettirono.&lt;br /&gt;Si sollevò penosamente aggrappandosi alla cassetta dello sciacquone, si girò e guardò nell’imbuto.&lt;br /&gt;Sangue! Le ragadi interne gocciolavano come un rubinetto chiuso male.&lt;br /&gt;Il sangue arrossò anche la ceramica del pavimento.&lt;br /&gt;Francesco si lasciò cadere stancamente sulla ciambella della tazza, mentre il sudore gli bagnava la fronte e il petto.&lt;br /&gt;Il bidet gli pareva irraggiungibile, eppure doveva necessariamente raggiungerlo per frenare l’emorragia che lo stava dissanguando.&lt;br /&gt;Raccolse le forze e con uno scatto che gli fece scricchiolare le ossa raggiunse il nuovo sedile.&lt;br /&gt;L’acqua fredda, ghiacciata in un inverno mai così rigido, fece da tampone.&lt;br /&gt;Michela si affacciò sulla porta: Mi occorre il bagno- disse con voce impastata di sonno.&lt;br /&gt;Il colonnello sbuffò: Vai, non vedi che ci sono io?&lt;br /&gt;Ma a me occorre il bagno- piagnucolò Michela, mentre per terra si allargava una pozza di urina.&lt;br /&gt;Francesco non se ne dette pena, era ormai abituato a scene simili. Da quando la demenza senile o il principio di Alzaimer aveva colpito sua moglie l’anormale era diventato normale.&lt;br /&gt;Michela richiuse la porta e tornò a letto: Non ne ho più bisogno- borbottò.&lt;br /&gt;Certo era meglio che altre volte, quando aveva bagnato il letto di notte e il giallo dell’urina aveva colorato le lenzuola e il materasso per una settimana, prima che se ne accorgesse Cecilia, la figlia indesiderata.&lt;br /&gt;Francesco ripensò a quando Michela, col ventre pieno della sua bimba e di liquido amniotico, gli rinfacciò il rapporto sessuale. Se solo avesse bevuto meno quella sera, Cecilia non sarebbe mai nata. Un bene soprattutto per la bimba, non per sé, riconobbe Francesco. Cosa avrebbe fatto senza quella donna, quella figlia non desiderata e che aveva tentato di uccidere spingendo Michela all’aborto. La mammana aveva detto che era roba da nulla, ma poi aveva fallito. Nonostante le purghe, il ferro della lana, il calcio nel ventre che Francesco aveva sferrato a Michela quando si era accorto che la gravidanza procedeva, nonostante tutto ciò Cecilia era venuta al mondo e ora era il suo unico vero sostegno.&lt;br /&gt;Si alzò stancamente dal bidet, prese l’asciugamani dell’ospite e deterse l’ano irritato. Il lino si macchiò di rosa. Riprovò, inforcò gli occhiali e guardò. Bianco, come il pallore del viso. Tirò su i pantaloni e si diresse verso il tinello senza lavare le mani e chiudere la porta del bagno.&lt;br /&gt;Il cordles nero era a portata di mano. Compose il numero.&lt;br /&gt;Dopo tre squilli Cecilia rispose, sapeva già che si trattava di suo padre come le aveva preannunciato il display del telefono portatile.&lt;br /&gt;Ho bisogno di un clistere- biascicò Francesco.&lt;br /&gt;Cecilia non rispose, sconvolta all’idea di dover ancora rimestare nelle viscere del padre, dopo l’ultima volta, quando Francesco s’era sentito svenire e l’aveva inondata di feci puzzolenti. Ricordava Cecilia di averlo dovuto prendere in braccio, come un bimbo, con quell’odore nauseabondo che le intasava le narici, che le impediva di respirare e poi di averlo dovuto lavare sul lenzuolo di lino bianco che cambiava colore sino a divenire a chiazze, come la tuta mimetica che Francesco ancora conservava nella stanza degli armadi. Lui, il colonnello, che non aveva mai imbracciato un fucile, una pistola, che si era garantito la salvezza negli anni dell’ultima guerra tra i lamenti di chi moriva per la patria, per un’idea, se non correndo davanti ai colpi di mitraglia, di cannone, alle bombe a grappolo che lanciavano gli aerei sulle popolazioni inermi, inermi come lui che paradossalmente aveva scelto d’indossare la divisa per non morire.&lt;br /&gt;Di un clistere, ho bisogno di un clistere- urlò spazientito.&lt;br /&gt;Francesco era abituato a risposte immediate e sottomesse. Le aveva ricevute durante la carriera militare dai subalterni, le pretendeva dai figli che al suono della sua voce scattavano sull’attenti, umili burbe in una guerra senza fine.&lt;br /&gt;Cecilia chinò il capo, rassegnata: Va bene, papà, verrò nel pomeriggio.&lt;br /&gt;Ora ne ho bisogno, proprio ora, sbrigati a venire!&lt;br /&gt;Papà, sono in ritardo per la scuola, non mi è proprio possibile.&lt;br /&gt;Un povero vecchio ti chiede aiuto e tu dici che non ti è possibile? Ci avete abbandonati! Siamo come nel deserto…&lt;br /&gt;Cecilia ebbe un moto di rabbia: Ora non posso, verrò nel pomeriggio- e chiuse la comunicazione.&lt;br /&gt;Pronto, Cecilia… Cecilia, pronto, per Dio!...&lt;br /&gt;Cecilia si chiuse la porta alle spalle con il volto segnato da una smorfia di insofferenza. Non gliela faceva più con quel vecchio despota che le aveva succhiato la giovinezza con il suo egoismo, con l’arroganza della sua potestà. Pensava a sua madre, Michela, che aveva dovuto sopportarlo per oltre cinquant’anni e che ora, finalmente, rifugiata nella sua malattia non gli perdonava più nulla, anzi lo umiliava ricordandogli un matrimonio non voluto da lei ma dalla matrigna che non vedeva l’ora che andasse via di casa per essere libera di seviziare Lorenzo, suo padre.&lt;br /&gt;Il telefono riprese a squillare.&lt;br /&gt;Cecilia chiuse con forza la porta di casa alle spalle.&lt;br /&gt;Tratto da "I dolori della nonna" di &lt;em&gt;Natalino Lattanzi&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-2364319903208235201?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/2364319903208235201/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=2364319903208235201' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/2364319903208235201'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/2364319903208235201'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/04/il-clistere.html' title='IL CLISTERE'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-266945678558072306</id><published>2009-03-25T14:30:00.002+01:00</published><updated>2009-03-25T14:31:39.748+01:00</updated><title type='text'>La fontana della Stazione</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScoyNP2lKHI/AAAAAAAAAh4/4Sd_a1Iygsk/s1600-h/25+marzo+2009+001.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5317117513239439474" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 240px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScoyNP2lKHI/AAAAAAAAAh4/4Sd_a1Iygsk/s320/25+marzo+2009+001.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-266945678558072306?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/266945678558072306/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=266945678558072306' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/266945678558072306'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/266945678558072306'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/03/la-fontana-della-stazione.html' title='La fontana della Stazione'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScoyNP2lKHI/AAAAAAAAAh4/4Sd_a1Iygsk/s72-c/25+marzo+2009+001.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-5756025777928112500</id><published>2009-03-22T11:53:00.001+01:00</published><updated>2009-03-22T11:57:12.239+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='f'/><title type='text'>Bari tra Corso Vittorio Emanuele e Corso Cavour</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYZegthvTI/AAAAAAAAAhw/iTK7pe7mqRs/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+022.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315964422125108530" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYZegthvTI/AAAAAAAAAhw/iTK7pe7mqRs/s320/Bari+22+Marzo+2009+022.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYZeG9ymtI/AAAAAAAAAho/uFTlNyfUdJ4/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+021.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315964415214000850" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYZeG9ymtI/AAAAAAAAAho/uFTlNyfUdJ4/s320/Bari+22+Marzo+2009+021.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYZeGVzk1I/AAAAAAAAAhg/DSOFWTYHaJw/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+020.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315964415046292306" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYZeGVzk1I/AAAAAAAAAhg/DSOFWTYHaJw/s320/Bari+22+Marzo+2009+020.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-5756025777928112500?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/5756025777928112500/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=5756025777928112500' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/5756025777928112500'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/5756025777928112500'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/03/bari-tra-corso-vittorio-emanuele-e_1865.html' title='Bari tra Corso Vittorio Emanuele e Corso Cavour'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYZegthvTI/AAAAAAAAAhw/iTK7pe7mqRs/s72-c/Bari+22+Marzo+2009+022.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-4268711807577944704</id><published>2009-03-22T11:47:00.001+01:00</published><updated>2009-03-22T11:53:00.510+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='foto di natalino lattanzi'/><title type='text'>Bari tra Corso Vittorio Emanuele e Corso Cavour</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYYgITmShI/AAAAAAAAAhY/qqBcbaPELEI/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+019.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315963350422014482" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYYgITmShI/AAAAAAAAAhY/qqBcbaPELEI/s320/Bari+22+Marzo+2009+019.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYYf6V6m3I/AAAAAAAAAhQ/ru4Z63MeMVs/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+017.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315963346673638258" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYYf6V6m3I/AAAAAAAAAhQ/ru4Z63MeMVs/s320/Bari+22+Marzo+2009+017.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYYfo0nk0I/AAAAAAAAAhI/JTlJRO3rijU/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+014.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315963341970576194" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 213px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYYfo0nk0I/AAAAAAAAAhI/JTlJRO3rijU/s320/Bari+22+Marzo+2009+014.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYYfovuiKI/AAAAAAAAAhA/YX0O9E7QFsM/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+013.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315963341950060706" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 213px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYYfovuiKI/AAAAAAAAAhA/YX0O9E7QFsM/s320/Bari+22+Marzo+2009+013.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYYfInwi5I/AAAAAAAAAg4/WxgyHjnYPl0/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+012.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315963333326703506" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 213px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYYfInwi5I/AAAAAAAAAg4/WxgyHjnYPl0/s320/Bari+22+Marzo+2009+012.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-4268711807577944704?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/4268711807577944704/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=4268711807577944704' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/4268711807577944704'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/4268711807577944704'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/03/bari-tra-corso-vittorio-emanuele-e_9126.html' title='Bari tra Corso Vittorio Emanuele e Corso Cavour'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYYgITmShI/AAAAAAAAAhY/qqBcbaPELEI/s72-c/Bari+22+Marzo+2009+019.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-888942598284521313</id><published>2009-03-22T11:35:00.003+01:00</published><updated>2009-03-22T23:34:56.263+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='foto di natalino lattanzi'/><title type='text'>Bari tra Corso Vittorio Emanuele e Corso Cavour</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYVqGvBP4I/AAAAAAAAAgw/qX-NZ0h7_Zo/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+011.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315960223263965058" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 213px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYVqGvBP4I/AAAAAAAAAgw/qX-NZ0h7_Zo/s320/Bari+22+Marzo+2009+011.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYVpvMMrxI/AAAAAAAAAgo/jU6R8-9YFvk/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+010.JPG"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYVpLqaAqI/AAAAAAAAAgg/-DWho6GIghY/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+009.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315960207406924450" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 213px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYVpLqaAqI/AAAAAAAAAgg/-DWho6GIghY/s320/Bari+22+Marzo+2009+009.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYVo8fU2BI/AAAAAAAAAgY/4bLJeWJ8NF8/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+008.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315960203333916690" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 213px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYVo8fU2BI/AAAAAAAAAgY/4bLJeWJ8NF8/s320/Bari+22+Marzo+2009+008.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYVoa0gPkI/AAAAAAAAAgQ/fYvrogCb67E/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+008.JPG"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-888942598284521313?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/888942598284521313/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=888942598284521313' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/888942598284521313'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/888942598284521313'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/03/bari-tra-corso-vittorio-emanuele-e_2451.html' title='Bari tra Corso Vittorio Emanuele e Corso Cavour'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYVqGvBP4I/AAAAAAAAAgw/qX-NZ0h7_Zo/s72-c/Bari+22+Marzo+2009+011.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-5316818287960070208</id><published>2009-03-22T11:11:00.007+01:00</published><updated>2009-03-22T11:43:39.711+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='foto di natalino lattanzi'/><title type='text'>Bari tra Corso Vittorio Emanuele e Corso Cavour</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYQr75NYNI/AAAAAAAAAfg/S_sWCjvlmU8/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+007.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315954757155512530" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 213px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYQr75NYNI/AAAAAAAAAfg/S_sWCjvlmU8/s320/Bari+22+Marzo+2009+007.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYQruzlzaI/AAAAAAAAAfY/5OUJ1KKjn6k/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+005.JPG"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYQrN01HjI/AAAAAAAAAfQ/6ndf1y4DKSc/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+004.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315954744789114418" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 213px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYQrN01HjI/AAAAAAAAAfQ/6ndf1y4DKSc/s320/Bari+22+Marzo+2009+004.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYP2xsfXbI/AAAAAAAAAfI/PUYfNBi_v2A/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+003.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315953843884744114" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 213px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYP2xsfXbI/AAAAAAAAAfI/PUYfNBi_v2A/s320/Bari+22+Marzo+2009+003.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYPoJvVULI/AAAAAAAAAfA/alj5OI0sUT8/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+002.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315953592641081522" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 213px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYPoJvVULI/AAAAAAAAAfA/alj5OI0sUT8/s320/Bari+22+Marzo+2009+002.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYPSgLL3fI/AAAAAAAAAe4/UYSR1smb7dE/s1600-h/Bari+22+Marzo+2009+001.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5315953220706360818" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYPSgLL3fI/AAAAAAAAAe4/UYSR1smb7dE/s320/Bari+22+Marzo+2009+001.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-5316818287960070208?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/5316818287960070208/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=5316818287960070208' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/5316818287960070208'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/5316818287960070208'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/03/bari-tra-corso-vittorio-emanuele-e_1818.html' title='Bari tra Corso Vittorio Emanuele e Corso Cavour'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/ScYQr75NYNI/AAAAAAAAAfg/S_sWCjvlmU8/s72-c/Bari+22+Marzo+2009+007.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-2725235927159379122</id><published>2009-03-14T20:20:00.003+01:00</published><updated>2009-03-14T20:22:54.234+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='racconti di natalino lattanzi'/><title type='text'>Chi ha ucciso Fico Beniamino?</title><content type='html'>Chi ha ucciso Fico Beniamino?&lt;br /&gt;Il primo ad accorgersene fu Mimmo, il factotum, uomo zelante, volenteroso, sempre pronto ad accorrere in aiuto.&lt;br /&gt;Mi dissero che era  rimasto sconvolto.&lt;br /&gt;Mi dissero che aveva pianto e asciugato le lacrime con una foglia  presa da terra, da quella stessa terra che poi chiama a sé tutti gli esseri viventi.&lt;br /&gt;Mi dissero che aveva allertato con solerzia le alte sfere, i dirigenti, che accorsero trafelati al capezzale di Fico Beniamino. Mi dissero, anche, che la commozione si tagliava a fette e che i lamenti erano così alti a invocare vendetta, tremenda vendetta.&lt;br /&gt;Perché è morto Fico Beniamino? E’ stato il fato, il destino o, come tutti pensiamo, vi è una regia nera che agisce nascosta e che ne ha deciso la fine?&lt;br /&gt;Chi ha ucciso Fico Beniamino?&lt;br /&gt;E’ un dilemma ancor oggi irrisolto, ma le indagini proseguono e pare stiano per svelare il malfattore. Gli assassini  sappiano, i nodi verranno al pettine e presto cadranno nelle mani della giustizia&lt;br /&gt;L’altro giorno s’è tenuto consulto. Due necrofori hanno confabulato tra loro, si sono seduti a tavolino e hanno deciso per un’autopsia assistita.  Le indagini saranno capillari, partiranno dalle radici.  Ciò che sfugge all’uno non sfuggirà all’altro.&lt;br /&gt;Fico Beniamino, è certo, è stato assassinato. Probabilmente con del veleno. Da chi? Questo spetterà al tenente Colombo di turno scoprirlo.&lt;br /&gt;Ora tutti siamo contriti; ciascuno pensa di avere qualche responsabilità nella sua fine. E’ vero, avremmo potuto salvarlo, avremmo potuto curarlo, coccolarlo, parlargli, magari fargli ascoltare della buona musica per tirargli su il morale.&lt;br /&gt;Era da un po’ di tempo che lo vedevamo intristire, assumere quel colorito giallastro che indica inequivocabilmente uno stato di salute malferma.&lt;br /&gt;Ma chi poteva pensare che sarebbe andato incontro a una così tragica fine!... Ricordo quando giunse da noi. Lo guardammo tutti con ammirazione. Alto, snello, verde per i giovani anni. I suoi tutori ci dissero: trattatelo bene, è giovane, deve crescere ancora!&lt;br /&gt; Una collega di bell’aspetto lo guardò ammirata e la sentimmo esclamare: Va là, guarda che fusto! Quando si accorse che il suo commento non ci era sfuggito, arrossì, ma ripeté: perché volete dire che non è un  bel fusto? Il nostro silenzio significò più di mille parole.&lt;br /&gt;Fu così che lo accettammo, che divenne importante. Gli stessi dirigenti, incontrandolo, gli sorridevano compiaciuti.&lt;br /&gt;Col tempo, però, subentrò l’abitudine.&lt;br /&gt;Come dicevo, le indagini proseguono e non si fermeranno finché il responsabile o i responsabili non cadranno nelle mani della giustizia.&lt;br /&gt;Ma noi come faremo, come sopravvivremo senza Fico Beniamino?&lt;br /&gt;Si avverte nell’aria la sua mancanza, l’ondeggiare della sua folta capigliatura, il suo fruscio gioioso allorquando incrociava qualcuno di noi.&lt;br /&gt;Non che fosse benvisto da tutti; molti, infatti, lo strattonavano, approfittavano della sua inerzia per beffeggiarlo, tirarlo, a volte, addirittura sino a farlo cadere per terra, sicuri che mai avrebbe reagito.&lt;br /&gt;Sono sempre i migliori che se ne vanno!&lt;br /&gt;Oggi, poi, sono arrivate le forze dell’ordine per ascoltare, spiare i nostri volti, riconoscere lo sguardo perverso, gli occhi malandrini, loro che sono avvezzi a individuare, così, a naso, i colpevoli dei più gravi misfatti.&lt;br /&gt;Scusatemi, sento Opunzia, gridare, ora la vedo correre strappandosi in capelli per i corridoi inondati di luce. Un carabiniere la raggiunge, Opunzia si lascia cadere scomposta per terra, il carabiniere la solleva per le spalle,la tiene ferma.&lt;br /&gt; Opunzia si dispera e grida: non sono stata io, cercate Lorenzo… è lui il colpevole!&lt;br /&gt;Lorenzo è in sala informatica, al computer osserva l’andamento delle sue azioni in borsa, quando il maresciallo gli mette le manette e gli ricorda, come nei film americani, i suoi diritti.&lt;br /&gt;Lorenzo non reagisce e confessa: dovevo farlo, non ne potevo più, le sue foglie cadevano non appena finivo di ramazzare… Era un lavoro senza fine!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Da "Racconti" di Natalino Lattanzi&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-2725235927159379122?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/2725235927159379122/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=2725235927159379122' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/2725235927159379122'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/2725235927159379122'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/03/chi-ha-ucciso-fico-beniamino.html' title='Chi ha ucciso Fico Beniamino?'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-824753600786862170</id><published>2009-01-20T18:40:00.000+01:00</published><updated>2009-01-20T18:41:29.583+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='poesie di natalino lattanzi'/><title type='text'>Ira e Ouzo</title><content type='html'>Ira E’ Una Coccinella&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Voglio parlare di te,&lt;br /&gt;voglio raccontarti a me stesso,&lt;br /&gt;non per ricordarti,&lt;br /&gt;ma per tornare senza dolore ai momenti comuni,&lt;br /&gt;vissuti in  un vecchio campo di calcio,&lt;br /&gt;sulla riva del mare, in un campeggio lontano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eri una cuccioletta nera, grassottella e mangiona&lt;br /&gt;quando scodinzolando, senza uggiolare&lt;br /&gt;sei entrata nella mia vita,&lt;br /&gt;spavalda e fiera della tua nuova casa.&lt;br /&gt;Come una donnina hai scelto i tuoi spazi,&lt;br /&gt;gli angoli preferiti, le stanze inondate dal sole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sulle ginocchia delle mie figlie&lt;br /&gt;hai sentito parlare latino e francese,&lt;br /&gt;inglese e greco e ti sei appisolata,&lt;br /&gt;come dicevano le tue zampette,&lt;br /&gt;nel sonno, in cerca di terra e di erbetta,&lt;br /&gt;sognando le corse nei prati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per il possesso di un sasso,&lt;br /&gt;di un rametto piovuto dal cielo,&lt;br /&gt;di una conchiglia sbreccata,&lt;br /&gt;hai giocato e lottato con Shira,&lt;br /&gt;la tua amica preferita,&lt;br /&gt;nella polvere dei campi&lt;br /&gt;e nella sabbia delle rive marine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La tua vita è stata breve ma intensa,&lt;br /&gt;come per gli umani, con gioie e dolori;&lt;br /&gt;hai raccolto le lacrime e i pensieri&lt;br /&gt;di una mamma e, mamma tu pure,&lt;br /&gt;hai pianto con lei le sue sventure.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi il tuo sguardo si è intristito;&lt;br /&gt;non hai corso più come una volta,&lt;br /&gt;non hai lottato più per la gioia della vittoria,&lt;br /&gt;ma hai lanciato un lungo ululato,&lt;br /&gt;non so se di sdegno, dolore o pietà,&lt;br /&gt;e ti sei spenta dormendo,&lt;br /&gt;cullata dal mio pianto e dalle mie carezze.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una coccinella si è posata sulla mia spalla:&lt;br /&gt;eri tu, venuta a salutarmi.&lt;br /&gt;Non c’è stato un latrato gioioso,&lt;br /&gt;ma un frullio d’ali, impercettibile, silenzioso,&lt;br /&gt;discreto come la tua vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al mio amico Ouzo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Non so se sei stato felice con me; io lo ero con te.&lt;br /&gt;Ero felice senza saperlo, come accade sempre, senza che mi rendessi veramente conto di quanto fossi importante per me.&lt;br /&gt;Sei stato il mio compagno, il mio amico, il mio amico più caro, se non il mio bambino, il mio monello.&lt;br /&gt; Eravamo uguali e lo sapevamo: irriflessivi, istintivi, a testa bassa, orgogliosi della propria forza, tu generoso, io forse, non tanto.&lt;br /&gt;Abbiamo amato senza riserve le persone che ci hanno voluto bene; abbiamo ignorato con superiorità quelli che non ci ricambiavano.&lt;br /&gt;Ora non ci sei più ed io mi sento solo.&lt;br /&gt;Ti cerco, ti chiamo ma tu non puoi rispondermi, perché se potessi correresti subito da me.&lt;br /&gt;Mi mancano il tuo vocione, i tuoi occhi espressivi, lampeggianti e dolci, la tua testa grande e imponente, il tuo carattere vivace e forte, la tua dedizione, il tuo amore.&lt;br /&gt;Ouzo mio, amico mio, mi manchi.&lt;br /&gt;Al mattino mi sveglio e non so che fare.&lt;br /&gt;Prima ero con te.&lt;br /&gt;Mi svegliavi col tuo musetto umido, mi invitavi ad alzarmi ed io ti dicevo di andare di là, a riposare un altro po’ e tu, ubbidiente, eseguivi.&lt;br /&gt;E’ trascorsa una settimana da quando abbiamo fatto l’ultima passeggiata insieme.&lt;br /&gt;Ora passeggio per casa, senza che tu mi venga dietro.&lt;br /&gt;L’altra sera, dopo aver spento la televisione ti ho sentito sbuffare, come facevi quando capivi che era ora di andare a letto, era ora di separarci sino al mattino successivo: ti ho chiamato, ti ho cercato, ma non c’eri.&lt;br /&gt;Io vorrei incontrarti ancora; non so in quale forma, ma vorrei riconoscerti per carezzarti ancora, per baciare la tua testa grande, come ho fatto l’ultima volta, quando ho deciso il tuo destino.&lt;br /&gt;Perdonami, amico mio!&lt;br /&gt;Ancora oggi non so se ho deciso per il tuo bene, per il mio.&lt;br /&gt;So, però, che, se potessi, tornerei indietro, per egoismo forse, ma certamente per amore.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-824753600786862170?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/824753600786862170/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=824753600786862170' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/824753600786862170'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/824753600786862170'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/01/ira-e-ouzo.html' title='Ira e Ouzo'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-6944177175114134148</id><published>2009-01-20T18:38:00.001+01:00</published><updated>2009-01-20T18:38:36.452+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='poesie di natalino lattanzi'/><title type='text'>Brindo</title><content type='html'>Brindo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io brindo, ebbro,&lt;br /&gt;tre volte all’amore.&lt;br /&gt;Io brindo alla vita&lt;br /&gt;che passa veloce,&lt;br /&gt;brindo ai peccati,&lt;br /&gt;che la fanno più vera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Brindo anche a te,&lt;br /&gt;Lucifero cornuto,&lt;br /&gt;che, mai pago di vendette&lt;br /&gt;e di feroci crudeltà,&lt;br /&gt;ti crogioli nel fuoco&lt;br /&gt;ridendo del Signore.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-6944177175114134148?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/6944177175114134148/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=6944177175114134148' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/6944177175114134148'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/6944177175114134148'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/01/brindo.html' title='Brindo'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-7798906216786900787</id><published>2009-01-20T18:33:00.001+01:00</published><updated>2009-01-20T18:33:38.700+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='poesie di natalino lattanzi'/><title type='text'>Il Patto</title><content type='html'>Il patto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uniti per sempre,&lt;br /&gt;nel bene, nel male.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Legati da un patto immortale&lt;br /&gt;ad un solo destino&lt;br /&gt;salirono, insieme,&lt;br /&gt;le scale del tempo infinito,&lt;br /&gt;sfidando le stelle,&lt;br /&gt;la noia più triste,&lt;br /&gt;i giorni più lunghi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La luce scomparve,&lt;br /&gt;lasciando la notte nei cuori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E venne l’inverno dei sogni,&lt;br /&gt;dei baci, del bene.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora imperversa,&lt;br /&gt;crudele, implacabile,&lt;br /&gt;il Male soltanto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-7798906216786900787?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/7798906216786900787/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=7798906216786900787' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/7798906216786900787'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/7798906216786900787'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/01/il-patto.html' title='Il Patto'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-5203317371680737429</id><published>2009-01-20T18:31:00.000+01:00</published><updated>2009-01-20T18:32:16.916+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='poesie di natalino lattanzi'/><title type='text'>La Nenia</title><content type='html'>La nenia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Malinconica,&lt;br /&gt;dolce, appassionata,&lt;br /&gt;la nenia mi torna nel cuore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Note di un giorno lontano,&lt;br /&gt;caduto fin ora in oblio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La pioggia,&lt;br /&gt;battendo sui vetri,&lt;br /&gt;risveglia i ricordi d’un tempo,&lt;br /&gt;sopisce gli affanni presenti,&lt;br /&gt;concede speranza e ristoro.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-5203317371680737429?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/5203317371680737429/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=5203317371680737429' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/5203317371680737429'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/5203317371680737429'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/01/la-nenia.html' title='La Nenia'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-2269147950223686432</id><published>2009-01-20T18:29:00.000+01:00</published><updated>2009-01-20T18:30:19.448+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='poesie di natalino lattanzi'/><title type='text'>Tu Sai</title><content type='html'>Tu sai&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io dissi&lt;br /&gt;due sole parole:&lt;br /&gt;Tu sai.&lt;br /&gt;Ma quante preghiere,&lt;br /&gt;speranze celate,&lt;br /&gt;volevano dire&lt;br /&gt;quei poveri verbi avventati.&lt;br /&gt;Tu sai;&lt;br /&gt;ma non sai quanto grande è la pena,&lt;br /&gt;quanto grande è il dolore,&lt;br /&gt;l’ansia, l’amore,&lt;br /&gt;la voglia d’averti&lt;br /&gt;vicina per sempre.&lt;br /&gt;Tu sai, io dissi,&lt;br /&gt;e scomparvi impacciato&lt;br /&gt;schiacciato&lt;br /&gt;da poche ma vere parole.&lt;br /&gt;Ora, nel buio,&lt;br /&gt;nei raggi del sole,&lt;br /&gt;io prego per noi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-2269147950223686432?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/2269147950223686432/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=2269147950223686432' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/2269147950223686432'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/2269147950223686432'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2009/01/tu-sai.html' title='Tu Sai'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-6627153670761083124</id><published>2008-12-23T16:02:00.001+01:00</published><updated>2008-12-23T16:04:50.938+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='romanzi di natalino lattanzi'/><title type='text'>Teddy La Dolce</title><content type='html'>Ancora Ouzo&lt;br /&gt;E’ difficile parlarvi di Ouzo senza raccontare della mia famiglia com’era quattordici anni fa. Io ero un leone; possedevo una forza interiore che pensavo non sarebbe mai stata scalfita; ero fiero di mia moglie e delle mie figlie come ero fiero di Ira e Ouzo. Mi sembrava di essere un principe nel suo castello difeso dagli amici più fedeli. Via, quasi un Re Artù con la storica tavola rotonda costellata di stupendi cavalieri. Non è che fossimo in un’isola felice senza difficoltà, ma eravamo uniti. E vincevamo.&lt;br /&gt;Sì, vincevamo perchè non permettevamo che fattori, persone esterne alla nostra famiglia ne minassero la serenità, la compattezza. E’ così che si diviene  vulnerabili, perdenti.&lt;br /&gt;Ira e Ouzo erano inseparabili: dov’era uno era l’altra. Ouzo si accoccolava sulle zampe di sua madre e dormiva, mentre la sua crescita diveniva sempre più evidente e impressionante. In brevissimo tempo si era allungato, alzato, e mostrava una conformazione così massiccia da sembrare un cucciolo di Alano, se non un Rott Wailer.&lt;br /&gt;Ma ciò che più stupiva era la devozione a Ira, che per lui rappresentava un simbolo da imitare. Ira lo addestrava a musate, a piccoli ringhi e morsi incruenti, a zampate leggere sulla testa quando Ouzo trasgrediva, o a leccate amorevoli in segno di approvazione.&lt;br /&gt;Ira non è mai stata una femmina come le altre, forse perché sin da piccina è entrata in concorrenza con un’alta femmina di pastore di nome Shira, sua grande amica, di otto mesi più grande. Con la sua amica ha imparato a lottare senza lamentarsi, a correre, a inseguire la preda che poteva essere una palla, un pezzo di legno o una pietra, o una conchiglia sbreccata; ha imparato a non sottomettersi e ha preso le sue rivincite quando, divenuta grande e possente – una fuori taglia per intenderci –, alta al garrese più di un maschio, con una conformazione ossea pesante e robusta, ha sottomesso Shira che da allora è divenuta il suo alter ego, la sua amica più fidata. Ira e Shira hanno educato Ouzo a essere un gran cane, un dominante, un rompiscatole più unico che raro ma con un gran cuore, un affetto smisurato per tutti coloro che gli hanno mostrato amicizia.&lt;br /&gt;Ira è entrata nella mia vita quasi per caso, quando addirittura pensavo di non dover mai più avere un cane per amico, per via di una insofferenza allergica di mia figlia Toni agli acari della polvere e alle graminacee. Ma “buon sangue non mente”, recita un antico epigramma sin dai tempi più lontani. Proprio mia figlia Toni fu presa da una così grande passione per i cani da costringermi ad acquistarne uno da un allevamento della mia città. Quasi come avevo fatto io con mio padre, quando lo convinsi, lui che per essere stato morso in tenera età da un randagio aveva giurato a se stesso che mai sarebbe entrato un cane in casa sua.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Accadde così.&lt;br /&gt;Il timore verso questi “grandi” animali si tramanda di padre in figlio, quasi a livello genetico; per cui, essendo figlio di mio padre, nutrivo un terrore istintivo verso qualsiasi razza o sotto razza di cani, pur sentendomene fortemente attratto.&lt;br /&gt;Mio padre era ragioniere e amministrava la contabilità di un buon numero di commercianti della mia bella Bari. Ebbene, uno di questi, don Ferdinando Boccia, un napoletano di robusta costituzione, dalla risata inimitabile e di una simpatia unica, possessore di una delle più rinomate pasticcerie della città, aveva il suo negozio nei pressi di una gioielleria a guardia della quale vi era uno stupendo pastore tedesco femmina: Diana.&lt;br /&gt;Tutte le volte che mi accompagnavo a mio padre nel giro di visita al suo cliente, incrociavo il mio sguardo con quello di Diana, e ogni volta dicevo a me stesso che avrei dovuto farmi forza e accarezzarla. Manco a parlarne! Quando ero lì lì per tendere la mia manina di sette otto anni, all’ultimo momento mi mancava il coraggio e la ritiravo velocemente, nel timore che restasse tra le fauci del cane. Mio padre mi guardava e sogghignava, sembrava mi lanciasse una sfida. Decisi, perciò, che a qualunque costo sarei riuscito nel mio intento.&lt;br /&gt;L’occasione capitò pochi mesi dopo, quando un condomino dello stabile in cui abitavamo, il dottor Rafaschieri, adottò un cucciolo di lupo alsaziano. Non vi dico l’invidia! Vedevo i suoi figli giocare con quel lupacchiotto senza timore, anche quando divenne cucciolone, con due zanne acuminate che facevano paura solo a guardarle. Ebbene, una domenica mattina i miei genitori si recarono al cimitero in visita ai loro cari scomparsi. Io colsi l’occasione e bussai alla porta dei miei vicini.&lt;br /&gt;L’abbaiare furioso di Bull mi mise una tremarella tale che mi detti indietro ma, quando feci per rientrare in casa, Enzo, un ragazzotto di una dozzina d’anni, Rafaschieri junior, aprì la porta tenendo stretto il lupo per il collare. Mi chiese cosa volessi; io, con la voce che muoveva appena le corde vocali, deglutii e gli dissi che volevo divenire amico del suo cane. I ragazzini, si sa, sono incoscienti; ma quanto lo fummo Enzo ed io sfiora l’imbecillità.&lt;br /&gt;Enzo si disse subito d’accordo e mi fece cenno di seguirlo su per le scale, sin sul terrazzo, dove avremmo potuto giocare indisturbati con Bull. Io mi tenevo a debita distanza, ma il cane tirava per annusarmi, per saltarmi addosso, per mangiarmi, pensavo io. Sul terrazzo, per non dare l’idea che stessi morendo di paura dissi ad Enzo di lasciarmi solo col cane, sicuro che mai avrebbe acconsentito. Beh, lui, invece, acconsentì. Ci studiammo per un po’ Bull e io, poi lui passò all’attacco. Mi agguantò con le sue fauci a un polpaccio e me lo perforò.&lt;br /&gt;Voleva giocare, mi disse poi Enzo, ma io, che non lo sapevo, sferrai al povero cane un pugno tale sul capo che lo atterrò. Fu così che divenimmo amici, Bull e io.&lt;br /&gt;I miei, al loro ritorno, mi trovarono che zoppicavo, con i pantaloni alla zuava strappati ma fiero di aver superato l’atavico timore dei cani.&lt;br /&gt;Mio padre non ghignò, quella volta; anzi voleva farmi perforare da quaranta iniezioni nel ventre, cosa che rifiutai energicamente, confortato dal signor Rafaschieri che aveva mostrato il libretto sanitario di Bull costellato di tutte le vaccinazioni previste dalla legge.&lt;br /&gt;Il giorno dopo carezzai Diana e quattro mesi dopo il suo padrone mi regalò un cucciolo femmina, Teddy, un magnifico incrocio tra un pastore tedesco e un pastore scozzese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Beh, Antonella, Toni, per tutti noi, lanciò a me una sfida simile a quella che io avevo  lanciato a suo nonno quando, in visita dall’allergologo, confermò il suo desiderio di avere un cane, supportata ardentemente dalla sorella. A me sembrò che finalmente si sarebbe rassegnata, poiché era scontato che il professor Ivan Papadia avrebbe sconsigliato una scelta di tal genere. Invece no. Anzi, mi raccomandò caldamente di soddisfare la richiesta, poiché Toni avrebbe anche potuto, in questo modo, sviluppare anticorpi atti a combattere l’allergia; mi ammonì, però, ad allontanare immediatamente il cane nel caso avessi notato un peggioramento delle manifestazioni allergiche. Fu cosi che ci recammo all’allevamento del Levante, il cui gestore era un amico, Saverio Stella.&lt;br /&gt;Saverio ci guidò subito verso il settore delle cucciolate e ci consigliò di scegliere il cucciolo tra quelli che aveva partorito circa quaranta giorni prima una bellissima femmina di pastore tedesco. C’erano cinque cagnetti che suggevano avidamente il latte dalle mammelle materne. Uno il più grosso, al rumore dei nostri passi si girò incuriosito e venne scodinzolando verso di me che facevo da apripista. Fu amore al primo sguardo.&lt;br /&gt;Lo presi tra le braccia, lo accarezzai e lo mostrai alla mia cucciolata: era una femminuccia. Dieci minuti dopo, le mie figlie e io eravamo in macchina con un esserino che scodinzolava e faceva udire la sua vocina tra uno starnuto e l’altro. Toni la spupazzava in tutti i modi, l’abbracciava, la baciava senza tossire né starnutire. Ma era troppo presto per cantare vittoria, pensavamo noi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La prima notte che la cuccioletta trascorse in casa nostra fu memorabile. Tutti credevamo che avrebbe sofferto per la lontananza dalla madre e dai fratelli. Ciò ci tenne all’erta. Stabilimmo dei turni di guardia per non lasciarla mai sola. Alle mie figlie toccò il primo turno.&lt;br /&gt;Mia moglie e io, per fare in modo che avvertissero la responsabilità della loro scelta, fingemmo di essere presi da un forte attacco di sonno e ci ritirammo nella nostra camera da letto. Senza dormire, ovviamente, ma interrogandoci se avessimo compiuto il passo giusto.&lt;br /&gt;Le voci di Toni e Lila rimbalzarono allegre sino alle due, in coro con il latrare di Ira; poi, tutt’a un tratto, fu silenzio. Mi alzai cautamente, cercando di non far rumore, e andai in soggiorno. Erano tutte tre tranquillamente addormentate sul divano. Ira russava con la testolina in grembo a Toni e il treno posteriore sulle gambe di Lila. Presi un   plaid e le coprii, poi rassicurai mia moglie. Ci svegliammo al suono del latrare della cagnetta.&lt;br /&gt;L’inquilina del piano di sopra batté con forza sul pavimento perché chiedeva il silenzio.&lt;br /&gt;Guardai l’orologio: erano le otto del mattino.&lt;br /&gt;L’ignorai.&lt;br /&gt;Il battere sul pavimento della signora Garofalo, Adele per amici e nemici, ha accompagnato più di un decennio della nostra vita.&lt;br /&gt;Questa donna malvagia, che più volte ha tentato di avvelenare i miei cani, era un bieco essere senza cultura; non della cultura che si affina sui libri, che manco aveva, ma di quella del vivere. Era priva di sensibilità, caratterialmente “acida”, interiormente vecchia, nonostante usasse un trucco da ragazzina che la imbruttiva e invecchiava ancor più. Non provava alcun amore verso gli animali e ciabattava per tutta la giornata nel suo appartamento, mettendo fuori il naso solo per inveire contro il nostro cucciolo o per recarsi a imbonire il vicinato con la sua voce stridula e acida, per invogliarlo ad acquistare alcuni prodotti per uso domestico che lei vendeva casa per casa. Un giorno, forse ubriaca, mandò con determinazione la sua auto a sbattere contro un gigantesco pastore maremmano.&lt;br /&gt;Del cane, purtroppo, non abbiamo mai avuto notizie. Della signora Garofalo, sì. Riportò varie ferite sul volto e sulle gambe, che le lasciarono segni indelebili, deturpandole, se fosse possibile, ancor più il tristo aspetto da vecchia malvissuta. A volte avrei voluto chiederle cosa l’avesse resa talmente arida.&lt;br /&gt;Al contrario accadde l’impensabile per l’allergia di mia figlia. Toni non solo non aggravò la sintomatologia, quanto, col passare dei mesi, migliorò la sua patologia a tal punto da non risentirne quasi del tutto.&lt;br /&gt;Ira divenne il quinto membro effettivo della nostra famiglia, amata e coccolata da tutti grazie non solo alla funzione terapeutica che aveva assolto in brevissimo tempo, ma anche all’amore incondizionato che ci ha dedicato per tutta la sua breve vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ricordo un episodio che a posteriori ci fa sorridere, ma che sul momento ci procurò viva preoccupazione.&lt;br /&gt;Abitiamo al terzo piano di una palazzina e usufruiamo di un balcone piuttosto ampio che Ira scelse come uno dei suoi posti preferiti. A quel tempo il cortile condominiale era pressoché privo di gatti; a malapena se ne scorgeva uno di passaggio nelle prime ore pomeridiane dei mesi più caldi.&lt;br /&gt;Un giorno, però, un condomino decise di adottarne uno a distanza, nel senso che non lo prese in casa con sé, ma cominciò a depositare i rifiuti del suo pranzo in un angolo del cortile affinché il felino ne usufruisse.&lt;br /&gt;Ira era con noi da circa due settimane; cresceva bella più del sole, e tanto pasciuta da non crearci preoccupazioni circa l’inferriata, le cui sbarre erano distanti l’una dall’altra poco più di una spanna.&lt;br /&gt;Era una notte d’estate. L’aria tersa di periferia consentiva di ammirare&lt;br /&gt;un affresco di stelle di straordinaria bellezza.&lt;br /&gt;Ira alzava il capo verso il cielo e guardava la luna cercando di modulare il preistorico ululato dei suoi avi. Dopo vari tentativi venne fuori un uuh –uuh che pareva il verso di una civetta più che l’orgoglioso richiamo del lupo. Le feci una carezza sul capo biondo e lei agitò riconoscente la coda.&lt;br /&gt;Ad un tratto, mentre era lì felice e scodinzolante, le vidi sollevarsi il pelo, scoprire i denti e lanciarsi contro l’inferriata con tanta velocità da non poterla assolutamente fermare.&lt;br /&gt;Un gatto pezzato, grosso quanto un vitello, col pelo irto, soffiava come un serpente in direzione del mio cucciolo che, incastrato tra le stecche di ferro, penzolava nel vuoto con metà del suo corpicino.&lt;br /&gt;Non fu semplice liberare il mio cane da quell’assurda posizione, nel timore che le sue tenere costole potessero riportare qualche frattura. Ira, invece, per nulla spaventata, ringhiava con la sua voce da bambina e tentava di liberarsi per saltare addosso al nemico. Imperterrito il gatto continuava a puntarla strisciando per terra la coda. Una provvidenziale secchiata d’acqua, lanciata dai piani superiori  investì il felino e un miagolio di terrore ne preannunciò la fuga.&lt;br /&gt;Sollevai lo sguardo e con meraviglia scorsi la signora Garofalo ancora lì, sul balcone, affacciata col secchio tra le mani. Mi guardava anche lei. La sua voce stridula riempì il silenzio: a quest’ora si dorme!- e sbatté le porte della finestra rientrando nelle sue stanze.&lt;br /&gt;Quello è stato l’atto più dolce che Adele abbia mai compiuto nei confronti dei miei cani.&lt;br /&gt;Tratto da &lt;strong&gt;"Ouzo e Io"&lt;/strong&gt; di &lt;em&gt;Natalino Lattanzi&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-6627153670761083124?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/6627153670761083124/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=6627153670761083124' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/6627153670761083124'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/6627153670761083124'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/12/teddy-la-dolce.html' title='Teddy La Dolce'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-575319764472903166</id><published>2008-12-06T18:17:00.005+01:00</published><updated>2008-12-06T18:35:42.813+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='foto di natalino lattanzi'/><title type='text'>Foto di Bari in un malinconico pomeriggio d'autunno</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/STqz9l-lT8I/AAAAAAAAAec/9v9icIS3JCI/s1600-h/016.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5276727784165953474" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 240px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/STqz9l-lT8I/AAAAAAAAAec/9v9icIS3JCI/s320/016.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-575319764472903166?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/575319764472903166/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=575319764472903166' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/575319764472903166'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/575319764472903166'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/12/bari.html' title='Foto di Bari in un malinconico pomeriggio d&apos;autunno'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/STqz9l-lT8I/AAAAAAAAAec/9v9icIS3JCI/s72-c/016.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-7210602337294347830</id><published>2008-11-02T12:21:00.003+01:00</published><updated>2008-11-03T17:43:57.975+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='racconti di natalino lattanzi'/><title type='text'>Roma o morte</title><content type='html'>Roma o morte!&lt;br /&gt;Partenza ore 05.00 del mattino. Macché, alle 07.00 eravamo ancora alle prese con valige che non volevano chiudersi. Mia moglie ed io non siamo pesi massimi, perciò decidemmo di unire i nostri kg da scaricare sui trolley. Il primo si arrese, il secondo pure, il terzo si fece a scodella e unì mia moglie e me in un abbraccio di quelli che ci stringevano da fidanzatini. Gambe per aria e nuca sul pavimento, riflettemmo per un attimo se approfittare della situazione estremamente favorevole. La sveglietta del mio orologio da polso ci ricondusse alla realtà. Cristo, che ritardo! Mi rialzai in fretta e mi catapultai per le scale. Lo scantinato è un deposito atipico. Vi è di tutto, dalle provviste alimentari agli abiti disusati, alle scarpe dismesse, ai ferri per le riparazioni domestiche, ai lettini divenuti troppo piccoli per i nostri due bellissimi pastori tedeschi, alle migliaia di diapositive scattate negli anni ’70 e ’80 delle nostre due figlie, ai testi universitari di Lettere e Scienze Biologiche, rispettivamente miei e di mia moglie, agli abiti carnascialeschi di Ciuppi e Toni, ai fumetti di Tex Willer, di cui conservo una vasta collezione. Il tutto in un grande disordine per le frequenti visite che operiamo quasi quotidianamente per ricercare oggetti da utilizzare per le riparazioni domestiche. L’angolo delle valige somiglia alla torre di Pisa, sempre in precario equilibrio, ma stranamente sempre in piedi. La valigia sostitutiva, come il solito, era l’ultima, quella sotto la pila. Non disarmai. Afferrai il manico e tirai con forza. La torre, con un sonoro tonfo si accorciò di qualche cm e resistette nonostante lo smottamento provocato dall’estrazione. Lo schianto svegliò gli acari che soggiornano dormicchiando e rosicchiando un po’ di tutto e starnutii violentemente. La pila questa volta crollò vomitandomi addosso vecchi zaini della mia vita militare, bauletti in fibra di epoca vittoriana, buticase vari e il trapano elettrico che ritenevo perduto. L’alluce valgo lo accolse con malagrazia ed esternò con la mia voce ciò che pensava dei suoi progenitori che poi erano anche i miei. Zoppicando riguadagnai l’uscita dello scantinato,spinsi la porta che non voleva chiudersi per l’ingombro che arrivava sin sulla soglia, chiusi a chiave la serratura che può essere aperta anche con un apriscatole e salii in fretta le sei rampe di scala che portano al mio appartamento. Mia moglie che mi attendeva vicino l’ascensore mi chiese come mai fossi salito a piedi. Le spiegai che dovevo rimettere in moto il mio arto inferiore sinistro fresco di un sinistro. Non capì ma non se ne fece un problema. Finalmente alle 07.55 eravamo in macchina, una bella Stilo del 2003, turbodiesel, 1900 non so che.&lt;br /&gt;Divorammo la circonvallazione a 150 km orari e alle 08.05 ritirammo il biglietto autostradale.&lt;br /&gt;Roma o morte!&lt;br /&gt;Il cielo azzurro, l’aria dolce, il levantino profumato di mare erano indizi che ci aspettava una bella giornata, gioiosa, che dico, felice. A Roma, infatti, ci recavamo per assistere alla seduta di laurea di nostra figlia Toni. La distanza che separa la mia città dal capoluogo non era motivo di preoccupazione, nonostante avessimo accumulato un grave ritardo, per l’abilità che mi contraddistingue alla guida di autovetture potenti. Ben lo sapeva mio padre che mi chiamava Cazio Nuvolari per non confondermi con il grande Tazio.&lt;br /&gt;Alle 09.30 eravamo a 36 km da Napoli. Il cielo, frattanto, si era fatto nuvoloso. Nuvole nere, cariche di pioggia incombevano sull’Appennino schiaffeggiato da un vento gelido foriero di bufera. No problem. Noi procedevamo sicuri discutendo del più e del meno accompagnati dal rombo del motore e… da un puzzo terribile di ferodo bruciato. Detti uno sguardo allo specchietto retrovisore e scorsi una cortina di fumo bianco. Inchiodai. La macchina sembrava in preda alle fiamme. Per fortuna avevo scelto la piazzola giusta per sostare: eravamo proprio su un punto SOS. Mia moglie, terrorizzata, mi pregò di uscire per accertarmi che non fossimo sul punto di divenire tizzoni ardenti. Sorrisi, mio malgrado, per darle coraggio. Goccioloni di pioggia, in attesa che il mio corpo fosse allo scoperto, cominciarono a rimbalzarmi allegramente sul capo. Imprecai sottovoce. Mia moglie è per l’ortodossia dottrinale. Aprii il portellone del cofano motore e tossii per il fumo e il puzzo. Pigiai il pulsante del SOS. Mi rispose una voce metallica in inglese, spagnolo e tededesco, in italiano no, sovrastata dal traffico dell’Avellino- Napoli. Non capii un cazzo ma ebbi fiducia che il mio appello fosse stato raccolto. Cominciò l’attesa. Azionai i lampeggiatori d’emergenza e scrutai l’orizzonte. Vetture della polizia, dei carabinieri e delle guardie carcerarie transitavano di continuo a forte andatura, ma nessuna di queste sembrava essere guidata da umani, perché non una ci si avvicinò per chiederci se avessimo bisogno d’aiuto com’era lapalissiano. Dopo mezz’ora mi riattaccai al pulsante del SOS.&lt;br /&gt;In spagnolo una voce mi disse di non rompere le palle perché il soccorso era prossimo. La pioggia cadeva a catinelle. Il freddo si fece pungente per i nostri abiti dannunzianamente leggeri. L’oscurità piombò con una nuvolaglia color melanina che non lasciava presagire nulla di buono. Del soccorso nessuna traccia. Alle 10.45 ricontattai l’SOS. Ancora una volta in spagnolo o portoghese. Il soccorso non poteva venire perché anche lui aveva bisogno di soccorso. Cazzo! Mia moglie era sull’orlo di una crisi di panico. Che fare? La mia mente vulcanica cercò e trovò la soluzione. Ricordai di aver memorizzato nel mo cellulare il numero ACI e telefonai. Mi rispose, questa volta, un italiano in napoletano. Mezz’ora dopo eravamo scomodamente seduti nel carrattrezzi in compagnia di un avellinese che, bontà sua, ci reputava degni di dividere con lui la cabina di guida. Da buon campano l’autista s’interessò ai casi nostri e ci propose la sua autofficina per la riparazione della Stilo e una vettura sostitutiva per raggiungere Roma in tempo utile per assistere alla seduta di laurea che avrebbe impegnato nostra figlia Toni nel pomeriggio, alle 15.00. Accettammo. Per raggiungere il punto ACI dovemmo tornare indietro, sino a Atripalda, uno sperduto paesino dell’avellinese. Lì fummo accolti dal capofficina che ci prospettò, dopo un’oretta, una riparazione costosissima, circa 1300 €, se fossimo sfortunati, altrimenti una bazzecola, solo 650 €, se fossimo fortunati. Chiaramente infoltimmo la schiera degli sfigati. Se avessi avuto bisogno di un digestivo non sarebbe stato necessario fare una puntatina al bar o in farmacia: avevo un pozzo amaro in bocca. Trasferimmo i bagagli dalla Stilo alla nuova, si fa per dire, macchina, una Xara della Citroen, SW. Mi sedetti alla guida. Alle 13.00 eravamo nuovamente in cammino. La distanza che ci separava da Roma era aumentata, grazie alla visita atripaldese. Il tempo era diventato indecentemente brutto per la pioggia violenta e costante e il vento a non so quanti nodi. Non mi persi d’animo. Sono o non sono Cazio?- pensai.&lt;br /&gt;All’imbocco dell’autostrada spinsi il pulsante elettrico per abbassare il vetro del finestrino di guida onde ritirare il biglietto: Macché, non funzionava! Mia moglie scese dall’auto e ritirò il tagliando del pedaggio tra lo strombazzare delle auto che seguivano. Ripartii sgommando. Spinsi a fondo l’accelleratore. La lancetta del tachimetro in pochi secondi segnò 170 km orari. Me ne fregai e guidai a tavoletta. Mia moglie, di solito pallida, alternò, per tutto il tragitto, il pallore al rossore, passando da ondate di caldo a sudore freddo. A volte metteva le sue mani sugli occhi non so se per paura o perché preferiva non vedere. Il tergicristallo andava come un forsennato sul parabrezza nel tentativo di scrollare lo tsunami che impediva la piena visibilità, ma io ero ormai come invasato e ironizzavo sui tratti controllati dal tutor che ammoniva di ridurre la velocità. Alle 15.00 in punto eravamo nella caput mundi, cioè sul suo raccordo anulare. Tra le imprecazioni dei piloti delle altre autovetture mi avventurai in sorpassi a destra e a sinistra impipandomene dei gesti onomatopeici che mi si rivolgeva costantemente. Finalmente, con gli occhi rivolti un po’ al cielo, un po’al manto stradale, lessi a caratteri cubitali Uscita San Giovanni. Il cuore mi si allargò in petto, più di quanto sia già largo, grande se volete, per la lunga attività sportiva consumata in gioventù. I battiti cardiaci da 60 piccarono a 120. La meta era vicina! Entrammo, così, nella Circonvallazione Tiburtina. La mappa stradale procuratami da mia figlia raccontava che poco dopo avrei trovato l’uscita Scalo San Lorenzo. Pregustavo i momenti di relax che mi aspettavano e spinsi sull’acceleratore. La Xara rispose come un cavallo imbizzarrito alla mia sollecitazione. Sorpassammo a velocità della luce di una lampada da 1000 Watt un mini autobus giallo con una inserzione pubblicitaria che diceva Trinity College. Nello specchietto retrovisore il giallo si confuse presto con l’antracite della carreggiata. Macinammo km zigzagando in una gimcana da Go-Kart senza che vedessimo il cartello liberatore. Pensai, a un certo punto, di aver sbagliato strada. Invece no! Ero quasi per invertire il senso di marcia (ma non sapevo come avrei potuto farlo), quando incrociai con lo sguardo un cartello che indicava l’uscita per lo Scalo San Lorenzo, il quartiere sede della Sapienza, dell’Università, intendo dire. Il sole fece capolino giusto in tempo per indicarmi il largo Settimio Passamonti e dopo una breve deviazione a destra il Viale dello Scalo omonimo dello stanco eroe manzoniano. Fermai l’autovettura in prossimità di un sovrappasso. Mia moglie ed io ci facemmo occhiolino. Era fatta. Almeno così sembrava. Marco, fidanzato di mia figlia, ci raggiunse dopo qualche minuto. Dopo un saluto forzatamente frettoloso ci indicò dove posteggiare la macchina e ci guidò, a piedi, a grandi falcate, verso l’abitazione in cui risiede con Toni. Mia moglie sembrò tornare la giovane studentessa che correva i 400 metri; io arrancavo. Entrati in un portone che neppure vidi, attraversato l’androne, una porta si spalancò dinanzi ai nostri occhi. La varcai come un automa, con i polpacci che mi dolevano e l’alluce valgo che cantava. Borbottando sacramentavo contro il meccanico della mia città che aveva revisionato la Stilo prima della partenza. Quel boia mi aveva assicurato che ci avrei potuto fare il giro del mondo. Giunse così il momento della vestizione. In piedi, con la gamba destra del mio pantalone che negava l’ingresso alla mia, tanto da farmi precipitare per terra, indossammo velocemente gli abiti pronti per la cerimonia e poi di nuovo di corsa per raggiungere l’Università. Il sole, che sembrava aver vinto il duello con le nuvole, si arrese. Una pioggia scrosciante ci accolse non appena varcammo l’uscio del portone. Marco riprese la sua sfida con il tempo; mia moglie quasi lo precedeva; io arrancavo più di prima. Alle 15.40, stanchi, bagnati, ma felici, abbracciammo nostra figlia che, poverina, come Cenerentola, era sulle spine per noi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-7210602337294347830?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/7210602337294347830/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=7210602337294347830' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/7210602337294347830'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/7210602337294347830'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/11/roma-o-morte.html' title='Roma o morte'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-3420698258481895587</id><published>2008-11-02T09:47:00.003+01:00</published><updated>2008-11-03T16:46:08.258+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='foto di natalino lattanzi'/><title type='text'>laurea e fiori</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ8csODS7BI/AAAAAAAAAeU/8SieHUHxllM/s1600-h/009.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5264458035431140370" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ8csODS7BI/AAAAAAAAAeU/8SieHUHxllM/s320/009.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ8ccTmLgeI/AAAAAAAAAeM/dw4s5rboL-k/s1600-h/011.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5264457762041725410" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ8ccTmLgeI/AAAAAAAAAeM/dw4s5rboL-k/s320/011.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1p5fsIaUI/AAAAAAAAAeE/1MLLsRT0JAg/s1600-h/010.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5263979975946037570" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1p5fsIaUI/AAAAAAAAAeE/1MLLsRT0JAg/s320/010.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1pnCQc3fI/AAAAAAAAAd8/vtT1C3-QVLA/s1600-h/014.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5263979658807664114" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1pnCQc3fI/AAAAAAAAAd8/vtT1C3-QVLA/s320/014.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-3420698258481895587?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/3420698258481895587/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=3420698258481895587' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/3420698258481895587'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/3420698258481895587'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/11/laurea-e-fiori.html' title='laurea e fiori'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ8csODS7BI/AAAAAAAAAeU/8SieHUHxllM/s72-c/009.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-6141242797644062632</id><published>2008-11-02T09:34:00.008+01:00</published><updated>2008-11-02T09:51:27.548+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='foto di natalino lattanzi'/><title type='text'>Mura e tetti di Roma</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1o6xAVNHI/AAAAAAAAAd0/ijhP2jmH1HI/s1600-h/046.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5263978898262406258" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1o6xAVNHI/AAAAAAAAAd0/ijhP2jmH1HI/s320/046.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1otZdc_8I/AAAAAAAAAds/o3hVvZphBd4/s1600-h/045.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5263978668603801538" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1otZdc_8I/AAAAAAAAAds/o3hVvZphBd4/s320/045.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1oVj1k0xI/AAAAAAAAAdk/PyXI41xUP-8/s1600-h/053.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5263978259072471826" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1oVj1k0xI/AAAAAAAAAdk/PyXI41xUP-8/s320/053.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1oHKnAtUI/AAAAAAAAAdc/szO7KWbyugE/s1600-h/048.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5263978011782329666" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1oHKnAtUI/AAAAAAAAAdc/szO7KWbyugE/s320/048.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1nl_1o05I/AAAAAAAAAdU/HKKDld_n-O0/s1600-h/033.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5263977441955206034" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1nl_1o05I/AAAAAAAAAdU/HKKDld_n-O0/s320/033.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1nRf3KPPI/AAAAAAAAAdM/kYy128NbAWc/s1600-h/052.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5263977089774271730" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 213px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1nRf3KPPI/AAAAAAAAAdM/kYy128NbAWc/s320/052.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1ms77wUbI/AAAAAAAAAdE/mIefcTlx1S0/s1600-h/041.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5263976461654577586" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 213px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1ms77wUbI/AAAAAAAAAdE/mIefcTlx1S0/s320/041.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-6141242797644062632?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/6141242797644062632/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=6141242797644062632' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/6141242797644062632'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/6141242797644062632'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/11/mura-e-tetti-di-roma.html' title='Mura e tetti di Roma'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SQ1o6xAVNHI/AAAAAAAAAd0/ijhP2jmH1HI/s72-c/046.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-4131517016790344709</id><published>2008-10-05T12:29:00.012+02:00</published><updated>2008-10-05T12:35:34.096+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='foto di natalino lattanzi'/><title type='text'>Un Quartiere Periferico di Bari- Santo Spirito</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SOiYUZgYRMI/AAAAAAAAAYQ/m2MjR_9ZQyQ/s1600-h/Santo+Spirito-Casa+di+Nino+005.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5253616441539183810" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SOiYUZgYRMI/AAAAAAAAAYQ/m2MjR_9ZQyQ/s320/Santo+Spirito-Casa+di+Nino+005.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SOiYDs7wjqI/AAAAAAAAAYI/sDVA_euGGpg/s1600-h/Santo+Spirito-Casa+di+Nino+004.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5253616154696519330" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SOiYDs7wjqI/AAAAAAAAAYI/sDVA_euGGpg/s320/Santo+Spirito-Casa+di+Nino+004.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SOiXv3RdVuI/AAAAAAAAAYA/mNhDYBgUq4A/s1600-h/Santo+Spirito-Casa+di+Nino+003.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5253615813874505442" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SOiXv3RdVuI/AAAAAAAAAYA/mNhDYBgUq4A/s320/Santo+Spirito-Casa+di+Nino+003.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-4131517016790344709?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/4131517016790344709/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=4131517016790344709' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/4131517016790344709'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/4131517016790344709'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/10/un-quartiere-periferico-di-bari-santo_05.html' title='Un Quartiere Periferico di Bari- Santo Spirito'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_4Tc0svOX_X4/SOiYUZgYRMI/AAAAAAAAAYQ/m2MjR_9ZQyQ/s72-c/Santo+Spirito-Casa+di+Nino+005.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-7524317271152035160</id><published>2008-09-30T20:14:00.009+02:00</published><updated>2008-10-02T15:44:23.341+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='racconti'/><title type='text'>IL LABORATORIO MULTIMEDIALE</title><content type='html'>La prima volta che misi piede nel primo laboratorio d’informatica mi sembrò di entrare nel mondo delle meraviglie. Io ero, solo per rispettare la favola, Alice, e il coniglio bianco era il tecnico di laboratorio, Osvaldo La Gomma, che tutti per affetto chiamiamo Capitan Uncino, ma di solito solo Uncino per l’odio che nutre per il mondo ittico. I computer erano nuovi di zecca, i monitor erano altrettanti specchi a sfondo nero, le tastiere bacchette magiche che producevano il reale e l’irreale, il mouse il solito topaccio di fogna che percorreva le distanze speculari per inseguire, come pezzi di formaggio, lettere e immagini che correvano sui video. Ma non basta. Persino il pavimento della sala era tirato a lucido con quegli stupendi prodotti chimici che ragazze svestite pubblicizzano sulle nostre televisioni. Ero stupefatto. Pur avendo poche o nulle nozioni d’informatica, mi trasformai in mr. Hide e produssi con i miei alunni decine di CD con progetti sperimentali sull’interland barese. Poi la scuola s’ingrandì, s’ingigantì anzi; non eravamo più io e qualche altro docente di buona volontà a varcare la soglia di quel magico mondo, divenimmo duecento a contendercene il possesso, sia pure temporaneo. C’era un via vai davanti la porta blindata che mai i bagni delle sale cinematografiche quando si proiettava la Corazzata Potyonki hanno annoverato. Le fette maleodoranti infilate in scarpe ginniche 500 € al paio di migliaia di alunni cominciarono a calcare il magnifico pavimento di marmo insozzandolo con il terriccio esterno che ne divenne parte integrante, le tastiere furono pestate da centinaia di migliaia di mani sporche e unte d’olio di focaccine manipolate da Leonzio, il nostro gobbo di Notre Dame, i monitor divennero specchio per le alunne che dovevano rifarsi il trucco, mentre per gli arrapati cronici costituirono il mezzo virtuale per toccare le tette di qualche fanciulla la cui immagine compariva d’incanto a schermo intero; i mouse assunsero il compito di supposte per gli stitici doc. La polvere cominciò, così, ad accumularsi sui banchi, mentre le vetrate furono coperte da chewingum e sabbia, che il vento di Levante porta sino a noi, tanto da trasformare il tutto in una camera oscura.&lt;br /&gt;Incurante dei parassiti, dei batteri e delle piattole, l’altro giorno, precettato Osvaldo, mi sono seduto alla poltrona di comando per sviscerare ciò che la mia diabolica mente aveva partorito circa l’orario del corpo docente. Uncino non era solo. Veleggiava, con lui, Rodolfo Lo Smilzo, il tecnico del secondo laboratorio. C’è da dire che quando i due parlottano tra loro diviene impossibile decifrare una sola parola. Usano un linguaggio primordiale, fatto di suoni gutturali, di strofinate di palle con relativo mugugno di soddisfazione, di masticatura di gomme americane fatte in Cina con licenza italiana, di gesti inconsulti di solito accompagnati da risolini con piega amara e sventolio di fazzoletti di cotone per detergere l’abbondante sudore provocato dal difficoltoso confronto verbale sui rispettivi regni.&lt;br /&gt;M’imbattei in uno di questi momenti. Avrei preferito scaricare la tensione del lungo lavoro da solo, chiuso nella rabbia che si manifesta ogniqualvolta mi si presenta le cahier de lagnance dei miei colleghi, amareggiati dai frequenti buchi che costellano il loro orario. Ma Osvaldo e Rodolfo avevano voglia che io facessi da arbitro alla loro tenzone verbale. All’oscuro dell’oggetto del contendere, chiesi che almeno mi si dicesse di cosa stavano parlando. E fu un errore. Uno da un lato, l’altro dall’altro, mi assalirono con le loro emissioni vocali incomprensibili, mentre ambedue gocciolavano secrezioni sudoripare da tutti i pori visibili del loro corpo. Osvaldo va sui toni alti , Rodolfo è il più ermetico. Tra vari embhe ,e già, uuhmm , così, perché, quando , quindi, non sono fesso,che poi ho cinquant’anni, uniche espressioni che riuscii a comprendere, e gli &lt;em&gt;e già&lt;/em&gt; (ne hanno molti in comune) , &lt;em&gt;mo senti, dato che, se vuoi una gomma, i contribuuti&lt;/em&gt; ecc dell’altro, non capii una mazza. Mi sentivo come Paride tra due trans nei panni di Venere e Giunone,con la voglia di spiaccicare sul loro cranio la mela, per equa divisione, piuttosto che darla a uno dei due in segno di vittoria. Dopo circa dieci minuti di questo linguaggio cifrato più consono ai servizi segreti che a poveri dipendenti della P.I., mi arresi. Li stoppai e li pregai di tornare al linguaggio originario, anche al dialetto purché mi si parlasse in modo intellegibile. Si offesero. Mi aggredirono con altri grugniti e squilli di tromba non identificati, ma che stavano a indicare il disappunto per la mia rottura di palle. Li mandai a fanculo e cominciai a muovere le mie pedine sulla scacchiera del quadro orario.&lt;br /&gt;Non si persero d’animo. Poco dopo tornarono alla carica, nonostante inviassi mentali e fervide preghiere per renderli temporaneamente muti.&lt;br /&gt;Tra i vari intercalari, sottoponendo la mia corteccia cerebrale a uno sforzo immane, compresi. Il tutto verteva su alcuni compensi aggiuntivi, quali quelli relativi ai corsi POF,PON e POR. Chiedevano a me, che non me ne fotte, se fosse giusto che un altro aiutante tecnico godesse di privilegi a loro sempre negati, nonostante vantassero una maggiore anzianità di servizio nel Benpensante. Cercai di calmare la loro animosità, che si manifestava con un effluvio di parole smozzicate, sputacchi di saliva sul mio giubbino, pugni sulla scrivania in truciolato, calci alle poltroncine delle postazioni di computer, motivando le decisioni del preside non come frutto di partigianeria, ma come scelte tecniche, data la diversa attribuzione di mansioni. E lì sbagliai. Non appena pronunciai diversità di mansioni, mi assalirono, mi strattonarono per il giubbino, mi spinsero sulla sedia, mi schiaffarono quasi negli occhi i loro indici per affermare la loro supremazia in fatto di gestione dei mezzi informatici. Infine conclusero: il loro rivale era, a detta dei due, il favorito di Porfido Segaioli. Per stemperare l’atmosfera con fare sornione chiesi se fossero sicuri che Porfido fosse gay. Per loro ridere a crepapelle è mostrare appena le dentiere quotidianamente lucidate. E lo fecero. Il luccichio del sole sugli incisivi durò una decina di secondi, poi, calmatisi, mi chiesero, a gesti più che a parole, di essere portavoce del loro scontento, poiché, bontà loro, ero adatto ad assumere il ruolo di patrocinante dei diseredati, come essi ritenevano di essere. Confessai la mia impotenza. Mi assalirono ancora. Mi arresi. Zittirono. Poi, dopo un attimo di pausa, come due orologi sincronizzati, programmati sullo stesso orario di sveglia, riattaccarono. Si erano pentiti. Decifrai che mi pregavano affinché non facessi parola con alcuno, men che meno col preside, del loro sfogo. Finsi di nicchiare ma, prima che cambiassero idea, aderii alla loro richiesta. Mi lasciarono solo nella piccola cloaca e scaricai il mio nervosismo attribuendo prime e seste ore di disposizione ai miei ignari e incolpevoli colleghi. Frattanto il parlottio al di là della porta blindata continuava. Temperai nervosamente la matita. La punta s’incastrò tra la lama e la fessura che consente ai riccioli di legno di venir fuori. Tirai con forza e trac, castrai l’attrezzo della sua mina per intero. Sacramentavo quando Osvaldo rientrò nella stanza: ci aveva ripensato, Rodolfo no. Mi si avvicinarono, e ripresero a gesticolare e a grugnire. Mi ricordarono King Kong, il gigantesco gorilla che si voleva fare la dolce fanciulla bionda. Per fortuna sono bruno, o meglio grigio brunito, e non una dolce fanciulla.&lt;br /&gt;Si affacciò nella stanza il prof Del Cozo, mio socio nella redazione dell’orario. Del Cozo, RSU a tutti gli effetti, deputato a difendere i diritti dei lavoratori, fu la mia ancora di salvezza.&lt;br /&gt;Del Cozo è flemmatico, per meglio dire è un paraculo. Dice sì a tutti per non subire pressioni nè fisiche, nè psicologiche. Chiaramente il più delle volte viene meno a ciò che promette, ma si giustifica col sorriso sulle labbra e tutto gli è perdonato. Quando ciò accade, la maggior parte dei petenti si rassegna, perché non ha il coraggio di affrontare vis a vis il gota del Benpensante. Del Cozo, il piccolo Cesare, &lt;em&gt;si assise in mezzo a lor&lt;/em&gt; e con aria da confessionale  li ascoltò. Non capì un cazzo ma, comunque, si dichiarò a loro disposizione. Poi sedette accanto a me. Osvaldo e Rodolfo frattanto si erano ammansiti; borbottarono ancora vari &lt;em&gt;e già, ho cinquant’anni, non mi prende nessuno per il culo &lt;/em&gt;e altre colorite accezioni e, seduti a due postazioni per studenti, si dettero alla lettura di City.&lt;br /&gt;Un silenzio chiesastico scese nella sala computer. Del Cozo ed io ci guardammo sorpresi. Volgemmo lo sguardo alle nostre spalle e vedemmo i due indefessi lavoratori col capo poggiato su due tastiere, nelle tenere braccia di Morfeo, dormire come due angioletti.&lt;br /&gt;Il timore di svegliarli ci fece desistere dal continuare il nostro lavoro. In punta di piedi raggiungemmo l’uscita e li lasciammo ai loro sogni beati. Il corridoio che permette l’accesso alla sala computer era bloccato. Decine di colleghi che avevano preso visione dell’ennesimo orario provvisorio ci attendevano al varco. Non appena ci scorsero ci circondarono. Avevano tra le mani proposte di orario personalizzato, ciascuno adducendo inderogabili problemi di famiglia. Duri più dei protagonisti del film Noi duri non ci facemmo intenerire né da chi dichiarava di dover lasciare il bambino di tre mesi fuori dalle cancellate dell’Asilo Nido, a Napoli, alle tre del mattino per essere puntuali a scuola, a Bari, in prima ora, né da coloro che vantavano padri, madri, nonni e zii da dover assistere in ottemperanza alla legge 104. Solo due furono i casi che prendemmo in considerazione, perché veramente degni di comprensione. Il primo ci fu esposto dalla collega d’Inglese, Carmen Cugina della Sorella, di antica famiglia nobile originaria di Zollino. La poverina rappresentava veramente un caso particolare. Con un marito in pensione e due figli militari di carriera imboscati in fureria, aveva un appartamento di 230 mq da sistemare ogni mattina con l’aiuto di una sola cameriera o collaboratrice domestica, come cacchio si usa dire oggi; l’altro era ben più grave. La prof Scoppola, docente di Matematica, madre di due figli fuori corso alla facoltà d’Ingegneria Nucleare, aveva grave necessità di non essere in servizio in sesta ora poiché doveva prelevare i suoi pargoli all’uscita delle lezioni universitarie. Mostrammo il nostro buon cuore, Del Cozo e io, dichiarando che avremmo esaminato i loro casi vista la gravità delle motivazioni addotte. Mentalmente li mandammo affanculo, praticamente glielo mettemmo nel boffice.&lt;br /&gt;Le urla di protesta destarono Biancaneve e la Bella addormentata. La Gomma e Lo Smilzo si unirono al coro dei contestatori. Pensavano i due imbranati che Del Cozo e io stessimo indirizzando i nostri colleghi verso il laboratorio di Quinto il Pelato, il terzo aiutante tecnico, beniamino &lt;em&gt;sine condicio&lt;/em&gt; del dirigente scolastico. Nonostante le nostre proteste d’innocenza, sfiduciarono Del Cozo e dichiararono che essi stessi avrebbero provveduto a far abolire lo scandaloso Ius primae noctis. Non c’entrava un cazzo, ma lo dissero.&lt;br /&gt;Seguiti da un nugolo di docenti, Osvaldo e Rodolfo raggiunsero la presidenza. Porfido era impegnato con il team della Qualità. Anche lì, casino. Una ventina di docenti circondava la scrivania di Porfido, costretto a girare come una trottola sulla poltrona girevole per ascoltare il pensiero di ciascuno. La prof Antrocof, di origine ucraina, docente di francese, era in piedi e invocava l’intervento di Gorbaciov durante le sue lezioni, per avviare una mini Perestroika che insegnasse ai suoi alunni come si fa ad abbattere un muro; il docente di Fisica, Alex Dell’Angelo Della Bona Nova, convinto della bontà del progetto della collega chiedeva di rivolgersi a Maria Lippi, per poter inviare, attraverso la trasmissione C’è posta per te, una lettera d’invito all’ex premier russo. Il prof Caimano, docente d’italiano, scafato a tutte le pseudo novità, scetticamente asseriva che la Perestroika non c’entrava una minchia, ma che gli alunni avrebbero dovuto seguire la trasmissione televisiva, L’isola dei famosi, per essere avviati alla vita vera. La più assennata fra tutti era la prof di Educazione Fisica, Ciccia La Corta, che pensava che la qualità fosse solo del prosciutto di Parma con il suo marchio DOC. Porfido perse per un attimo il senso della realtà. Chiese, rivolgendosi verso l’unico pertugio libero, cosa bollisse in pentola; poi, consapevole della sua defaillance, si passò una mano sugli occhi e decise che Quinto avrebbe raggiunto la piccola assemblea. Rodolfo Lo Smilzo divenne color pomodoro e sbottò: - Ma cacchio, se siamo qui noi perché chiama Quinto? Allora è vero che è il suo preferito! Osvaldo incalzò: - Le particolarità devono finire, non è possibile che lei imponga lo ius primae noctis, cacchio!&lt;br /&gt;Segaioli non sembrò per nulla scosso dalle loro parole, anzi sorrise bonario: il pelato era alle loro spalle.&lt;br /&gt;- Quinto - sussurrò poi con voce arrochita - scaricami il progetto qualità del liceo classico.&lt;br /&gt;- Allora lo fa apposta - sbottò Lo Smilzo e sbatté la porta.&lt;br /&gt;Osvaldo lo seguì masticando nervosamente una gomma.&lt;br /&gt;Non appena fuori i due si proclamarono in sciopero bianco fino a che Porfido non avesse restituito loro la propria dignità assegnandogli un nuovo corso da gestire senza che Quinto ricevesse alcuna contropartita. Incrociarono le braccia e attesero Del Cozo al varco.&lt;br /&gt;Frattanto il pelato aveva scaricato il file del progetto del Liceo. Uncino e lo smilzo lo guardarono indignati. Il pelato ricambiò lo sguardo, rise compiaciuto e varcò la soglia della presidenza. Del Cozo e io eravamo sul punto di ritirarci nelle nostre stanze, quando il preside ci stoppò: Cosma e Damiano, dove andate? Non sapete che anche voi fate parte del progetto qualità?&lt;br /&gt;Veramente non lo sapevamo, ma prendemmo posto su due seggiole vacanti poste alle spalle di Porfido.&lt;br /&gt;- E’ per pararle il culo - sussurrò all’orecchio del preside Del Cozo, che intrattiene con lui un rapporto privilegiato.&lt;br /&gt;- A proposito - chiese Segaioli - cos’è questo fatto dello ius primae noctis?&lt;br /&gt;Mi sentii in dovere di rispondere.&lt;br /&gt;- Lo ius primae noctis era il privilegio del principe di portarsi a letto la sposa del suddito nella prima notte di matrimonio.&lt;br /&gt;Questo lo so - sbottò Porfido - ma che c’entra con Quinto? che me lo porto a letto io?&lt;br /&gt;Le colleghe presenti sorrisero imbarazzate, Caimano e D’Angelo sghignazzarono.&lt;br /&gt;- Chiariamoci - esclamò Segaioli - io ho moglie e figli!&lt;br /&gt;Del Cozo sbadigliò - E chi lo mette in dubbio… quello non sapeva manco cosa diceva…&lt;br /&gt;Quinto divenne più rosso di una mela Star e cercò di guadagnare l’uscita.&lt;br /&gt;- No, no! – lo fermò Segaioli - e mo che fai te ne vai e io resto qui a dare spiegazioni. Parla anche tu!&lt;br /&gt;- Preside, ma che debbo dire…&lt;br /&gt;- Come, che devi dire? Tu devi parlare!&lt;br /&gt;- Ma, preside, così mi mette a disagio.&lt;br /&gt;- E perché a disagio? Ouh, non ti mettere niente in testa…&lt;br /&gt;- Che mi devo mettere in testa?&lt;br /&gt;- Beh, lasciamo perdere, perché se no qui …&lt;br /&gt;- Eh no, adesso deve chiarire! Anche io ho moglie e figli e non è che mo ci debbo fare la parte del …&lt;br /&gt;Del Cozo intervenne con la sua diplomazia del “sì, avete tutti ragione”: Per carità, qua ci stiamo perdendo in cose di poco conto. Lo sappiamo tutti che Osvaldo non voleva assolutamente alludere a ciò che pensate. Quel ragazzo parla spesso a sproposito, non sa cosa dice in italiano, figuriamoci in latino… il suo problema, come quello di Rodolfo, è di percepire più danaro, che collabori o no ai progetti.&lt;br /&gt;Detto questo si sedette a gambe larghe sulla sponda della scrivania presidenziale e attese le reazioni del pubblico. Quinto e il preside mostrarono di gradire il suo intervento, anche perché chiudeva una questione che stava prendendo una strana piega. Tutti gli ascoltatori, a quel punto, si dichiararono d’accordo con le idee delcoziane e si riprese a discutere del progetto qualità. Segaioli, dopo un po’, dichiarò che era meglio interrompere la seduta perché si era fatta ora di pranzo e la prorogò al giorno successivo.&lt;br /&gt;-Mia moglie mi ripudierà- disse sorridendo- domani è il suo compleanno e io, invece che a casa, starò a scuola.&lt;br /&gt;Un coro di voci da soprano si alzò alto nel cielo.&lt;br /&gt;-Preside - pregò Ciccia La corta autoelettasi portavoce dell’assemblea-spostiamo a dopodomani. Le altre applaudirono a mo’ d’incoraggiamento.&lt;br /&gt;Porfido nicchiò per far sì che il coro divenisse veramente unanime, poi, quando si rese conto che l’androceo non reagiva, con aria sconsolata ripeté che era necessario rincontrarsi l’indomani per rispettare la scadenza del bando del progetto.&lt;br /&gt;Il coro ancillare divenne più forte e accorato, ma non commosse alcuno di noi maschi già pronti a togliere le tende. Del resto eravamo ben coscienti che Porfido, piuttosto che rompersi le palle a casa, preferiva romperle a noi a scuola.&lt;br /&gt;Non appena fuori della presidenza Del Cozo e io fummo abbordati da Osvaldo e Rodolfo. Osvaldo ci offrì immediatamente una gomma da masticare. Da quando ha smesso di fumare per risparmiare, spende una barca di euro in chewingum.&lt;br /&gt;Masticando a bocca piena mi rivolsi a Uncino: ma come cazzo ti è venuto in mente di citare lo ius primae noctis? Lo hai fatto incazzare!&lt;br /&gt;-Ma perché, non è giusto?&lt;br /&gt;- Sì che è giusto, come detto latino, ma tu che cacchio volevi dire?&lt;br /&gt;-Come, non è chiaro? Ius lavoro sino alla prima notte.&lt;br /&gt;-Ma chi è sto cavolo di ius?&lt;br /&gt;- Scusa, in latino io non si dice ius?&lt;br /&gt;- Ma vaffanculo! Ius sta per diritto e lo ius primae noctis significa farsi la sposa prima dello sposo.&lt;br /&gt;-Ma come, davvero? Non è che mi prendi per il culo?&lt;br /&gt;-Senti, se vuoi fare una cosa buona va’ da Porfido e chiedigli scusa. Lui pensava che tu volessi dire che è gay&lt;br /&gt;- Madonna, che ho fatto!&lt;br /&gt;Del Cozo lo consolò dicendogli che tutto poteva essere riparato con le scuse e non insistendo più sulla primogenitura di Quinto. Rodolfo si associò alla richiesta prevedendo ritorsioni anche contro di lui che si era associato nella protesta al suo collega.&lt;br /&gt;Bussarono alla porta di Segaioli. Come al solito Del Cozo e io origliammo. Sentimmo il tono sommesso dei due nel silenzio di Porfido, poi il silenzio dei due tra le urla di Segaioli che li minacciava di provvedimento disciplinare. Uscirono a testa bassa imprecando contro il loro avverso destino. La loro condizione è leggermente cambiata: percepiscono qualche euro in più, ma non hanno smesso d’invidiare il collega pelato che la fa da padrone su due laboratori con il consenso del preside.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tratto da &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Cronache di scuola&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; di &lt;em&gt;natalino lattanzi&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-7524317271152035160?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/7524317271152035160/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=7524317271152035160' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/7524317271152035160'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/7524317271152035160'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/09/il-laboratorio-multimediale.html' title='IL LABORATORIO MULTIMEDIALE'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-1594392867997768819</id><published>2008-09-10T16:42:00.004+02:00</published><updated>2008-09-14T16:51:21.311+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='romanzi di natalino lattanzi'/><title type='text'>Sic Stantibus Rebus</title><content type='html'>&lt;em&gt;&lt;strong&gt;Sic stantibus rebus&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Minchiuzzi è laureato. Nessuno lo credeva. Noi pensavamo che per una di quelle strane leggi di un tempo, quelle per cui cuochi divenivano docenti, avvocati prof. di educazione fisica, ex bidelli presidi, beh, per una di quelle leggi anche lui avesse potuto fregiarsi del titolo di docente senza essersi spaccato il culo sui libri di testo griffati dai baroni universitari. L’altro giorno, trionfante, mentre eravamo al bar, mostrò il suo diploma targato 1972 perché si era scocciato delle frequenti illazioni sul suo conto. Tanto di 110 e lode in Scienze Apolitiche. Mai sentita prima quella facoltà; inoltre da noi insegna genetica. C’insospettimmo. Un mio amico lavora nella segreteria generale dell’Università, quella in cui si rilasciano i diplomi originali di laurea. Non frapposi indugio: telefonai. Oreste Pugnetta mi rispose con la sua parlata strascicata da texano… da molfettese cioè. Non appena mi riconobbe mi salutò con il solito -“ciao, Nanni, sempre seghe, vero?”. Anche lui stava sorbendo il caffè. Il caffè per Oreste è come la benedizione papale nel giorno di Pasqua. Ha una sacralità tutta sua, particolare. Oreste lo centellina alternando a ogni sorso una tirata alla pipa di radica che fuma da sempre. Lo mescola con il fumo che ingoia con ingordigia, cacciandolo nelle profondità degli alveoli polmonari senza tossire; con lo sguardo rivolto al cielo butta fuori ampie volute di fumo, quasi a mandare un messaggio al padreterno, come facevano i pellerossa quando sacramentavano tra loro contro i bianchi sterminatori di bisonti. Il barista, uno serio il suo, gli serve la bibita in una coppa da cremolata (un gelato tipico del Sud) in cui il mio amico intinge il cannello della pipa quando il caffè è agli sgoccioli per lasciar sedimentare sulle papille linguali il fumo aromatizzato al Segafredo, la sua marca preferita. Non so perché mi chiami Nanni, né perché, lui, col cognome che si ritrova, mi chieda ogni volta se faccia ancora pugnette.&lt;br /&gt;Ci conosciamo da ragazzini, quando la mia famiglia si trasferì nello stesso stabile in cui abitava la sua.&lt;br /&gt;Il primo incontro non fu dei più simpatici. Lui aveva la sua gang, di cui era il capo. Scorazzava per le scale del palazzetto in cui abitavamo, che portava ancora i segni di un possibile crollo, tanto era puntellato con travi grosse una trentina di centimetri, scivolando sui corrimano. Noi ci eravamo stabiliti provvisoriamente lì perché la nostra precedente abitazione era stata presa di mira dai bombardieri americani, i B29, che evidentemente lo avevano in grande antipatia. Un giorno, durante una delle solite scivolate, Oreste mi era precipitato addosso procurandomi un bozzo sulla fronte che non si ruppe solo perché il mio cranio è a prova di martellate; lui, invece, svenne. Questo fatto non gli andò a genio, perché aveva la fama di duro. I suoi compagni cominciarono, così, a non essere più convinti della sua leadership e a guardare a me con un certo interesse. Nacque, in questo modo, una rivalità che risolvemmo con una scazzottata, come avveniva nei film di John Waine. Io, per la verità, ero contrario alla violenza perché i miei avevano fatto di me un timorato di Dio, mandandomi sin dall’asilo presso monache e preti, ma ci fui tirato per i capelli quando, di fronte a un mio ennesimo rifiuto, Guido, uno della banda, mi disse che ero una checca. Feci in modo che lo diventasse lui sferrandogli un calcio nelle palle e, poi, accettai la sfida. Ci picchiammo rompendoci labbra e naso. Alla comparsa del sangue,però, ci guardammo negli occhi e assalimmo gli altri componenti della gang che assistevano compiaciuti alla nostra macellazione. Li stendemmo tutti e divenimmo amici.&lt;br /&gt;-Nanni del cazzo! - ruggii.&lt;br /&gt;Il nome Nanni mi fa andare in bestia. Si chiamava così un giovane gay degli anni ’60. Biondo e sculettante, si aggirava in Piazza Umberto invitando noi ragazzi (non eravamo che monelli di una dozzina d’anni) a seguirlo nei vecchi portoni delle case diroccate dalla guerra. Lo seguivamo. Nanni scendeva le scale che portavano ai rifugi della II Guerra Mondiale e, giunto nel luogo che riteneva più opportuno, si calava i pantaloni. Solo allora, sghignazzando, lo deridevamo gridandogli dietro culattone, e scappavamo facendo le scale a quattro a quattro. Divenuti più grandi, eravamo noi a prendere l’iniziativa. Nanni, che ormai ci conosceva bene, ci percuoteva le orecchie con una serie di imprecazioni che avrebbe scandalizzato anche la più vecchia maitresse della città, apprese quando accompagnava il papà al porto, dove il pover’uomo faticava come un matto a scaricare balle pesanti quintali. Nanni, allora, era un bel ragazzetto di 17 anni, biondo, esile, dai lineamenti delicati, con due occhioni azzurri che ispiravano tenerezza.&lt;br /&gt;La scoperta del sesso dovette essere necessariamente traumatica se fu uno scaricatore del porto, Brutus (così detto per la terribile somiglianza con il rivale di Bracciodiferro) a violentarlo nella cambusa di una nave militare americana sotto gli occhi divertiti di quattro marines ubriachi.&lt;br /&gt;La storia che circola per la nostra città non si limita a queste poche, squallide notizie, ma, man mano, si è arricchita di varie altre sfumature. Si narra, infatti, che Nanni piangesse per molti giorni e che non avesse rivelato ad alcuno i motivi della sua disperazione. Solamente la madre, Elvira, riuscì a vincere la reticenza del figlio con la promessa di un giro sulla ruota panoramica del Luna park. Il padre no. Era morto qualche mese prima, la sera del 2 dicembre del 1943, nelle acque del lungomare di Bari, col ventre squarciato dal frammento di una bomba tedesca lanciata da un bombardiere Ju-88. Il suo corpo galleggiò in prossimità della riva per tutta la notte, prima che due volontari lo riportassero a terra ormai dissanguato e coperto dalle terribili vesciche dell’iprite, un gas letale di cui era imbottita la stiva della nave americana John Harvey. Quella notte persero la vita più di mille persone, di cui circa trecento civili baresi. Quel tragico episodio di guerra oggi è ricordato come la seconda Pearl Harbor, in cui le forze alleate di stanza a Bari persero 17 navi e 700 di soldati. Fu il più grave fatto di guerra chimica verificatosi nel secondo conflitto mondiale.&lt;br /&gt;Elvira, armata di coltello, si recò al porto.&lt;br /&gt;Brutus era lì, a ridere della sua prodezza, quando sentì la punta dell’arma pungergli il collo all’altezza della giugulare. La donna non cercava stupide parole di scusa: esigeva che Brutus riparasse in via definitiva al suo errore esaudendo la richiesta del figlio. Il manovale accettò pur di aver salva la vita. Fu così che Nanni si trasferì da Brutus con cui convisse per circa vent’anni.&lt;br /&gt;Beh, cazzo, ditemi se non era logico che non mi andasse di essere chiamato Nanni!&lt;br /&gt;Riprendendo un gioco che facevamo da bambini, gli risposi: Oreste, amico di Gargiulo, se lo prende sempre in …&lt;br /&gt;Rise: -Va bene, dimmi cosa vuoi.&lt;br /&gt;Gli raccontai in breve del titolo di laurea di Minchiuzzi, della facoltà e della valutazione.&lt;br /&gt;Rise ancora: Ma mi vuoi prendere per il culo?&lt;br /&gt;-No, è vero… c’è tanto di timbro e firma del rettore dell’Università.&lt;br /&gt;La pausa che seguì era il segno che Oreste stava mandando il fumo al cielo.&lt;br /&gt;-Hai detto Minchiuzzi … e il nome?&lt;br /&gt;-Egidio.&lt;br /&gt;-Quando è nato?&lt;br /&gt;-Non lo so, ma posso informarmi…&lt;br /&gt;-Non fa nulla, ci penso io. Dammi un po’ di tempo.&lt;br /&gt;-Quanto tempo!?&lt;br /&gt;-Beh, il tempo di finire il caffè e tornare in ufficio.&lt;br /&gt;-Ho capito, ti telefono tra un paio d’ore.&lt;br /&gt;-Non dire stronzate, ti chiamo io tra un’ora circa.&lt;br /&gt;-D’accordo.&lt;br /&gt;-Ciao.&lt;br /&gt;-Ciao.&lt;br /&gt;Come immaginavo, mi telefonò dopo due ore. Il brusio che proveniva dalla cornetta con voci sovrapposte, risate soffocate e chiacchiericcio di tazzine che si baciavano con cucchiaini metallici mi impediva di distinguere chi fosse il mio interlocutore, poi, finalmente, la voce di Oreste divenne riconoscibile:&lt;br /&gt;- Hello, Nan … Nik?&lt;br /&gt;-Si, dimmi!- e schiacciai una zanzara che si era posata sul mio braccio scoperto, decisa a trasfondersi il mio sangue.&lt;br /&gt;- Allora, non è laureato in Scienze Apolitiche. Quel diploma di laurea è stato annullato quaranta anni fa per un errore macroscopico della stamperia. Il tuo Minchiuzzi è laureato dal 1971 in Scienze Chimiche con 90 su 110. Il diploma originale non è stato mai ritirato, giace ancora negli archivi dell’Università. Ha solo ritirato alcuni certificati di laurea agli inizi degli anni ’80. Non farne parola con altri, però…è segreto d’ufficio. Se si viene a sapere che ti ho informato mi fai passare dei guai per la privacy.&lt;br /&gt;-Sta’ tranquillo, sarò muto come uno che ha tutto un bigné in bocca.&lt;br /&gt;-D’accordo, ti basta?&lt;br /&gt;Mi grattai la testa: Sì, grazie.&lt;br /&gt;-Grazie un corno, mi devi un favore! Uno di questi giorni verrò da te a scroccarti un paio di quei gelati di caffè che fai con quella macchina meravigliosa. Anzi, penso che verrò a prendermi la macchina.&lt;br /&gt;- Stronzo, è il manico che conta!&lt;br /&gt;II suono gutturale che emette quando distorce le labbra e digrigna i denti mi indicò che aveva sorriso.&lt;br /&gt;Minchiuzzi è il re dei chiavici. Ancora una volta s’era preso gioco di noi. Pensai di ripagarlo della stessa moneta.&lt;br /&gt;A scuola chiarii solo che Egidio s’era divertito alle nostre spalle e che la sua laurea, quella vera, in Scienze Chimiche, così come mi aveva assicurato Oreste, consentiva, non si sa per quale arcano motivo, anche l’insegnamento in Genetica.&lt;br /&gt;Un mese dopo, quando Minchiuzzi s’era vantato anche con il guardiano del palazzetto dello Sport , gli operatori ecologici addetti alla raccolta del differenziato e con Rosina, la cagnetta meticcia, mascotte dell’Istituto, di averci gabbati tutti, d’accordo col dirigente amministrativo, escogitai la rappresaglia. Varcai, così, il 20 ottobre, la soglia del nostro istituto fingendo una grande preoccupazione. Egidio era già al bar, in compagnia della solita combriccola con cui consumiamo la colazione mattutina.&lt;br /&gt;-Un caffè maculato e un cornetto- dissi con aria affranta.&lt;br /&gt;Gianni Estroverso, mio alter ego, smorzò il sorriso che gli aleggia sulle labbra ogni volta che mi viene incontro.&lt;br /&gt;-Cosa t’è successo? Mi chiese preoccupato.&lt;br /&gt;- Un’ira di Dio, ecco cosa mi è successo!&lt;br /&gt;-Sarebbe?&lt;br /&gt;-Sarebbe che forse mi sbatteranno fuori della scuola senza pagarmi un cavolo, anzi rifondendo l’Amministrazione.&lt;br /&gt;-Comeee?- chiesero il preside e Minchiuzzi.&lt;br /&gt;- Si, pare che per i laureati del 1970 al ‘73 sia sorta un’inchiesta sulla validità del titolo di studio… altro che la stronzata della laurea in Scienze Apolitiche- dissi guardando in cagnesco il genetico.&lt;br /&gt;-Come sarebbe?- intervenne il preside restando con la tazzina del caffè a mezz’aria.&lt;br /&gt;- Sapete certamente dello scandalo che è sorto per l’ammissione alla facoltà di medicina…&lt;br /&gt;-E che centra?-m’interruppe Porfido.&lt;br /&gt;-Mi lasci finire, preside. Come dicevo, i test d’ammissione alla facoltà erano contraffatti per la collusione di alcuni docenti universitari con studenti e personale ausiliario. L’inchiesta, per un Gip arrivista e che non sa farsi i cavoli suoi, si è allargata a macchia d’olio. Le indagini hanno coinvolto tutte le facoltà, andando a ritroso nel tempo, sino agli anni ’60. E’ venuta così alla luce tutta una serie di illegalità compiute negli anni ’70 riguardo i titoli di laurea rilasciati in varie facoltà.&lt;br /&gt;Minchiuzzzi cominciò a agitarsi: Anche la mia?&lt;br /&gt;-Penso di sì, ma come per tante altre. L’indagine ha abbracciato, come ho detto, tutte le facoltà, limitatamente, però, ai primi anni ’70.&lt;br /&gt;-Dici anche i laureati del ’71?&lt;br /&gt;-Caavolo! Se l’arco di tempo è dal ’70 al ’73, cavolo se c’entra il ’71. E’ il mio anno di laurea!&lt;br /&gt;-Anche il mio!&lt;br /&gt;-Egidio, scusa, ma che mi frega! Io sto pensando al mio!&lt;br /&gt;-Dai che è una cazzata, ti vuoi vendicare dello scherzo del mese scorso…&lt;br /&gt;-Tu devi essere matto… vedi se ho voglia di scherzare su un argomento del genere!&lt;br /&gt;-E per… perché tutto que… questo?-balbettò il genetico.&lt;br /&gt;-Ma, che forse hai la coscienza sporca?- intervenne Gianni che aveva cominciato a capire.&lt;br /&gt;Il dirigente amministrativo entrò nel bar e si avvicinò al preside con un foglio protocollato fra le mani. Si appartò in un angolo con Segaioli e confabulò con lui sottovoce guardando di tanto in tanto il buon Minchiuzzi.&lt;br /&gt;Minchiuzzi  era sulle spine.&lt;br /&gt;Perché mi guardate, cosa è scritto su quel documento?.&lt;br /&gt;Il preside assunse un’aria grave: Professor Minchiuzzi, venga con me in presidenza.&lt;br /&gt;-Ma cosa succede?-implorò Egidio.&lt;br /&gt;-Stia tranquillo, mi segua in presidenza- confermò Porfido con voce ferma.&lt;br /&gt;Minchiuzzi si appoggiò al bancone: E lui no?- piagnucolò indicando me.&lt;br /&gt;-Lui? No, perché dovrebbe?&lt;br /&gt;-Ma ci siamo laureati tutti due nel ’71-rantolò Minchiuzzi che era ormai al colmo della disperazione.&lt;br /&gt;-Ebbene?&lt;br /&gt;-Ma anche lui potrebbe aver brigato…&lt;br /&gt;Il preside lo interruppe: brigato per cosa? Minchiuzzi cosa mi nasconde?- si accigliò Porfido.&lt;br /&gt;-Veramente… una raccomandazione…&lt;br /&gt;-Stia zitto- lo interrupe ancora una volta Segaioli- le questioni private le discutiamo in separata sede!&lt;br /&gt;Minchiuzzi seguì Porfido a testa bassa in presidenza. Porfido chiuse la porta e ordinò all’ausiliare di servizio di non disturbarlo.&lt;br /&gt;Rimasti soli, Gianni sbottò in una risata e mi disse che mi aveva sgamato.&lt;br /&gt;Portammo via di peso l’ausiliario di guardia alla porta di Porfido e origliammo.&lt;br /&gt;Minchiuzzi balbettava, pregava, si difendeva, incolpava, imprecava. Ad un certo punto lo sentimmo invocare Allah. Venne fuori come un ossesso: brandiva il fermacarte di bronzo di Porfido. Intuii le sue intenzioni e mi detti alla fuga. Quel minchione di Porfido non gliela aveva fatta a portare a termine lo scherzo, nonostante il dirigente amministrativo gli avesse chiesto di tenere il prof di genetica sulla corda sino al giorno successivo.&lt;br /&gt;Egidio non mi parlò per una settimana, ma quando gli proposi, tenendomi a debita distanza, di riappacificarci davanti ad una buona cena nel miglior ristorante della città, si acquetò.&lt;br /&gt;Con Gianni e Porfido lo prelevai da casa sua la sera successiva e ci recammo al Sorso Preferito, gestito da un mio ex alunno. La cena fu a base di antipasto ai frutti di mare, linguine alle vongole, aragosta al vapore, frittura mista,vini di alta qualità, frutta di stagione, dolce, sorbetto, caffè e ammazzacaffè. Sazi, Porfido, Gianni ed io ci allontanammo per fumare una sigaretta. Egidio preferì attenderci nell’interno del locale dove un cantante di strada aveva appena intonato “O sole mio”. Sul momento ci venne di giocargli un altro tiro mancino. Ce ne andammo. Il giorno dopo, stranamente non incazzato, ci disse che aveva scucito 300€ più una lauta mancia ai camerieri. Minchiuzzi è fatto così… per questo è mio amico.&lt;br /&gt;tratto da &lt;strong&gt;Homosex -&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;Si vive di solo pane&lt;/strong&gt; di &lt;strong&gt;&lt;em&gt;natalino lattanzi&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-1594392867997768819?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/1594392867997768819/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=1594392867997768819' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/1594392867997768819'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/1594392867997768819'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/09/nanni.html' title='Sic Stantibus Rebus'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-5802444394912033975</id><published>2008-08-14T08:31:00.002+02:00</published><updated>2008-08-14T10:13:35.161+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='romanzi di natalino lattanzi'/><title type='text'>Opunzia Quercioli</title><content type='html'>OPUNZIA QUERCIOLI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Opunzia Quercioli è da alcuni mesi la nuova bidella del primo piano.&lt;br /&gt;Quando l’organico del personale Ata l’annoverò tra i dipendenti del Benpensante, tutti, a cominciare dalla portinaia per finire alla guardia giurata preposta all’apertura e chiusura dell’Istituto, ci chiedemmo quando ricorresse santa Opunzia e che cacchio di nome fosse. Era la prima volta, infatti, che un tal sostantivo arricchiva il nostro vocabolario onomastico. Lo stesso dirigente amministrativo, responsabile del personale ausiliario, fu preso da forte curiosità di conoscere fisicamente la nuova collaboratrice. Un giorno, uno di quelli che seguirono tra la nomina e la presa di servizio, vinti dalla curiosità digitammo in Internet il nome misterioso: Opunzia. Voi sapete bene che questo potente network sa tutto e ciò che non sa lo inventa, lo conia, lo interpreta. Ebbene, manco quella volta ci deluse, anzi ci chiarì che l’opunzia è un fico d’india, un cactus. Ciò accrebbe la nostra curiosità.&lt;br /&gt;Gianni Estroverso, uomo con acuto spirito critico, elaborò la teoria secondo la quale una femmina dotata di tal nome dovesse necessariamente avere una personalità complessa e mutevole… pungente, oserei dire.&lt;br /&gt;L’azzeccò.&lt;br /&gt;Eravamo, ai primi di ottobre, tutti al Bar a sorbire un espressino freddo. Per carità, non il tradizionale, ma quello che ci propina Leonzio, il gobbo di Notre Dame, con il caffè avanzato il giorno prima, allungato con  del latte fresco prossimo a divenire ricotta. Con destrezza, dandoci l’idea di aver compiuto un’opera d’arte, ce lo serve, sono anni ormai, freddo per la lentezza con cui entra  in pressione la macchina espressa.&lt;br /&gt;Tra i vari conati di vomito, dolori di pancia e urgenze corporali, vedemmo avanzare nell’atrio dell’Istituto un volto nuovo, un collo nuovo e via di seguito sino ai piedi. Insomma un tutto nuovo. La lunga chioma rossa spiccava sulle mille efelidi che coprivano il volto della donna che aveva varcato la soglia della nostra fabbrica di disoccupati. Il sorriso d’occasione mostrava una dentatura accavallata, bisognosa urgentemente almeno di un byte, se non di una protesi fissa. Gli occhi erano di un colore tra il verde bandiera e il magenta, a seconda dell’esposizione alla luce solare. Il seno prominente, poggiato su un busto di ridotte dimensioni, la faceva da padrone sul pur ampio bacino vacillante su due gambe leggermente arcuate ed esili.&lt;br /&gt;-Opunzia!- dicemmo all’unisono Gianni e io.&lt;br /&gt;Porfido, che stava lottando con la tazza dell’espressino e la sua trachea che non aveva alcuna voglia di farsi bagnare da quell’intruglio, ingollò tutto d’un fiato il liquido repellente per adocchiare il nuovo arrivo.&lt;br /&gt;L’accesso di tosse che seguì fu indice che la bevanda gli aveva intasato le vie respiratorie. Al preside, infatti, si gonfiarono le vene del collo e gli occhi strabuzzarono. Mentre il volto assumeva il colore della bandiera cinese, la bocca sputò il liquido marroncino sulla sahariana di Minchiuzzi, che imprecò contro tutti gli dei delle varie religioni occidentali e orientali, e sul banco di mescita che fu immediatamente ripulito dal buon Leonzio con una strisciata di mano.&lt;br /&gt;Opunzia la rossa e Porfido si guardarono. Tra un colpo di tosse e l’altro, il preside fece cenno alla neoassunta di avvicinarsi. Opunzia gli andò incontro. Con voce arrochita Segaioli le chiese se fosse proprio lei la Quercioli che attendevamo. Opunzia  scrollò sensualmente la capigliatura con un’audace rotazione del capo e rispose di sì. Porfido aprì le braccia sconsolato e Opunzia gli si abbarbicò al collo; non contenta, stampò due bacioni sulle gote del nostro preside che rimase senza parole. L’equivoco non è stato mai chiarito. Opunzia è certa, infatti, che il nostro dux nutra per lei un sentimento molto più hard della  simpatia. Come dicevo, sicura della benevolenza del capo, Opunzia spalancò la porta della segreteria e… rimase esterrefatta.&lt;br /&gt;La nostra segreteria, per chi non la conosce, è una bolgia infernale. In uno spazio di quaranta metri quadri raccoglie una ventina di addetti con le rispettive scrivanie, computer e stampanti. Il ticchettio sulle tastiere è continuo e uniforme. L’odore del duro lavoro si diffonde ovunque, sin sulle vetrate appannate dalla condensa creata dai condizionatori mal funzionanti. Le stampanti, una trentina circa, vomitano in continuazione fogli impressi col nero inchiostro dei toner che vanno autonomamente a depositarsi in appositi contenitori poco più larghi del formato A4 e profondi circa trenta cm. Non appena un contenitore si riempie viene immediatamente sigillato, portato in archivio e sostituito da uno nuovo che occupa il posto del precedente. Non uno di noi, sino a qualche tempo fa, sapeva cosa cacchio fosse scritto su quella montagna di fogli che Porfido, nuova Penelope, di notte, distrugge. Le illazioni erano varie: chi pensava che si trattasse di relazioni sull’operato di ciascuno dei duecento docenti; chi, invece, fantasticava, ottimisticamente, su progetti POR, PON e Pon pon, finanziati dalla Provincia a beneficio dei magri stipendi di tutto il comparto scuola, in attesa di approvazione ministeriale; altri, al contrario,pensavano al riciclaggio di “fogli sporchi” organizzato dalla mafia per alimentare le discariche abusive. Insomma, per farla breve, non appena ci fu possibile introducemmo una talpa in segreteria. Onofrio, il bidello più anziano, prossimo alla pensione, per difficoltà deambulatorie venne distaccato nella stanza dei bottoni. Lo coinvolgemmo con la promessa di cinque euro al giorno esentasse a patto che ci procurasse uno dei contenitori sigillati. Onofrio non è fesso: sapeva benissimo che non appena a conoscenza dei segreti segreteriali non avremmo più scucito manco un cent, per cui fece durare la sua indagine sino al giorno prima della sua dismissione. L’ultimo giorno, infatti, ci consegnò nel massimo segreto l’involucro che attendevamo con ansia. Quando, a casa mia, di notte, con le finestre oscurate, togliemmo i sigilli allo scatolone, tutti prorompemmo in un ooohh di sorpresa. I fogli erano stampati in alfabeti vari, dal nostro al cirillico, all’arabo, all’etrusco e al maya, come ci confermò Stanislao, esperto in epigrafia classica, che da noi svolge il compito di tecnico di laboratorio. Sulla base delle sue conoscenze, ci comunicò che si trattava di carta straccia, perché ciò che vi era scritto non aveva alcun significato in alcun linguaggio tradizionale. Noi, sospettosi, pensammo invece si trattasse di un codice segreto concordato con la CIA o con l’FBI e ingaggiammo un haker  professionista per la risoluzione dell’enigma. L’haker dopo una settimana di lavoro ci mandò affanculo avvertendoci che eravamo stati presi per il culo in quanto manco i codici dei missili intercontinentali riportavano tante stronzate quante ce n’erano in quei fogli che gli avevamo consegnato. Insomma, a farla breve: scucimmo un mare di soldi per renderci conto che quello non era altro che un lavoro di facciata, teso a gabbare il nuovo ministro della Funzione Pubblica, la famigerata Nanà Moretta, la fustigatrice dei costumi degli operatori del Pubblico Impiego.&lt;br /&gt;Per tornare alla nostra storia, dicevo dello stupore di Opunzia, subito contenuto dall’affabilità con cui l’accolse il dirigente amministrativo. Si spiegarono, così, alla nuova addetta, quali sarebbero stati i suoi compiti: badare a che, durante l’assenza dei docenti, gli alunni non si scannassero, non andassero in cento nei cessi, non si spinellassero e non si violentassero scambievolmente, ecc.&lt;br /&gt;Opunzia faceva di sì col capo a ciascuna delle indicazioni che le venivano date, tanto da accusare un lieve giramento nello stesso istante in cui Porfido si affacciava in segreteria. Il preside le fu da involontario appiglio. Ciò scatenò la furia dei sensi nella povera bidella che avvampò tingendosi ancor più di rosso di quanto l’avesse dotata madre natura. Porfido, ad evitare ulteriori effusioni, la consegnò alle attenzioni di Maipago, il nostro eterno vicepreside.&lt;br /&gt;L’impatto con le classi non fu dei migliori. Opunzia, infatti, aveva immaginato che il suo compito sarebbe stato solo di sedere nei corridoi con un libro da leggere o con dei gomitoli di lana da sferruzzare per confezionare la biancheria intima di suo marito. Quando, invece, si trovò a fronteggiare masse di ragazzi urlanti, felici di essere stati abbandonati dai docenti impegnati nella doverosa colazione al bar e nella fumatina d’intervallo fra le dure fatiche dell’insegnamento, beh, allora crollò.&lt;br /&gt;Le sue grida dapprima d’aiuto, poi di rimprovero ai signori docenti che si allontanavano dalle classi adducendo motivi banali o, addirittura, fregandosene di interrompere il servizio pubblico, le sue grida, dicevo, divennero urla disperate quando, in una simulazione di evacuazione, gli alunni la scipparono di un lavoro a maglia che stava confezionando nascostamente per Segaioli.&lt;br /&gt;Girava per i corridoi dell’Istituto un ispettore della P.I., la nostra guida spirituale diremmo. Infatti è il più grande scassa coglioni demandato a eccitare il nostro spirito ribelle; si presenta un giorno sì e l’altro pure, con la scusa di chiarire alcune circolari ministeriali, a pietire presso il preside un corso di aggiornamento da tenere a noi docenti.&lt;br /&gt;Porfido di solito lo ascolta con i gomiti poggiati sull’ampia scrivania e le mani tra i capelli. Sa bene che fine fanno i corsi tenuti dall’ispettore. Si tratta, quasi sempre, di vecchi giochi di società (di gran moda presso i ragazzini meno dotati della prima media), abilitati, secondo l’esimio, a favorire la socializzazione e a scoprire la personalità e il Q. I. di ciascun docente. Secondo la nostra guida, su u un taccuino spesato dallo Stato si dovrebbero riportare nomi di fiori, di città, di animali comincianti tutti con un’unica consonante o vocale. L’ultima volta che siamo stati sottoposti a questo supplizio il punteggio finale, come al solito, non ha reso giustizia: i proff con i neuroni più disastrati sono risultati primi.  Il corso, comunque, nella maggior parte dei casi non giunge al termine perché ad un certo momento molti di noi lo disertano dichiarandosi vittime di un’epidemia malarica. La disperazione dell’ispettore per l’interruzione del suo prodigioso parto intellettuale dura comunque molto poco, perché viene subito temperata dall’assegno relativo al suo impegno.&lt;br /&gt;Come dicevo, girava per i corridoi  dell’istituto, la nostra guida, in cerca di Porfido che, per non essere costretto a subire la sua presenza, si era nascosto nel bagno personale. L’ispettore, alle grida d’aiuto di Opunzia, saltò come un verricello improvvisamente libero dal carico e, di corsa, raggiunse la bidella.&lt;br /&gt;La Quercioli smaniava: Le mutande, mi hanno rubato le mutande! ridatemele, brutti figli di pu…&lt;br /&gt;L’ispettore non si scompose; raggiunse Opunzia e con fare indagatorio le chiese se ricordasse la scolaresca che aveva operato l’ignominioso scippo.&lt;br /&gt;-Ero lì, seduta alla mia sedia, quando sono stata travolta dalla 5C. Sono caduta per terra e me le sono sentite proprio strappare dalle mani.&lt;br /&gt;L’ispettore, che per essere una guida si chiama Virgilio, avvertì un certo imbarazzo, poi chiese: Ma lei, signora, le mutande le aveva in mano?&lt;br /&gt;-Certo- rispose Opunzia- e dove voleva che le tenessi?&lt;br /&gt;-Bah, di solito…&lt;br /&gt;-Ma che di solito… in mano le avevo! Sa- aggiunse tra l’arrabbiato e il confidenziale- il preside vorrebbe…&lt;br /&gt;In effetti, qualche giorno prima il preside, circolando tra le classi, aveva notato che Opunzia sferruzzava. Incuriosito, le aveva chiesto cosa stesse confezionando.&lt;br /&gt;-Biancheria invernale per mio marito- aveva risposto timorosa la bidella.&lt;br /&gt;Porfido, che si vanta per sua affabilità, rispose, a mo’ di cortesia, che sarebbe piaciuto anche a lui avere dei capi personalizzati. Opunzia aveva fatto tesoro dell’informazione.&lt;br /&gt;-Non aggiunga altro- la interruppe burbero l’ispettore- i fatti personali non m’interessano! Mi meraviglio del preside, piuttosto!&lt;br /&gt;- Perché- s’intimidì Opunzia- non potevo dare al signor preside le mutande?&lt;br /&gt;- Mi faccia il piacere- disse l’ispettore con piglio severo- non sia scurrile e stia al suo posto!&lt;br /&gt;Opunzia era lì lì per piangere.&lt;br /&gt;- Ma che ho fatto di male? le mie mutande sono fatte con lana pregiata… le ho date anche a mio genero, a mio nipote e nessuno si è lamentato. Le vuole anche lei?- propose nel tentativo di farselo amico.&lt;br /&gt;-Mai! E stia lontana da me! Penso che i ragazzi abbiano fatto bene a togliergliele!&lt;br /&gt;Detto questo, l’ispettore le volse le spalle e andò via.&lt;br /&gt;L’episodio del furto delle mutande, di per se stesso faceto, chiarì al dirigente amministrativo che la Quercioli non era adatta a sorvegliare le classi, per cui decise di affidarle la cura delle piante.&lt;br /&gt;Dovete sapere che il nostro istituto potrebbe essere una serra: il sole vi penetra da tutte le parti, anche nelle mura, come i topi della ben nota biblioteca. Il guaio è che le vetrate, invece che filtrare i raggi solari, li riflettono e li riscaldano ancor più, rendendo le piante disseminate nel giardino fusti senza vita, bruciacchiati e cadenti. La scelta di Opunzia si rivelò una mossa geniale. Opunzia non ha solo il pollice verde, ma anche tutte due le mani e le braccia e chissà cos’altro. Nel giro di poco tempo le nostre piante rinacquero, si organizzarono in piccole società, socializzarono fra razze diverse, rubarono territorio agli alberi da frutta, si svilupparono come una mini foresta che si popolò di animali. Ciò avvenne quando un circo, famoso per il suo bestiario, transitò per la nostra città, passando nei pressi del Benpensante. Le prime a rendersi conto di aver ritrovato la loro Africa furono le scimmie: sgaiattolarono dalle gabbie per rifugiarsi sugli alti fusti di Ficus beniaminus che un ex alunno vivaista aveva donato alla nostra sede quando erano teneri arboscelli alti pochi cm. La ricchezza di fronde rendeva così fitta la nostra foresta che noi, pur avvertendo la presenza delle bestie, non eravamo mai riusciti a vederne una. La crisi scoppiò il mese successivo, quando un altro circo denunciò la scomparsa di un piccolo elefante. Le ricerche coinvolsero tutto il territorio cittadino. Anche il nostro istituto fu oggetto di indagine. I forestali, armati di machete, dovettero distruggere buona parte della nostra foresta per recuperare il pachiderma nascosto in un angolo del giardino su cui si affaccia l’auditorium. Purtroppo ciò segnò la fine della savana e l’inizio del deserto. Le piante furono smantellate, abbattute e bruciate. Le dune ora hanno preso il posto della foresta e Opunzia ne è divenuta la signora. È lei il nostro fiore del deserto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;tratto da &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Homosex-Si vive di solo pane&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; di &lt;em&gt;natalino latttanzi&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-5802444394912033975?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/5802444394912033975/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=5802444394912033975' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/5802444394912033975'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/5802444394912033975'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/08/opunzia-quercioli.html' title='Opunzia Quercioli'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-6183949129508008721</id><published>2008-08-01T16:11:00.008+02:00</published><updated>2008-08-19T15:06:51.740+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='romanzi di natalino lattanzi'/><title type='text'>Suor Clementina</title><content type='html'>SUOR CLEMENTINA MASSARELLA&lt;br /&gt;Suor Clementina Massarella, badessa delle Carmelitane Scalze, batteva ritmicamente il piede foderato Geox, cinque cm di tacchetto, dietro l’uscio della presidenza.&lt;br /&gt;Porfido era impegnato con la commissione RSU. La discussione verteva sui compensi straordinari da attribuire al personale ATA.&lt;br /&gt;Artemisio Colabrisi rappresentava la BERNARDA e, pregno di un forte odore di olive marcite, era stravaccato sulla poltrona alla destra di Minchiuzzi, il prof ex catto, ora islamico, presidente della ROBERTA. Carlo Sguizzi, nominato RSU della ROBERTA a furor di popolo, sedeva all’estrema sinistra. Il suo spirito partigiano era a favore dei dipendenti del Pubblico Impiego. A lui, infatti, non importava che i cartellini di presenza fossero timbrati secondo il motto dei tre moschettieri, uno per tutti, tutti per uno. Porfido, al contrario, ligio al comando di Nana Moretta, nuovo rattigno ministro per la Funzione Pubblica, era lì come controparte, anche per affermare la sua autorità, spesso messa in discussione.&lt;br /&gt;La querelle tirava per le lunghe. Solo quando l’aria divenne irrespirabile Porfido capitolò e con lui tutti gli altri, tanto che, alla fine, fu difficile capire chi l’avesse spuntata.&lt;br /&gt;Suor Clementina si affacciò all’uscio.&lt;br /&gt;-Posso?&lt;br /&gt;-Si accomodi- rispose Porfido soffiandosi il naso.&lt;br /&gt;-Posso?-ripeté la monastica.&lt;br /&gt;-Certo! Gliel’ho già detto- confermò Segaioli un po’ scocciato.&lt;br /&gt;Suor Clementina entrò nel grande studio barocco di Porfido, ben diverso da quello sobrio e piacevolmente elegante del suo predecessore, il compianto Pierpaolo de Fulgentiis.&lt;br /&gt;Porfido sembrava immerso nella lettura del verbale della seduta e disinteressato alla querelle della monaca. Poiché non veniva a capo di nulla, alzò il capo dai fogli vergati a mano e guardò fissa la clericante, quasi a chiedersi cosa cercasse la sposa di Gesù da lui, povero mortale. Poi ricordò e: - Se è venuta qui per perorare la causa dell’antipinocchietto- disse torvo- ha sbagliato indirizzo. E’ una norma stupida quella d’impedire che d’estate, con il sole che picchia a 40° si debbano indossare i pinocchietti. Ho letto tutta la normativa del regolamento d’Istituto e ho deciso di cambiarla in toto.&lt;br /&gt;Suor Clementina, che non aveva ancora proferito parola, si lasciò cadere sconsolata sulla poltrona opposta a quella del Preside.&lt;br /&gt;-Ma lei-disse dopo un grosso sospiro la collega della monaca di Monza- ha saputo cosa accadde nel giugnodel 2004 per colpa del pinocchietto?&lt;br /&gt;-No!- esclamò Porfido sorpreso- Che accadde?&lt;br /&gt;-Ah, non sa nulla? Ora le racconto- accostò la poltrona ancor più alla scrivania e cominciò a raccontare sottovoce.&lt;br /&gt;Porfido si fece attento.&lt;br /&gt;-Deve sapere- cominciò suor Clementina- che io ho una novizia che mi sta molto a cuore. Mi è stata raccomandata da un… un ricco possidente mi… sardo.&lt;br /&gt;Porfido, per ascoltare meglio si sporse sulla scrivania.&lt;br /&gt;-Come dicevo- riprese la monaca- questa novizia fu accompagnata, quando aveva l’età di sei anni, dall’on… dal dottor…, il nome non importa, mi fu accompagnata, o meglio consegnata, con la promessa che, se avessi provveduto alla sua educazione senza mai rivelare il nome del padre a chicchesia, il convento ne avrebbe tratto grandi vantaggi.&lt;br /&gt;Porfido sporse ancor più il capo: Continui, continui.&lt;br /&gt;-Quattro anni fa, però, visto che aveva raggiunto l’età per sostenere l’esame di maturità, lei che non era mai stata in una scuola se non in quella interna al convento, pensai che fosse giusto dotarla di un diploma superiore. Non sapendo a chi rivolgermi, mi recai dalla famiglia de Fulgentiis, con la quale ho un’ottima frequentazione, per consigliarmi con il professor Pierpaolo, che sapevo essere diventato preside di un Istituto tecnico.&lt;br /&gt;De Fulgentiis, onorabilissima persona, credeva di rassicurarmi dicendomi che, con la sua raccomandazione, avrebbe fatto sostenere a Rebecca l’esame di Stato presso un professionale, il cui preside era un suo amico fraterno.&lt;br /&gt;Io mi scandalizzai alla proposta, visto che avevo provveduto a dotare la mia novizia di una preparazione liceale, ma il preside insistette e confermò che i diplomi erano tutti eguali, che il diploma conseguito in un professionale valeva quanto, se non più, di quelli dei Licei, che i ragazzi erano fatti tutti della stessa stoffa, cioè, dico nel senso che nessuno sapeva un’acca, che erano tutti ciuchi e che la mia protetta, con una preparazione classica, avrebbe stracciato gli esaminatori. Per farla breve, dopo varie mie insistenze, acconsentì che Rebecca sostenesse gli esami presso il suo Istituto. Premetto, Rebecca non era mai uscita dal Convento, non aveva mai visto un uomo in carne e ossa da quando era con me. L’avevo protetta e conservata come una pietra preziosa…&lt;br /&gt;-Venga al nocciolo della questione- la interruppe Porfido che era ansioso di giungere alla fine del racconto - mi sembra un romanzo giallo. Chi è il colpevole?&lt;br /&gt;-Abbia pazienza! Il colpevole, vuole lei; i colpevoli, dico io!... Come le stavo dicendo…&lt;br /&gt;-La pietra preziosa.&lt;br /&gt;- Sì, una pietra preziosa era per me Rebecca, ma me l’hanno rubata, me l’hanno rovinata tre docenti e tre alunni di questa scuola. I docenti, per salvarsi, dicevo, hanno immediatamente chiesto il trasferimento,mentre gli alunni si sono diplomati con cento e… addio al secchio. Assurdo!&lt;br /&gt;-Suora, lei sta divagando, mi dica la fine!&lt;br /&gt;- Eh no, lei deve sapere tutto!&lt;br /&gt;-Allora mi dica tutto- rispose rassegnato il buon Porfido.&lt;br /&gt;-Eravamo?&lt;br /&gt;-Alla pietra preziosa…&lt;br /&gt;-Sì, ricordo. Rebecca venne in questo Istituto il 18 giugno del 2004, per la prova scritta d’Italiano. La hall era affollata come una discoteca alle due di notte. Gli effluvi di sudore e di adrenalina avevano sostituito l’ossigeno. La tensione era all’apice.&lt;br /&gt;-Suor Clementina, non siamo in un film di Hitckoc, stiamo parlando d’esami, forza, mi dica come è finita!&lt;br /&gt;-Ha ragione, ma il ricordo è presente come una stilettata nel cuore. Ragazzi e ragazze si affollavano contro le vetrate in attesa del suono della campanella che avrebbe consentito loro di accedere alle aule dell’Istituto e di prendere posto. Rebecca, con le sue lunghe trecce biondo cenere tendenti al grigio pezzato, era riconoscibile anche agli occhi di chi non l’aveva mai vista. Al suono dello Start partì come tutti gli altri, di corsa, snocciolando il rosario che le avevo donato per l’occasione. La vidi prima in cima alla prima rampa di scale, seconda sulla seconda rampa,con un potente scatto di reni, poi, nuovamente prima, per un’incollatura, a occupare il posto.&lt;br /&gt;-Suor Clementina, mi pare la cronaca di una corsa di cavalli! Ma che mi sta dicendo, mi sta solo facendo perdere tempo!&lt;br /&gt;-Mi scusi, preside, ma è per il dispiacere, il dolore di aver corso il rischio di perdere una ragazza su cui avevo puntato molto.&lt;br /&gt;-Ci risiamo…&lt;br /&gt;-No! Ora le racconto.&lt;br /&gt;-Speriamo…&lt;br /&gt;- Le file dei banchi erano due: una addossata al muro, l’altra alle finestre, sul lato opposto. Rebecca occupò il secondo banco sul muro. Si trovava tra due energumeni, due ragazzi con tanto di barba e baffi al primo e al terzo posto; alla sua destra, oltre il corridoio, un tanghero villoso sin sulle mani. Ma questo è niente: il bello, si fa per dire, viene dopo. I ragazzi erano seduti e ancora nulla si notava del loro abbigliamento, anche se le magliette sporche, il puzzo di sudore e adrenalina…&lt;br /&gt;-Suor Clementina!...&lt;br /&gt;-D’accordo. Come dicevo, ancora nulla si notava del resto del loro abbigliamento. Il vociare degli alunni, canti e inni a volte scurrili, s’interruppe all’apparire della commissione. Tre esterni, più il presidente, tre interni. I tre esterni erano di una sobrietà, di una eleganza che mi ricordava le belle giornate trascorse a Merano, quando i cavalli fremevano sulla linea di partenza, con le froge tirate, i denti esposti in un ghigno quasi satanico, le nari fumanti…&lt;br /&gt;-E allora è vizio! Suor Clementina, lei è una patita delle corse di cavalli… lo confessi!&lt;br /&gt;-No, preside, non dica così- proruppe con voce di pianto - io servo la Chiesa, non il demone del gioco!&lt;br /&gt;-Ci credo poco- disse Porfido- comunque continui.&lt;br /&gt;Suor Clementina asciugò con la mano due lacrime che le correvano veloci sul viso paffuto e liscio, aggiustò la ciocca che veniva fuori dal cappuccio nero, e riprese.&lt;br /&gt;-I tre interni, al contrario, erano male in arnese. Portavano jeans e maglietta su tre paia di sandalacci infradito. Per fortuna c’era il presidente! Era di una finezza unica, mi ricordava le magnifiche galoppate ad Ascot… che giorni meravigliosi!&lt;br /&gt;Porfido impugnò il tagliacarte. Suor Clementina riprese il racconto.&lt;br /&gt;-A un tratto Rebecca, tutta intenta a sviluppare la sua traccia, si sentì toccare la spalla: era il candidato del terzo banco che le passava un bigliettino da dare al compagno che le stava d’avanti. Sorpresa dall’impudenza del troglodita si alzò e denunciò il fatto. Immediatamente il presidente intervenne e rimproverò gli autori del misfatto, minacciando la nullità dell’esame. I due delinquenti, protetti dai loro docenti, fecero il mea culpa, ma rivolsero alla mia protetta uno sguardo carico di promesse cattive. Non solo…, lo scambio di bigliettini continuò. Non potendo usufruire dei Rebecca come pony express, i due masnadieri ricorsero al cucchiaio.&lt;br /&gt;-Cos’è mo ‘sto cucchiaio?- chiese Porfido battendo il tagliacarte sul palmo della mano sinistra.&lt;br /&gt;-Totti!- esclamò la badessa&lt;br /&gt;Porfido pugnalò la scrivania.&lt;br /&gt;-Che c’entra Totti?... Si vuol spiegare, per Dio?-urlò il preside incazzatissimo.&lt;br /&gt;-Totti ha inventato il cucchiaio- disse impaurita, con un filo di voce suor Clementina.&lt;br /&gt;-Ma mi faccia il piacere….&lt;br /&gt;-Ma… ma così dicono alla TV.&lt;br /&gt;-Ho capito, il calcio a parabola!- affermò sicuro di sé Porfido.&lt;br /&gt;-Appunto.&lt;br /&gt;-Beh, ma che c’entra?&lt;br /&gt;-Volevo dire che i due scavalcavano Rebecca tirando a cucchiaio i bigliettini.&lt;br /&gt;-Continui, continui…- si spazientì Segaioli&lt;br /&gt;-Rebecca- deglutì suor Clementina- poverina, muoveva il capo d’avanti e di dietro quando c’era lo scambio, per timore di essere colpita da uno di quei proiettili. Uno dei membri interni, mi pare quello d’Italiano, per vendicare la spiata chiese alla mia protetta cosa stesse facendo. Proprio in quel momento uno dei biglietti cadde sul banco dell’innocente e precipitò per terra. Il prof ordinò con un risolino maligno alla poverina di raccogliere l’oggetto caduto. Rebecca non poté che obbedire. Si chinò,s’inginocchiò per terra, volse il capo verso destra, poi verso sinistra e urlò. Si trovava tra quattro colonne pelose e ributtanti che sembrava volessero aggredirla. Si alzò in fretta, batté il capo contro la tavoletta del banco e cadde semi incosciente per terra. Le colonne pelose la circondarono: erano divenute sei. I peli erano animati, divennero delle piante carnivore, protesi com’erano verso il volto della fanciulla. Rebecca urlò ancora, ma si trovò schiacciata fra quelle colonne che minacciose avanzarono verso di lei. Il presidente intervenne con autorità e impose ai docenti di salvare la mia novizia, ma quelli, se ne infischiarono. Rebecca giacque tra quelle colonne ripugnanti per ben cinque minuti, con la criniera sciolta sul pavimento e il petto ansante, come un cavallo azzoppato. Quando si riprese volle andar via.&lt;br /&gt;Porfido, voi lo conoscete, si commuove facilmente e così fece quella volta. Si alzò dalla sua mastodontica scrivania e a passo lento si diresse verso suor Clementina. Non appena le fu vicino le circondò le spalle con le sue braccia e la rassicurò: avrebbe indagato sui malfattori.&lt;br /&gt;Suor Clementina reagì in modo inconsueto per una nuora di Maria: E no, caro preside, non sono i colpevoli che m’interessano! Io voglio che sia messo al bando in perpetuo il pinocchietto!&lt;br /&gt;-Ma che c’entra il pinocchietto? – interrogò Segaioli.&lt;br /&gt;Come, non ha capito? Quei ragazzi indossavano il pinocchietto! Da quel giorno Rebecca non vive più. E’ ossessionata dal pinocchietto. Prima le faceva senso, ora la turba: è in cura da uno psicologo. Non appena ne vede uno cade ai piedi del possessore e tende le mani verso quei pelacci ispidi e robusti che sembrano avvolgerla come un’edera rampicante. Per questo motivo, quando fui eletta presidente del Consiglio di vigilanza, lo feci mettere al bando.&lt;br /&gt;-Ma è trascorso tanto tempo… suvvia, siamo nel 2008!...&lt;br /&gt;-Preside- lo interruppe suor Clementina- il mio timore è che la ragazza stia nuovamente male.&lt;br /&gt;-E perché’&lt;br /&gt;-A Giugno, dopo quattro anni di cura, Rebecca tornerà in questo Istituto a sostenere gli esami di Stato. Non vorrei…&lt;br /&gt;-Ma via- disse suadente Segaioli- non è che un innocuo pantaloncino…&lt;br /&gt;-No!- protestò suor Clementina- E’ un’arma del diavolo.&lt;br /&gt;Si alzò dalla poltroncina, squadrò Porfido da capo a piedi e sbiancò : Oh Dio,- urlò- il pinocchietto, il pinocchietto!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;tratto da &lt;strong&gt;Homosex- Si vive di solo pane&lt;/strong&gt; di &lt;em&gt;&lt;strong&gt;natalino lattanzi&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-6183949129508008721?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/6183949129508008721/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=6183949129508008721' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/6183949129508008721'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/6183949129508008721'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/08/il-pinocchietto.html' title='Suor Clementina'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-1015190461221301032</id><published>2008-07-19T17:16:00.001+02:00</published><updated>2008-07-19T17:18:38.374+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='romanzi di natalino lattanzi'/><title type='text'>Il Pinocchietto</title><content type='html'>IL PINOCCHIETTO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Invenzione della Sinistra, consolidata dalla Destra, sono i giudizi di sospensione con cui, in pratica, si rimandano gli alunni, condannandoli a uno studio inutile e frettoloso durante il mese di luglio.&lt;br /&gt;A noi (non è il saluto fascista), dico a noi docenti, ce ne potrebbe fregar di meno se non fossimo rimandati  insieme ai nostri discenti.&lt;br /&gt;E sì! Chi, in fondo ne fa le spese, oltre a uno Stato spendaccione, sono i professori, obbligati, dopo gli esami di maturità, a impartire, con moduli di appena quindici ore, lezioni suppletive agli sfaticati che hanno cazzeggiato per un anno intero.&lt;br /&gt;Ciò che più colpisce, dopo oltre un quinquennio di promozioni facili e gratuite, è la marea di alunni con giudizio di sospensione.&lt;br /&gt;E’ la crisi che si fa sentire! E’ la crisi che spinge i proff, costretti a restare in sede nel mese di luglio, a rimandare, confortati, se così si può dire, da un surplus di 750 € lordi da intascare non appena i dirigenti amministrativi (parole pompose che stanno ad indicare gli antichi segretari scolastici)mettono mano ai portafogli dello Stato per retribuire questa sottospecie di lavoro straordinario.&lt;br /&gt;Mi spiego.&lt;br /&gt;Un giorno di maggio che dirvi non so (ricordate la canzone Papaveri e papere?) il dirigente scolastico (come per il dirigente amministrativo), il preside, via, convocò il Collegio dei Docenti per discutere una circolare ministeriale  che intimava di indire corsi di recupero non appena terminati gli scrutini finali.&lt;br /&gt;Il mio preside, voi lo conoscete, apolitico di sinistra con forte tendenza a destra  nonostante dichiari che in medio stat virtus, il mio preside, dicevo, nel chiuso del suo antro, leggendo la nota ministeriale, avvertì nell’intimo un rigurgito di orgoglio, una specie d’investitura che, come per i cavalieri templari, gli conferiva il diritto di riparare ai torti di cui la classe docente si era resa colpevole nei suoi confronti.&lt;br /&gt;-          Giovanni – urlò - vieni immediatamente a battere la circolare per i docenti e, mi raccomando, portami il numero di protocollo!&lt;br /&gt;Giovanni, lo schiavo, come dice  sottovoce il preside, è un omone di oltre cinqant’anni, alto un metro e novanta, castano nei capelli, flemmatico più di un inglese. Ha occhi nocciola dolcissimi e uno sguardo bonario, sempre atteggiato al sorriso. Lavora nel nostro istituto da sempre ed è benvoluto da tutti . Giovanni, dicevo, allontanò la sedia dalla scrivania, si alzò lentamente, chiuse il computer e, a passo lento, si avviò verso la presidenza.&lt;br /&gt;-Giovanni, -  riurlò il preside- più veloce!&lt;br /&gt;Giovanni era dietro la porta quando gli giunse il nuovo richiamo, ma se ne tornò indietro per farsi avere il numero di protocollo da Melania, l’applicata di segreteria depositaria del brogliaccio.&lt;br /&gt;-Giovanni!...&lt;br /&gt;-E vengo, preside, questo è il mio passo! - disse il buon Giovanni per la prima volta in tutta la sua carriera con una nota d’insofferenza.&lt;br /&gt;Porfido tacque esterrefatto. Non era possibile che anche il suo fidato dipendente assumesse, così, ex abrupto, un tono arrogante.&lt;br /&gt;Quando finalmente Giovanni varcò la porta della presidenza, trovò un dirigente incazzato, maldisposto e pronto a fustigarlo come facevano i negrieri nelle terre del Sud.&lt;br /&gt;-Giovanni- cominciò Porfido, stringendo i denti - quando ti chiamo devi scattare!&lt;br /&gt;-Ma preside, stavo compilando la domanda di pensionamento…&lt;br /&gt;-Ah, e per questo sciocco motivo tu mi rispondi con tanto malgarbo? Tu non vai in pensione, o meglio vai in pensione quando lo dico io!&lt;br /&gt;-Ma ho già quarant’anni di servizio, sono stanco…&lt;br /&gt;-Tu sarai stanco quando lo dico io, ora siediti e batti velocemente la circolare.&lt;br /&gt;-Ma io non sono veloce…&lt;br /&gt;-Non cercare giustificazioni!&lt;br /&gt;Giovanni si sedette di fronte a Porfido, accese il vecchio 386 in dotazione alla presidenza e aspettò.&lt;br /&gt;-Vai in Word!&lt;br /&gt;-Sto andando…&lt;br /&gt;-Apri il foglio…&lt;br /&gt;-Che foglio?&lt;br /&gt;-Ma quello di Word, porco cane!&lt;br /&gt;-Se ero in Word era perché si doveva aprire il foglio…&lt;br /&gt;-Non replicare, testa di cavolo!&lt;br /&gt;Giovanni non replicò.&lt;br /&gt;-Allora, si è aperto?&lt;br /&gt;-Non ancora, preside, questo computer è lento.&lt;br /&gt;-Lento, lento. Tu sei lento. Apri il foglio ti ho detto!&lt;br /&gt;-Ma non dipende da me…&lt;br /&gt;-E da chi?&lt;br /&gt;-Ma dal computer!&lt;br /&gt;-Giovanni, non alzare la voce!&lt;br /&gt;-Ma, preside, lei mi dice…&lt;br /&gt;-Io ti dico di fare le cose per cui sei pagato! Apri il foglio, ti dico!&lt;br /&gt;-Ecco, si è aperto.&lt;br /&gt;-Hai visto che quando vuoi…&lt;br /&gt; -Ma non dipendeva da me… era il computer.&lt;br /&gt;-Fregnacce! Stai assumendo un’aria reazionaria… ma io ti distruggo!&lt;br /&gt;-No, io vado in pensione.&lt;br /&gt;-Poi ne parliamo, ora scrivi!&lt;br /&gt;-Sono pronto.&lt;br /&gt;-Il solito cappello. Ai signori docenti, alla segreteria, ai genitori, ai rappresentanti di classe…&lt;br /&gt;-Più piano, per favore, non riesco a starle dietro…&lt;br /&gt;-Giovanni, più veloce, altro che più piano! Qui c’è una circolare ministeriale che dobbiamo diffondere al più presto. Avanti, hai scritto?&lt;br /&gt;-Si! ai signori docenti, alla segreteria, ai genitori, ai rappresentanti di classe…&lt;br /&gt;-E agli alunni, hai scritto agli alunni?&lt;br /&gt;-E no, non me l’aveva detto…&lt;br /&gt;-Ma se ho detto il solito cappello! Giovanni, tu oggi mi farai perdere la pazienza! Allora, agli alunni. Punto.&lt;br /&gt;-Punto.&lt;br /&gt;-Sulla base di quanto disposto dalla Circolare n° 6163 del 4 giugno 2008, dal Decreto Ministeriale n°80/2007 e dall’articolo 1 comma 634 della legge 27 dicembre 2006, n°296 della finanziaria 2007,- riprese Porfido imprimendo una marcia veloce alla sua dettatura- i signori docenti sono tenuti a impartire lezioni modulari di 15 ore agli alunni che riporteranno, al termine dello scrutinio finale, il giudizio di sospensione nelle discipline in cui non avranno raggiunto la sufficienza. Leggi!&lt;br /&gt;-Sulla base di quanto disposto dalla Circolare n° 6173 del 4 giugno 2008, dal Decreto Ministeriale n°80/2007 e dall’articolo 1 comma 634 della legge 29 dicembre 2006.&lt;br /&gt;-No! 27 dicembre 2006, ….&lt;br /&gt;-Mo correggo.&lt;br /&gt;-Vai avanti.&lt;br /&gt;-Sto aspettando.&lt;br /&gt;-Cosa stai aspettando?&lt;br /&gt;- Il resto del testo.&lt;br /&gt;-Il resto del testo? Vuoi dire che hai scritto solo questo?&lt;br /&gt;-E si, lo sa che sono lento.&lt;br /&gt;-Melania! Fatemi venire Melania! – sbottò il preside battendo il pugno sulla scrivania- Giovanni sono io che ti mando in pensione. Vattene, allontanati dalla mia vista prima che ti prenda a calci!&lt;br /&gt;-Ma io l’avevo detto…&lt;br /&gt;-Vattene ho detto. Melaniaaa!&lt;br /&gt;Il nome le deriva probabilmente dalla melanina che le colora la pelle. Melania, infatti, è quasi nera, diciamo color cioccolato al latte. E’ alta un metro e sessanta, ha capelli corvini, occhi neri e denti di un nitore immacolato. I suoi trent’anni li porta molto male: sembra una sessantenne. Ma a dispetto del fisico malandato, possiede un’energia invidiabile, una vivacità intellettiva einsteniana, una insaziabile voglia di conoscenza che la spinge, nei momenti di pausa, a leggere libri tanto impegnati e macchinosi che noi docenti preferiamo driblare per non cadere in depressione.&lt;br /&gt;Giovanni era ancora in presidenza quando Melania si affacciò.&lt;br /&gt;Meticolosa e precisa: questi erano gli aggettivi che Porfido le attribuiva, ma costituivano anche il motivo per cui raramente ricorreva ai suoi servigi.&lt;br /&gt;Porfido, infatti, temeva le sue acute osservazioni, se non addirittura le correzioni che di volta in volta l’impiegata apportava all’italiano utilizzato nella redazione delle comunicazioni. Il riferirsi a Melania in quella occasione fu questione d’emergenza. Dei sei applicati di segreteria era, con Giovanni, l’unica presente. Gli altri, chi per malattia, chi per spese varie, chi per assistenza ai minori, erano fuori servizio. Persino Michele, scapolo impenitente, era in permesso per assistenza alla moglie malata.&lt;br /&gt;Melania si sedette, avvicinò la tastiera del computer e cominciò a scrivere senza che Porfido dettasse una sola parola.&lt;br /&gt;-Scusi- la interpellò Porfido- che sta scrivendo?&lt;br /&gt;-So- rispose laconica Melania.&lt;br /&gt;- Che sa?&lt;br /&gt;-Tutto.&lt;br /&gt;-Melania batté freneticamente sulla tastiera per cinque minuti, poi si fermò, intrecciò le dita, le fece scricchiolare e scrisse ancora.&lt;br /&gt;Porfido assisteva impotente alla verve letteraria della sua dipendente, scosso da un leggero tremito delle labbra. Si contenne, pensò alla moglie lontana, a Torino, la sua città natale, al Lingotto, viatico per la celebrità letteraria, alla Juventus, a Moggi che l’aveva ridotta quasi a squadra di provincia. Quando non seppe più a cosa pensare si rivolse alla segretaria.&lt;br /&gt;-Melania- disse con gentilezza- mi vuol leggere cosa ha scritto?&lt;br /&gt;-Subito. -Sulla base di quanto disposto dalla Circolare n° 6163 del 4 giugno 2008, dal Decreto Ministeriale n°80/2007 e dall’articolo 1 comma 634 della legge 27 dicembre 2006, n°296 della finanziaria 2007, i signori docenti sono tenuti a impartire lezioni modulari di 15 ore agli alunni che riporteranno, al termine dello scrutinio finale, il giudizio di sospensione nelle discipline in cui non avranno raggiunto la sufficienza.&lt;br /&gt;-Perfetto- disse Porfido-. Ma per scrivere solo questo ha impiegato tanto tempo?&lt;br /&gt;-Certamente no-fu l’immediata risposta.&lt;br /&gt;-E, mi tolga la curiosità, cos’altro ha scritto?&lt;br /&gt;-Glielo leggo immediatamente. Bla bla bla, bla bla bla- fece Melania per ritrovare il punto e poi continuò.&lt;br /&gt;Pertanto i signori docenti sono tenuti a non chiedere le ferie nel mese di Luglio, a tenere obbligatoriamente i corsi di recupero, a tenere aggiornato il registro delle presenze, e quindi delle assenze, degli alunni e ad espletare continue prove di verifica durante lo svolgimento del modulo prefissato. Al termine dei corsi, sempre nel predetto mese, si terranno le prove d’esame con test di vario genere e, terminate le quali, si procederà ad ulteriore e definitivo scrutinio.&lt;br /&gt;Si tenga conto che come gli alunni che diserteranno il corso a cui destinati saranno penalizzati durante le prove da tenersi nell’ultima decade di luglio, altrettanto il docente che, adducendo motivi non comprovati da alcuna certificazione si sarà esonerato autonomamente dal predetto incarico, vedrà sottrarre dalla retribuzione mensile gli emolumenti relativi ai giorni d’assenza e sarà sottoposto a provvedimenti disciplinari.E’ fatto obbligo, infine, a alunni e docenti di non recarsi nei locali dell’Istituto indossando il pinocchietto.&lt;br /&gt;Porfido sobbalzò.&lt;br /&gt;-Cosa ha scritto, non indossando il pinocchietto? E cos’è?&lt;br /&gt;-Come, preside, non conosce il pinocchietto?&lt;br /&gt;-Perdoni la mia ignoranza-sibilò inviperito il buon Porfido- ma non lo conosco.&lt;br /&gt;Per nulla intimorita Melania spiegò.&lt;br /&gt;-Il pinocchietto, caro il mio preside, è quel pantaloncino tipo bermuda, sa, quello a mezza gamba che di solito si porta d’estate, al mare e che mette a nudo il polpaccio del maschio.&lt;br /&gt;- Ah, quello! E beh, cosa c’è di strano? Lasciamolo indossare a chicchesia, purché non se ne vengano in mutande.&lt;br /&gt;-No, preside- rispose drastica Melania- il pinocchietto è contro legge.&lt;br /&gt;-Ma mi faccia il piacere… contro legge… Lo metto anche io durante l’estate.&lt;br /&gt;-Le ripeto, preside, è contro legge.&lt;br /&gt;-Ma non dica sciocchezze! Mi trovi lei un articolo del codice civile o penale che preveda qualche pena per chi indossa il pinocchietto.&lt;br /&gt;-Non nei codici, ma nel regolamento d’istituto c’è. Anno scolastico 2005/2006, commissione di vigilanza presieduto dalla professoressa di religione Suor Clementina Massarella, segretario professor Orsobruni. Articolo 1-recitò tutto d’un fiato Melania- è severamente vietato indossare il pinocchietto agli alunni di sesso maschile, onde evitare che mettano in mostra il vello di cui li ha dotati madre natura suscitando scandalo e perturbando l’ingenuità degli alunni di sesso femminile che popolano l’Istituto Benpensante. Approvato dal Collegio dei docenti in data 8 settembre 2005.&lt;br /&gt;-E’ inaudito- disse sconfortato Porfido- è inaudito- ripeté. Siamo nel 2008!...Convocherò d’urgenza il Collegio dei docenti per ridiscutere l’intero regolamento.&lt;br /&gt;- Faccia pure, preside, ma dovrà comunque attendere il nuovo anno scolastico. Per ora il Pinocchietto è vietato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;tratt da &lt;strong&gt;Homosex- Si vive di solo pane&lt;/strong&gt; di &lt;em&gt;natalino lattanzi&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-1015190461221301032?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/1015190461221301032/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=1015190461221301032' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/1015190461221301032'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/1015190461221301032'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/07/il-pinocchietto.html' title='Il Pinocchietto'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-1457758870560245345</id><published>2008-07-18T18:12:00.003+02:00</published><updated>2008-07-18T18:16:57.192+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='romanzi di natalino lattanzi'/><title type='text'>I gemelli</title><content type='html'>PARIDE DEGLI ALBALONGA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seduto a capotavola, impettito e sicuro, Paride si alzò ed andò verso gli ospiti con la mano tesa.&lt;br /&gt;Sebbene scettici, gli stringemmo le cinque dita.&lt;br /&gt;Enea, invece, si tenne distante.&lt;br /&gt;Il primario, che attendeva proprio lui, non appena notò l’indifferenza dell'ossario, gli andò in contro e, inaspettatamente, lo abbracciò.&lt;br /&gt;Enea, indeciso sul da farsi, lo guardò stranito.&lt;br /&gt;Il primario, a sua volta, lo guardò fissamente negli occhi e poi esclamò con voce rotta dall’emozione:&lt;br /&gt;“Abbracciami, fratello mio!”.&lt;br /&gt;A quel punto il Priamoide, con le lacrime che gli scendevano copiose lo strinse in una morsa stritolaossa.&lt;br /&gt;Tutti quanti noi ci aspettavamo che un fiume di parole, di ricordi, di domande affiorasse dopo il riconoscimento inaspettato, ma invece, i due fratelli si sedettero e continuarono a fissarsi negli occhi con un sorriso ebete che deformava i loro lineamenti.&lt;br /&gt;“Embeh?- sbottai io per rompere il silenzio- embeh?- ripetei.&lt;br /&gt;Fu il primario a prendere la parola, dopo una breve consultazione con il fratello.&lt;br /&gt;“Come avrete ormai capito, Enea aveva visto giusto: io sono suo fratello”.&lt;br /&gt;“Bella scoperta – intervenne Gianni- non siamo poi ciechi!”.&lt;br /&gt;“E sì, avete ragione… ma, vedete, non è stato così semplice per me accettare il ritrovamento di mio fratello, di cui sapevo tutto, che sapevo ignorasse dove fossi, se fossi ancora in vita, cosa facessi. A lui era stato detto che ero stato affidato ad alcuni parenti che erano emigrati in Tripolitania, dopo che nostra madre aveva deciso che due neonati erano troppo per lei che non avrebbe più potuto giocare a Baccarà con tutte due le braccia occupate a tenere i bimbi. Nostra madre, Ecuba Daunia in Priamoide, convinse, così, nostro padre a dare in adozione ad un ramo della famiglia, gli Albalonga, quello di noi due sembrava più gracile.&lt;br /&gt;Conobbi, dunque, i miei genitori adottivi e non quelli veri. Quando, nella maggiore età, mi fu rivelata la mia vera estrazione, provai un odio feroce verso tutti i componenti della mia famiglia d’origine. Aver incontrato Enea mi ha scioccato. Mi sono visto in uno specchio ed ho odiato la mia immagine. Poi ho riflettuto, ho capito che mio fratello era all’oscuro dei fatti, che gli avevano nascosto la verità, tale era lo stupore nei suo sguardo quando ha incrociato il mio. Dopo una breve pausa di riflessione nel mio studio, ho stabilito che non era giusto soffocare nell’odio il richiamo del sangue ed ho deciso di rivelare la mia vera identità”.&lt;br /&gt;Enea era in deliquio; ascoltava rapito il fratello e lo fissava adorante, lui che era un pezzo di marmo di fronte ai casi della vita, una roccia cui appoggiarsi nel momento del bisogno, una stalagmite pronta a perforarti il posteriore se solo gliene fosse capitata l’occasione.&lt;br /&gt;Non appena Paride terminò il soliloquio, l’ortopedico riprese il controllo di sé e chiese di poter esporre i fatti come li avevano raccontati a lui.&lt;br /&gt;Noi eravamo come in un teatro, in una rappresentazione pirandelliana, pronti a commuoverci o sganasciarci dalle risa, avidi di giungere alla fine della commedia, sperando nel lieto fine o nella tragedia totale e assoluta.&lt;br /&gt;La fine ormai sembrava scontata, ma i colpi di scena certamente non erano stati tutti rappresentati. Un applauso frenetico fu il segno che eravamo ansiosi che il “pius” ci mostrasse l’altra faccia della stessa medaglia.&lt;br /&gt;“E’ vero, nostra madre- cominciò il nostro- aveva una grande passione per il Baccarà, ma anche per il baccalà. Io non ho mai saputo quale delle due passioni avesse il sopravvento nella sua psiche. Personalmente, sulla base di alcune indagini che ho svolto col mio professore di “patologia animale”, penso che prediligesse il baccalà e che tutta la storia abbia tratto origine da questa insania. E’ inutile dire che a me era stato riferito da zia Serafina che sì ero uno di due gemelli omozigoti, ma che il primo nato era morto poco dopo la nascita. Zio Romualdo, invece, mi raccontò che mio fratello era stato rapito dagli zingari e che era stato portato in Tripolitania; altri mi dissero che poi se ne erano perse le tracce. Io optai per l’ultima versione. Nostra madre non ne parlava mai e, cosa strana, ogni volta che le chiedevo di mio fratello lei correva dal pizzicagnolo e comprava del baccalà. Compresi che vi era un nesso freudiano fra il baccalà e mio fratello. No, Paride, non fraintendermi – s’interruppe Enea che aveva colto lo sguardo torvo del gemello- non volevo assimilarti al baccalà. Sempre zia Serafina, in una malinconica notte di pioggia, mentre eravamo tutti due svegli per il fragore dei tuoni, mi aveva svelato il segreto: mia madre aveva costretto mio padre a “dare via” il gemello perché era un doppione. Nostro padre era un debole, si mordicchiava le unghie se non aveva a potata di mano un ciuccio da succhiare; usava il pannolone per una fastidiosa incontinenza che lo affliggeva sin dalla nascita, spesso era in analisi per alcuni raptus omosessuali che si evidenziavano in particolare di domenica, quando si recava ad assistere alla funzione religiosa in abiti da donna per far colpo sul parroco ecc…ecc…&lt;br /&gt;Per non tediarvi: il segreto confidatomi da zia Serafina non era completo, mancava la parte più importante che ho reticenza a confidarvi.&lt;br /&gt;“Non ci far stare sulle spine, – supplicò la Tontak- è una bellissima telenovela!”.&lt;br /&gt;”Dovrò prima consultare mio fratello: è un fatto di famiglia…”- sospirò Enea.&lt;br /&gt;Enea e Paride si appartarono.&lt;br /&gt;Noi ne approfittammo per dar fondo agli antipasti ai frutti di mare, alle bruschette, ai salumi che profumavano di Calabria e di Emilia Romagna, alle saporite “boscaiole” ricche di funghi prataioli colti di fresco.&lt;br /&gt;Di bevande neppure l’ombra.&lt;br /&gt;Un ruggito provocò colpi di tosse a ripetizione tra noi che sbafavamo a piene ganasce: “No! Io, un Albalonga, figlio di…”.&lt;br /&gt;“ Paride, non dire cazzate, siamo nella stessa barca … e non urlare –lo frenò Enea- devi prendere coscienza della realtà… via, siamo due figli di troia!&lt;br /&gt;“Ma un figlio di troia con la t maiuscola o minuscola?”- interrogò la voce affranta del primario.&lt;br /&gt;“Minuscola, minuscola – sussurrò Enea- tanto è uguale se non lo scrivi…”.&lt;br /&gt;“Ma sei sicuro, il pizzicagnolo?”.&lt;br /&gt;“Si, ne sono sicuro! …e per giunta si chiamava Achille!”:&lt;br /&gt;“Cacchio, un greco!”.&lt;br /&gt;“Sì, ma un eroe!”.&lt;br /&gt;“Va be’, ho capito…”.&lt;br /&gt;“Lasciamo tutto nel vago”.&lt;br /&gt;“D’accordo, nel vago…”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;IL CONVIVIO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paride ed Enea tornarono da noi bisbigliando .&lt;br /&gt;La Tontak, fedele alla tradizione che la vuole disponibile e generosa, fingendo di non aver ascoltato la conversazione tra i due gemelli, si fece portavoce del Benpensante pensiero e disse che, poiché si trattava di fatti di famiglia, era bene che non ne fossimo messi a conoscenza.&lt;br /&gt;I gemelli, invece, con estrema disinvoltura, ci raccontarono una storia di famiglie legate al fondamentalismo catto-islamico-buddista, di cui, per la nostra sicurezza, non ci avrebbero rivelato le identità, visto il particolare momento politico.&lt;br /&gt;Così, secondo loro, ci lasciarono nel vago: noi glielo lasciammo credere.&lt;br /&gt;Uno stuolo d’infermieri, incuranti delle proteste dei degenti che scampanellavano come cento chierici durante una messa cantata, affollarono il refettorio e portarono vassoi colmi di ogni ben di Dio.&lt;br /&gt;Ma di bevande neppure l’ombra.&lt;br /&gt;Gianni, che frattanto aveva ingurgitato un’infinità di salame piccante, con la gola che somigliava ad un rosso estintore fuori uso, implorò che gli si portasse un bicchiere di acqua minerale.&lt;br /&gt;Paride di Albalonga fu irremovibile: niente bevande se non a pagamento.&lt;br /&gt;Ci spiegò, poi, confidenzialmente, che se il cibo era possibile sottrarlo alle ricche dispense dell’Ospedale, riservate ai “baroni” universitari, le bevande no… quelle erano gestite dal suo aiuto che le vendeva, sottobanco, nella fiaschetteria del suocero, per consentire alla moglie, un otre di oltre centocinquanta kg, di ricorrere alle cure dei più famosi dietologi.&lt;br /&gt;Rassegnati, cavammo dai portamonete tutti gli euro di cui disponevamo e ordinammo Cocacola, limonate, ginger, vini bianchi e rossi, Whisky, Rhum e Vodka e, per ultimi il caffè e l’ammazzacaffè, un Jak Daniel.&lt;br /&gt;Ovviamente Paride non cacciò neppure un cent, mentre noi ci dissanguammo.&lt;br /&gt;L’atmosfera fu decisamente cordiale grazie all’alcool che circola a velocità stratosferica nelle nostre arterie.&lt;br /&gt;Il primario, in vena di confidenze, ci parlò di una relazione intrattenuta con una dottoressa del suo reparto che gli aveva dato un figlio, a cui aveva imposto il nome di Enea, ma che non aveva impalmato perché di bassa estrazione sociale.&lt;br /&gt;L’ortopedico si commosse, abbracciò il fratello e si disse impaziente di conoscere il nipote; poi, cambiando immediatamente discorso, ci confessò di aver conosciuto intimamente una podista sterile che non gli aveva neppure dato la soddisfazione di un aborto.&lt;br /&gt;La Tontak gli lanciò uno sguardo tenero, dolce e appassionato.&lt;br /&gt;Paride, a cui non era sfuggito l’interesse che Lucia (la polonica, per intenderci) mostrava per il fratello, la convinse a cambiare posto e a sedersi accanto ad Enea.&lt;br /&gt;Enea… Enea è un duro, passionalmente di parte, ma duro. Il suo cinismo sfiora il mio e ciò contribuisce a legarci di un’amicizia vera, robusta e incorruttibile. Ha solo qualche anno più di me, ma spesso assume un atteggiamento paterno, di protezione, perché, nonostante la mia ruvidezza, pensa che io sia un indifeso, un ingenuo, un puro.&lt;br /&gt;Sono abituato a scorgere nei suoi occhi il “Lancillotto” che difende la sua Ginevra (non fraintendetemi!!!), ma che si sciogliesse per uno sguardo femminile proprio no!&lt;br /&gt;Carezzevole, sfiorò la guancia della prof e le dichiarò la sua simpatia, non priva di una forte attrazione fisica (il suo pragmatismo non ha confini).&lt;br /&gt;La Tontak gli prese una mano e la strinse fra le sue ad esplicitare la reciprocità dei sentimenti.&lt;br /&gt;Esterrefatto li vidi tubare come due gazze ladre e tuffai il viso nel piatto di spaghetti ai frutti di mare che avevo d’avanti.&lt;br /&gt;Il profumo mi inebriò e dimenticai il luogo, il tempo e il perché fossi lì.&lt;br /&gt;Il feeling che c’è tra me e i frutti di mare, molluschi e crostacei in particolare, ma pure di qualsivoglia tipo e genere, è qualcosa di atavico, d’istintivo, di primordiale: io cerco loro e loro cercano me.&lt;br /&gt;C’incontriamo quotidianamente, senza testimoni, senza un cavolo di limone che possa intromettersi, snaturare il nostro rapporto, il cannibalismo ancestrale che regola il ciclo biologico universale.&lt;br /&gt;E’ una cerimonia, uno sposalizio che celebriamo sottovoce, con le papille gustative che ci avvolgono in un abbraccio paradisiaco, senza rimpianti di sorta, senza turbamenti. Un silenzio religioso, rotto soltanto dal lieve sfregamento del coltello contro la ruvida scorza, mentre le valve si aprono voluttuose, roride di acqua marina ad invitarmi a coglierne il frutto, dà il segno che l’atto sacrificale non ci sconvolge, ma ci affascina, ci coinvolge, esalta i nostri sensi e diveniamo dannunzianamente un tutt’uno: io in loro, loro in me, lavati dall’umore salato che penetra le nostre cellule, i nostri atomi indistinti, la nostra spirituale visione dell’origine della vita. Il patto che ci unisce è nel mio testamento: così come io, in vita, ho ospitato nel mio corpo questi meravigliosi esseri marini, così loro ospiteranno me, quando le mie ceneri rientreranno nella placenta della terra, cibo prediletto dei miei figli adottivi.&lt;br /&gt;Ero perso in questi pensieri quando Minchiuzzi, il mio “grillo parlante”, mi richiamò alla realtà:&lt;br /&gt;“Cacchio fai? – mi disse- stai raschiando il fondo del piatto!”.&lt;br /&gt;Gli sguardi dei presenti erano tutti schifosamente appiccicati sul piatto che io, disinvoltamente cullavo e baciavo, come fosse un neonato.&lt;br /&gt;Mi vergognai sin nell’imo del cavallo, ma spudoratamente mi giustificai dicendo che stavo saggiando la qualità della porcellana che aveva ospitato i miei cento grammi di spaghetti.&lt;br /&gt;Non convinsi neppure la formica solitaria che, nel tentativo di portare a casa le minuscole briciole del desinare, attraversava il largo ventre di Panzicelli: l’imenottero si fermò, mi fissò per un attimo, scosse le antenne e riprese lentamente il cammino.&lt;br /&gt;Ofelia, la traditrice, che aveva assistito alla scena sogghignando e dando di gomito a Gianni, assuefatta com’era alle mie stranezze quando degusto il mio alimento preferito, mi porse un tovagliolo di carta e mi invitò a non dire “quizzate”; poi, “coram populo”, tra le “sganasciate” generali, raccontò di altre mie particolari abitudini fregandosene del disagio crescente in cui sprofondava il mio “ego”.&lt;br /&gt;Quando si stancò di novellare le sue caviglie erano tumefatte e gonfie.&lt;br /&gt;Voi mi conoscete: sono buono e caro, ma quando me le fanno girare divento cattivo e vendicativo.&lt;br /&gt;Il nostro “convivio” divenne un “decameron”:&lt;br /&gt;In breve ciascuno dei convitati vide spiattellati i fatti più intimi di cui ero stato testimone, senza censura alcuna, ma con dovizia di particolari, ricchezza espressiva, linguaggio appropriato, aderenza alla traccia e forma discorsiva congrua ed esaustiva.&lt;br /&gt;Fregandomene dei vari “ma lasciamo perdere…”, “non fare così…”, “dai, non è il caso…”, “ ma sei proprio stronzo!…”, andai a “ruota libera” con grande insoddisfazione dei presenti. Quando terminai, i pellerossa, pitturati con i colori di guerra, sarebbero sembrati ai pavidi pionieri meno feroci e pericolosi dei miei amici.&lt;br /&gt;Paride, l’unico che avevo risparmiato per mancanza d’informazioni, cercò di riportare serenità ricordandoci che eravamo seri professionisti, padri di famiglia, madri attente all’educazione della prole e che non potevamo permetterci di mandarci a “fanculo” come dei miseri plebei.&lt;br /&gt;Colpiti nella propria dignità, assumemmo un’aria mortificata e promettemmo che mai più avremmo assunto un atteggiamento tale da confonderci coi miserabili servi della gleba.&lt;br /&gt;Vinto, così, l’imbarazzo iniziale, ciascuno di noi dedicò le proprie attenzioni al collega dell’altro sesso più disponibile a subire il fascino dell’attrazione fisica, del richiamo della foresta, dell’urlo dei sensi inebriati dal nettare a pagamento.&lt;br /&gt;In breve, dopo l’abbuffata, la tavolata si spopolò e le stanze libere e non del reparto cantarono sinfonie metalliche con sottofondo di gemiti appena soffocati.&lt;br /&gt;Ofelia ed io preferimmo tornarcene in albergo dove, con piena soddisfazione di ambedue, sperimentammo nuove performances.&lt;br /&gt;Quando l’eros sprofondò sotto i talloni, ci addormentammo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;tratto da &lt;strong&gt;Homosex-Si vive di solo pane e Noi del Benpensante&lt;/strong&gt; di &lt;em&gt;natalino lattanzi&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-1457758870560245345?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/1457758870560245345/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=1457758870560245345' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/1457758870560245345'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/1457758870560245345'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/07/i-gemelli.html' title='I gemelli'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-3280494257534326832</id><published>2008-07-18T14:18:00.001+02:00</published><updated>2008-07-18T14:19:46.165+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='romanzi di natalino lattanzi'/><title type='text'>Il Buco</title><content type='html'>IL BUCO&lt;br /&gt;La mia residenza estiva (il “buco”, per intenderci) è ricavata in un'ala di un vecchio castello ristrutturato, situato nella periferia del centro storico del mediterraneo paesino che mi ospita. Costeggia il mare.&lt;br /&gt;Purtroppo (ma forse no, dopo tutto), il resto del castello è di proprietà di ben cinque famiglie rumorose, pettegole e rompiscatole, a me affezionate.&lt;br /&gt;E’ inutile che vi dica che uno dei lotti è occupato dal mio inseparabile dott. Enea Priamoide.&lt;br /&gt; Nei saloni del castello, nei tempi andati, bizantini, saraceni e francesi gozzovigliarono, dando sfogo, in preda al vino genuino delle nostre parti, ai loro "medio-bassi" istinti, le cui tracce sono ancora visibili nelle segrete, non più segrete da quando una traccia di umidità sul pavimento della cantina ne ha rivelato l'esistenza.&lt;br /&gt;Asce, fruste, coltelli, scimitarre e pugnali, stendi ossa e fornaci annerite dall'uso frequente mostrano in tutto il loro splendore il sapore d'antico che traspira con l'umido della terra battuta.&lt;br /&gt;Non nascondo che quando sono "incazzato" contro qualcuno mi rifugio in quegli antri bui e severi a rimuginare vendette e olocausti.&lt;br /&gt;Il trentuno agosto, quando idraulici e urologi, meccanici e ortopedici, operatori ecologici ed enterologi, dentisti e autodemolitori, chirurghi e macellai, avvocati e secondini, ingegneri e muratori erano ancora sotto l’ombrellone a gustare gli ultimi sprazzi di sole e di libertà, Ofelia ed io eravamo chiusi nel mio ripostiglio- studio, ricavato da uno dei locali sotterranei, a cercare di buttare giù quella che sarebbe dovuta essere la colonna vertebrale dell’orario del nuovo anno scolastico, anticipando la richiesta del preside.&lt;br /&gt;Sudammo come pazzi nel tentativo di assemblarci un orario uguale, ma alla fine i nostri sforzi trovarono la loro significazione: lunedì prime tre ore; martedì ultime tre; mercoledì prime due; giovedì ultime cinque, con un’ora di disposizione centrale per eventuale caffè; venerdì idem come sopra; sabato libero.&lt;br /&gt;Il mio cellulare ad un tratto squillò.&lt;br /&gt;La voce di Cassandra, petente e rogante, mi  proponeva di sostituirmi alla sua famiglia, scomparsa nei flutti marini vent'anni prima per una gita andata assai male, e di farle da fratello, padre, zio e nonno in occasione della venuta di Ulrico, desideroso di infognarsi in un nuovo matrimonio.&lt;br /&gt;Feci presente alla collega che la presenza di Ofelia le  avrebbe garantito anche una sorella, una madre, una zia ed una nonna oltre che l'ospitalità nel mio "albergaccio".&lt;br /&gt;Cassandra, pimpante come un ferragosto bagnato da una pioggerellina rinfrescante, accettò entusiasta. &lt;br /&gt;Felici come due vigilie di Pasqua, Ofelia ed io facemmo una doccia fredda, mica tanto veloce, alternando giochi infantili ad altri ben più piacevoli, accompagnati dalla riprovazione per nulla silenziosa di Sarcinella, che spiandoci dal finestrino che dà nel “bagno” ci apostrofava con epiteti che è meglio non riferire.&lt;br /&gt;La tavernetta riluceva di palloncini fluorescenti incollati al soffitto dall’ossigeno che li gonfiava, in perfetta sintonia con ciò che pensavo del mio amico “made in Deutchland”.&lt;br /&gt;Candelieri d’argento e in silver illuminavano strategicamente i quattro angoli del locale, mettendo in risalto un grande tavolo ricoperto da una tovaglia allegramente variopinta e circondato da innumerevoli festoni colorati.&lt;br /&gt;Antipasti di ogni genere, invece, erano poggiati su di un lungo buffet e troneggiavano risvegliando l’atavico istinto predatore del buon Knut, che con la bava alla bocca e la lingua penzoloni, di tanto in tanto si contorceva leccandosi i baffi e bagnandosi la pancia nella pozza di saliva che si allargava sempre più sul pavimento.&lt;br /&gt;Nell’angolo mancino della parete opposta alla porta di ingresso della tavernetta, racchiuso in una nicchia, il mio vecchio pianoforte faceva mostra di sé in compagnia di una delle innumerevoli chitarre che uno dei miei otto fratelli, Vitulio (il “santo” per i parenti e gli amici), lascia  presso di  me, per assordarmi, quelle rare volte che viene, con il ritmo sfrenato della musica Jazz e del Rock and Roll.&lt;br /&gt;Sul lato destro, in alto, era ben visibile un cesto di basket ( con cui mi alleno quando mi accorgo che è tempo di smaltire un po’ di grasso superfluo); la parete opposta, quella d'ingresso, invece, era parzialmente coperta, vicino la porta, da una sagoma per tiro al bersaglio, due carabine e due revolver ad aria compressa, che utilizzo di tanto in tanto, per essere pronto ad ogni eventualità.&lt;br /&gt;In accappatoio e con i capelli ancora bagnati, Ofelia ed io ci sedemmo, vicini, su uno dei lunghi scanni di tipo francescano, che attorniano il tavolo dello stesso stile.&lt;br /&gt;In quel momento fece il suo ingresso Cassandra con una coppa fumante colma di risotto ai funghi. Non appena ci scorse, conciati come se fossimo in una sauna tailandese, s’incavolò di brutto e ci spedì, di corsa, a rivestirci in modo consono alla circostanza.&lt;br /&gt;“Siete due bastardi!” ci disse fra il serio ed il faceto.&lt;br /&gt;Sghignazzando e borbottando allo stesso tempo, obbedimmo.&lt;br /&gt;Non appena in camera mia, tirai fuori un sospensore e uno slip donatimi da Ulrico e l’indossai; tolsi dal “Foppa-Pedretti” un pantalone beige e una camicia a quadratini bianchi e rossi, spolverai un paio di stivaletti in pelle bordeaux e raccolsi un bandana sul verde penicillina dall’ultimo cassetto della scrivania. Accesi un sigaro avana, pregiato, ma ugualmente puzzolente e, così conciato, con fare texano, ridiscesi nella tavernetta.&lt;br /&gt; Ofelia, invece, aveva indossato un abito che pareva “fine ottocento”, con trine e pizzi che venivano fuori da ogni parte, ma che, per ammissione della Ognimmorti, era adatto alla circostanza. Cassandra, infatti, lodò la scelta della Bonelli e guardò me con la solita aria che assume  durante i "Consigli di classe" quando mi estraneo dal resto del mondo e vado dietro i miei pensieri. Allora, sì, vuol mandarmi a “quel paese”.&lt;br /&gt;Per non farla innervosire più di quanto già lo fosse, misi via bandana e sigaro e tirai giù le maniche della camicia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;EPILOGO?&lt;br /&gt;Lo squillo del campanello annunciò la venuta di Ulrico.&lt;br /&gt;Era vestito di tutto punto: abito blu, camicia celestina, cravatta a fasce trasversali e sottili blu e rosse, scarpe leggere, di foggia inglese, nere. Era sudato in modo indicibile, con i capelli che mandavano giù per il volto, il collo, le spalle, il torace e oltre, acqua e gelatina. Le sue mani, quando strinse le nostre, sembravano due canovacci intrisi di detersivo liquido, tanto erano  umide e scivolose.&lt;br /&gt;Faceva tanta pena da far dimenticare tutte le “pene” di cui, sia pur inconsapevolmente, era stato causa.&lt;br /&gt;Persino Knut, che non aveva mai mostrato molta simpatia per il “connazionale”, invece di aggredirlo a morsi e ringhiate, lo guardò con estrema compassione.&lt;br /&gt;“Ch-vesta eshtate è lunca e focozizzima”- esordì Ulrico toccandosi il nodo della cravatta e girando il collo da destra verso sinistra, quasi volesse liberarsi del nodo scorsoio; poi, resosi conto che eravamo rimasti scioccati alla sua umida apparizione, pensando di non essere gradito continuò con tono di scusa, rivolgendosi a me: “ tua  crrrande amica, mia dolce Cassandra  ha detto essere qui crrande zorpresa per me...”&lt;br /&gt;Capii di non essere stato molto ospitale col mio silenzio, per cui mi scossi dal torpore e lo invitai ad entrare, mentre il cielo si illuminava della luce dei lampi.&lt;br /&gt;Il brontolio dei tuoni lontani accompagnò il teutone nel tinello.&lt;br /&gt;Knut, intanto, cominciava ad innervosirsi per la tempesta che si avvicinava, correndo su e giù per i corridoi e abbaiando in risposta ai rumori della forza della natura.&lt;br /&gt;Cassandra, ultimati i preparativi, ci raggiunse proprio nello stesso istante in cui cominciavamo, con il nostro ospite, a scendere la scalinata che porta alla tavernetta. &lt;br /&gt;Il suo abito lungo e nero, appena scollato, i capelli neri sciolti sulle spalle, le labbra tinte di un verde melanzana, la collana di perle nere, come gli orecchini e l’anello che portava all’anulare destro e gli eleganti sandali, anch’essi neri, a tacco alto, le davano un aspetto tetro, da “vedova nera” (scusate se insisto), pronta a sacrificare sull’altare la vittima prescelta.&lt;br /&gt;Confesso di essere superstizioso, per cui immediatamente mi toccai per gli scongiuri del caso.&lt;br /&gt;“Maine piccola Hitler!- esclamò, invece, commosso ed entusiasta Ulrich il barbaro- maine dolce SS, stupehenda reincarnazzzioone di Efa Braun, maine ariana pruna, fera fig-lia della crrande Orope tetescha!...”&lt;br /&gt; Scosso da singulti di riso che trattenevo a stento, guardai le due donne con fare interrogativo e frenai la prolissità dell’unno senza manifestare i miei più intimi pensieri; poi, per non sembrare scortese, detti  una poderosa pacca sulle spalle del nostalgico, segno di benevola amicizia, e lo spinsi   verso una sedia stile dogi, che Cassandra  gli aveva riservato.&lt;br /&gt;“Main Goth!- reagì Ulrico, battendosi il petto, tossendo e sputando per la saliva di traverso che gli impediva la respirazione.&lt;br /&gt;Non so se vi ho detto quanto sia giocherellone Knut. Insieme facciamo il gioco della lotta, per insegnargli il comportamento da tenere in caso di aggressione al padrone: io con schiaffi, pugni e calci negli zebedei, lui con morsi ovunque capitino.&lt;br /&gt;Beh! pensò che fosse giunto il momento ludico-didattico con un nuovo compagno che, evidentemente, aveva assunto il ruolo dell’aggressore.&lt;br /&gt;Ringhiando e agitando furiosamente la coda, si scagliò, a peso morto, sul povero Ulrico. Sebbene gli urlassi di fermarsi, gli addentò il braccio destro, strappandogli il bell’abito nuovo di zecca, lo trascinò per terra, lo immobilizzò col suo enorme peso e gli afferrò la gola tra le fauci, come aveva visto fare in un film da un cane scapocchione come lui.&lt;br /&gt;Von Peethoven, inebetito dall’assalto, sporco di saliva, lacero, contuso, in lacrime quasi, non potendo utilizzare le sue corde vocali, paralizzate dalla morsa di Knut, con gli occhi supplici, chiedeva aiuto.&lt;br /&gt;La Bonelli, che come Ulrico non conosce l’intima indole gioiosa di Knut, urlava spaventata di fare qualcosa per salvare il pover’uomo.&lt;br /&gt; Io, al contrario, tranquillissimo, poiché so che il mio cane, per sbranare gli indesiderati, ha bisogno del comando, detto con tono secco e imperioso: “squarta!”, lasciai che Knut desse libero sfogo all’inesauribile energia di cui è dotato. Quando mi accorsi, però, che Ulrico era  lì lì per soffocare , biascicai: “molla!”e liberai lo straniero.&lt;br /&gt;La Bonelli scandalizzata dal  mio atteggiamento, dopo avermi etichettato barbaro e sadico, salì di corsa le scale che conducono al piano superiore e aprì la porta per andare via.&lt;br /&gt;Aveva, però, fatto i conti senza Enea e tutti gli altri condomini del palazzaccio che, come avvoltoi, erano tutti dietro il nostro ingresso, attirartidall’abbaiare furibondo del mio cucciolone e dalle urla stridule di Ofelia. Come un fiume in piena, travolsero la mia collega, respingendola in casa, e affollarono il tinello circondandoci e subissandoci di domande. Cassandra, intanto, pallida come un bianco di uovo sodo, inebetita, come la maggior parte dei parlamentali che affollano le nosre due Camere, senza parole, addossata ad uno stipite,  piano piano scivolava verso il pavimento quasi priva di sensi.&lt;br /&gt;La Bonelli, intanto, riappropriatasi dello spirito rivoluzionario che è caratteristica imprescindibile del suo essere, montò sul tavolo e cominciò ad arringare la folla, aizzandola contro di me, colpevole di non saper gestire un mostro (Knut) e di sadismo nei confronti dell’umanità. Ma i  miei condomini, allettati da tutto il ben di Dio che vedevano lì, sul buffet, pronto per essere divorato, parteggiavano per noi (Knut ed io, voglio dire), per cui accolsero le sue parole con manifesta disapprovazione, battendo i pugni sul tavolo e i tacchi per terra, sbeffeggiandola e intimandole di smetterla di profanare il suolo che le offriva ospitalità, pena un solenne “mazziata”.&lt;br /&gt;Consapevole del rischio che correva, Ofelia dette una brusca svolta alla sua concione e cominciò a parlare anche dei meriti che avevo acquisito nei suoi confronti, dicendosi pronta non solo a scusare i miei piccoli difetti, ma anche a difendermi con le unghie e con i denti da coloro che approfittavano del mio buon cuore.&lt;br /&gt;L’assemblea rumoreggiò, questa volta favorevolmente; si alzò persino qualche grido “viva la prof”, seguito da qualche timido applauso, poi condiviso da quasi tutti gli astanti.  Infervorata dalle sue stesse parole, passò poi a vantare i meriti del proletariato sfruttato dai capitalisti, a lamentarsi dei bassi stipendi degli insegnanti, del costo della vita sempre più esoso, della Sanità e della Previdenza Sociale e della voracità degli industriali come Ulrico, che spolpano sino all’osso le capacità produttive degli operai, senza retribuirne gli straordinari. I condomini, tutti di sinistra, entusiasmati dall’orazione sindacale, dimenticarono me, Cassandra e Knut e, come un sol uomo si unirono in  applausi fragorosi e ovazioni indirizzati alla Bonelli.&lt;br /&gt;Enea, che aveva bevuto  quasi tutto il contenuto di una bottiglia di brandy, sollevò di peso Ofelia e la portò in trionfo, mentre tutti gli altri guardavano con disprezzo il povero Von Peethoven che, spinto, accompagnato da cori di”buuuh, carogna, sfruttatore, aguzzino, stronzo” e altro che ora mi sfugge, zoppicante, pallido e intimorito, lasciò la mia magione.&lt;br /&gt;Il cielo mandava giù torrenti d’acqua quando il meschino salì a bordo della sua  Mercedes, accompagnato dagli ululati di Knut che cercava la luna e dal pianto disperato di Cassandra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;tratto da &lt;strong&gt;Homosex- Si vive di solo pane&lt;/strong&gt; di &lt;em&gt;natalino lattanzi&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-3280494257534326832?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/3280494257534326832/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=3280494257534326832' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/3280494257534326832'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/3280494257534326832'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/07/il-buco.html' title='Il Buco'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-2244741436871288706</id><published>2008-07-16T14:52:00.001+02:00</published><updated>2008-07-16T14:54:15.800+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='romanzi di natalino lattanzi'/><title type='text'>De Vulgari Eloquentia</title><content type='html'>“DE VULGARI ELOQUENTIA”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi risvegliai, come dicevo, recitando il “Magnificat”.&lt;br /&gt;La Bonelli reggeva una borsa di ghiaccio sul mio capo, imitata da Irene Belfagor che faceva altrettanto con Carlo.&lt;br /&gt;Un bozzo enorme deformava la mia bella fronte spaziosa e mi procurava un mal di testa feroce.&lt;br /&gt;Carlo, al contrario, sembrava rinato.&lt;br /&gt;Non solo non ricordava come fosse finito in astanteria, ma addirittura pensava che non per lui ma per me l’intero collegio del “Benpensante” si fosse trasferito nel reparto psichiatrico del “Fate Bene Cognati”, vecchio e glorioso ospedale, fondato da Bonifacio VIII, poco prima di “trasferirsi” ad Avignone, “ospite” di Filippo il Bello, per farsi curare una fistola anale recidivante.&lt;br /&gt;Sacramentando, gli feci presente che se un pazzo vi era tra noi quello certamente non ero io, ma la sua esimia persona e, offeso, gli girai le spalle e feci per uscire dalla stanza.&lt;br /&gt;Immediatamente Carlo si sottrasse alle cure della sua samaritana e, libero della camicia di forza, corse ad abbracciarmi con una delle sue solite strette che ti incrinano le costole.&lt;br /&gt;Tra vari scricchiolii di ossa lo scusai e mi scusai (insomma, ci salameleccammo) e lo invitai a riaccasciarsi  perché le rispettive ci ricoccolassero.&lt;br /&gt;Un fremito improvviso alla colonna montante della mia anatomia e un violento sommovimento intestinale mi spinsero, però, a volare verso il wc..&lt;br /&gt;Mi accoccolai sul water, compressi il capo tra le mani e detti libero sfogo allo shock puteolente che venne espulso tra uno scoscio di applausi tutti interni al mio intestino per nulla riluttante a lasciarsi evacuare.&lt;br /&gt;Impressionata dal fragore, Ofelia  bussò alla porta del bagno e si tranquillizzò quando le risposi che finalmente mi ero liberato dagli incubi e che fumavo una rilassante Marlboro Light.&lt;br /&gt;Il mio riposario, la mia stanza prediletta, ovunque  mi trovi, il mio pensatoio si ottimizzò col fumo profumato che veniva fuori dalle sigarette che fumavo una dietro l’altra, mentre mi dedicavo alle riflessioni sul nostro essere, persistere, propugnare e pugnare per cose vacue ed effimere come la constatazione della vanità dell’opporsi all’opposizione del muro, l’impiego statale, le sessantanovate goderecce, la vita, la morte, il fumo, l’alcool, le multe prese per non aver voluto raccogliere la cacca di Knut, i sindaci pdellini e pdiessini artefici del dissanguamento dei cinofili, la contestazione di Moretti, il picconatore della dirigenza di sinistra colpevole di aver dato la precedenza a destra, i mori in patria, gli albanesi e gli extracomunitari necessari per il lavoro nero, la raccolta dei pomodori e la manovalanza della “mala”, lo sciopero generale, l’esercito professionistico, l’abolizione della leva, il servizio militare professionistico in terra “straniera”, inventato per incrementare gli introiti della Telecom per le lunghissime telefonate all’144 personalizzato (il numero telefonico della morosa), la giovinezza perduta sgobbando sui libri per uno stipendio di merda, Roma, Regina Coeli, il capitano Movais.&lt;br /&gt;Immediatamente realizzai che eravamo ancora nella “città eterna”, che non avevamo fatto un cacchio di quanto ci eravamo proposti prima della partenza e che ci trovavamo in una clinica psichiatrica.&lt;br /&gt;A simboleggiare la nostra pazzia, la nostra follia, madre matrigna e benevola, sorella di Alzaimer e cugina di Parkinson, era il disegno impossibile di cambiare il costume, tutto italico, di credersi dei padreterno non appena varcate le soglie di Montecitorio con tanto di blasone  stampato sul culo.&lt;br /&gt; Terminate le abluzioni di rito, venni fuori dal cagatoio avvolto in una nebbia tutta light che nascondeva le mie fattezze michelangiolesche.&lt;br /&gt;Minchiuzzi, credendomi una apparizione di Allah, si prostrò ai miei piedi, ma fu subito preso a calci nel sedere da Gianni che già altre volte aveva assistito al “miracolo”.&lt;br /&gt;Il rumore delle mandibole che sbattevano contro il pavimento fu seguito dal sibilo della chiostra dentaria di manifattura artigianale che volava sotto l’armadietto metallico in dotazione alle formiche e ai ragni dell’ospedale affinché potessero fornicare lietamente nelle segrete del buio artificiale.&lt;br /&gt;Dopo aver recuperato la dentiera dalle fauci di Knut, comparso all’improvviso sulla scena del delitto, il povero Egidio, graffiato e addentato negli arti e nelle parti nobili del corpo, fu tramortito con un potente calmante, propinatogli dallo “scrollapalle” prontamente accorso, perché, in preda ad un raptus cinocida, agitava contro il “miglior amico dell’uomo” la scimitarra che porta con sé  sotto il barracano.&lt;br /&gt;Knut, come suo solito, saltò sul letto e cominciò a lubrificarmi la faccia con la sua abbondante e salivosa saliva, mentre con la coda roteante portava un po’ di refrigerio ad Ofelia che, tutta accaldata, tentava invano di rinfrescarsi con la borsa dell’ex ghiaccio scioltosi al calore delle alitate del mio quadrupede.&lt;br /&gt;Non ebbi la forza d’indagare sul come, quando e perché Knut veleggiasse da quelle parti: mi rassegnai e carezzai i due metri quadrati di cranio del mio cucciolone.&lt;br /&gt;La voce di Priamoide rintoccò per i corridoi della struttura sanitaria come una campana suonata per la Resurrezione ed Enea varcò la soglia della camera di Carlo seguito da uno stuolo di medici che lo ossequiavano come fosse il nuovo messia.&lt;br /&gt;Per nulla stupiti, accettammo la realtà   abituati, ormai, alle apparizioni straordinarie dell’ortopedico.&lt;br /&gt;Il “pius”, ci fulminò con lo sguardo fulminante che utilizza quando vuol fulminare, poi,  con aria professionale, si avvicinò a Sguizzi, gli pose una mano sulla fronte, ispezionò le tempie ed il cuoio capelluto, fregò la punta del naso, gli martellò le rotule, poggiò l’orecchio sulla spalla abbronzata, gli estorse due respiri profondi, gli strizzò lo scroto con tutto il suo contenuto ormonale, avendone in cambio un calcio nello stinco destro, e profetizzò una rapida guarigione in ambiente familiare senza supporto di alcuna cura psicofarmacosa (non mi guardate schifati: so bene che si dice farmacologia, ma poiché la logica non mi appartiene… non rompetemi i coglioni!).&lt;br /&gt;Tra gli sguardi ammirati dei suoi colleghi, alzò la mano benedicente e andò via senza degnarci di uno sguardo.&lt;br /&gt;I Commentari di Cesare son ben poca cosa raffrontati ai nostri commenti.&lt;br /&gt;Si dice che il generale usasse la terza persona per parlare delle sue gesta e che utilizzasse un eloquio scarno e incisivo nel descrivere avvenimenti e personaggi caduti sotto la sua osservazione.&lt;br /&gt;Beh, noi, utilizzando il”tu”, fummo molto più scarni del dux romano nel mandare benevolmente a fanculo il nostro amico epicureo non appena si presentò a noi nella consueta veste del “pius”.&lt;br /&gt;Gli ricordammo che se Troia aveva dato i natali ai suoi avi, lui era certamente il più degno rappresentante dei figli di Troia tutt’ora esistenti e che eravamo fieri di essere suoi pupilli.&lt;br /&gt;Enea ci guardò stranito, poi dichiarò di non sapere a cosa si riferissero i nostri complimenti.&lt;br /&gt;Più straniti di lui gli raccontammo cosa era accaduto poco prima.&lt;br /&gt;“Alt!- ci disse - ricapitolate! Non capisco un cacchio di ciò che mi dite. Non ero certamente io il primario venuto a visitare Sguizzi”.&lt;br /&gt;“Ma come!- esclamai ridendo- non dire stronzate, ci vuoi prendere per il culo!”.&lt;br /&gt;“No!- urlò Enea- siete voi che volete infinocchiarmi, approfittando del fatto che avrete saputo, non so come, che ho un fratello gemello di cui ho perso le tracce ancora bambino”.&lt;br /&gt;“Ma che cavolo dici?- intervenni piccato- l’unico che avrebbe potuto esserne a conoscenza sarei io, tuo vicino e amico da sempre, ma che non so assolutamente un quiz del tuo gemello”.&lt;br /&gt;“Allora vuoi dire che veramente avete visto il mio alter ego?”.&lt;br /&gt;“Alter che?”- domandò Egidio, ritornando nel mondo dei meno.&lt;br /&gt;Il clone del “pius” fu annunziato dal silenzio tombale che oppresse i corridoi della clinica.&lt;br /&gt;Con passo veloce e sicuro rientrò nella stanza e apostrofò Guizzi ignorando completamente noi che astanteggiavamo: “muova le chiappe e torni a casa, mi occorre la sua stanza!”.&lt;br /&gt;“Paride, sei tu?- bofonchiò Priamoide con voce commossa- sei proprio tu, fratello mio?”.&lt;br /&gt;Il silenzio troneggiò sui nostri volti stupiti, istupiditi, e rigati di lacrime, di rimmel e di fard delle proff. che assistevano alla scena.&lt;br /&gt;Il primario si girò verso il podologo, lo guardò fisso negli occhi, scolorò in viso e: ”porca vacca!”- esclamò tutto d’un fiato- sembra mio fratello gemello!”.&lt;br /&gt;Enea, che non stava più nella pelle per l’emozione, con voce rotta dal riso violento, gli si lanciò contro per abbracciarlo.&lt;br /&gt;Il primario, con una veronica alla Dominguin, lo schivò.&lt;br /&gt;L’armadio metallico emise un gemito metallurgico quando il corpo di Enea gli si spalmò contro.&lt;br /&gt;“Si contenga, signore! –pronunciò con voce severa il primario- non la conosco, non so chi lei sia, non me ne frega un cacchio di chi lei è. Io sono il primario Paride d’Albalonga, nativo di Roma, figlio dei marchesi d’Albalonga, nipote del generale Ippolito d’Albalonga, zio del ministro Osvaldo d’Albalonga, padre di due stupendi gemelli di nome Eurialo e Niso d’Albalonga, in onore di due miei fieri cugini banchieri, morti durante una battuta di caccia per mano di due guardacaccia che li aveva scambiati per bracconieri ”.&lt;br /&gt;Enea a quel punto, piccato, si ricompose e si qualificò.&lt;br /&gt;“Io sono- disse, gonfiando il petto- Enea Priamoide, primario ortopedico dell’Università di Bari, figlio di Troia, nella Daunia, prole di Ilio Priamoide, marchese di Troia, nipote del dott. Astianatte Priamoide, primario veterinario dell’Università di Urbino, zio di Ilione Priamoide,  direttore dell’Istituto di Araldica di Castelfranco Veneto, celibe con nutrice a carico”.&lt;br /&gt;“Nobile stirpe, certamente, ma mai coverta”- sibilò il primario dei fuori di testa.&lt;br /&gt;“Mai coverta anche la sua! –si offese il mio amico- ciò non toglie che, purtroppo, ci somigliamo tremendamente…appurerò le sue origini, caro marchese!”.&lt;br /&gt;“Ed io appurerò le sue!”.&lt;br /&gt;La porta si chiuse violentemente alle spalle del mattologo.&lt;br /&gt;Nella stanza il silenzio si tagliava come quelle belle fette di mortadella di puro suino, spesse un cm e profumate da far venire l’acquolina in bocca…&lt;br /&gt;L’abbaiare furioso di Knut ci restituì alla vita.&lt;br /&gt;Guardammo Enea e sbottammo in una risata generale.&lt;br /&gt;“Che cazzo ridete?- ci apostrofò - non immaginate neppure un po’ quanto mi stia sul pisello quel cialtrone!… ma andrò a fondo della questione… Per quello che mi diceva mia zia Andromaca sui vari rami della famiglia, quello stronzo sarà certamente il nipote  del cugino di mio nonno. Un montato del cazzo mi sembra…”&lt;br /&gt;“Dai, non te la prendere-lo interruppe Ofelia, che aveva una certa familiarità con il mio amico- che t’importa   chi sia?”.&lt;br /&gt;“Che m’importa, dici?…non mene sbatte una mazza!… ma è la prosopopea che mi dà fastidio, la mancanza di educazione, la superbia, la coglionaggine, insomma!”.&lt;br /&gt;La Tontac, che sino allora aveva taciuto, non ne poté più e: “Ma sì, ha ragione Enea,- sbottò-  quello è un montato scemo e ha bisogno di una lezione! Marchese di qua, marchese di là…va a vedere che ce l’ha lui il marchese!… che stronzo!…”.&lt;br /&gt;Il sommesso bussare alla porta interruppe le nostre rimostranze, ma scatenò l’ira di Knut che corse furioso alla parta abbaiando come una muta di cani all’inseguimento della volpe in una battuta di caccia.&lt;br /&gt;Gianni, vista la mia impossibilità  a trattenere la belva, mi sostituì beccandosi un ‘addentata all’avambraccio.&lt;br /&gt;Sacramentando come un confratello di Ochalan, dette un calcione nelle terga di Knut, che venne da me a chiedere vendetta, e aprì la porta.&lt;br /&gt;Per nulla turbato, un infermiere, smilzo come un grissino, somigliantissimo a Stanlio, il compare di Ollio,  con fare riguardoso, si affacciò all’interno della camera e annunciò:&lt;br /&gt;“Il primario, dott., prof., grand’Uff., cav. e comm. della Repubblica italiana, si onora di invitarvi a cena, nel refettorio della clinica, stasera alle diciannove e trenta. Ah, dimenticavo, le bevande sono a vostre spese”.&lt;br /&gt; “Girò i tacchi” e andò via.&lt;br /&gt;tratto da &lt;strong&gt;Si Vive di Solo Pane- Noi del Benpensante&lt;/strong&gt; di &lt;em&gt;natalino lattanzi&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-2244741436871288706?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/2244741436871288706/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=2244741436871288706' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/2244741436871288706'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/2244741436871288706'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/07/de-vulgari-eloquentia.html' title='De Vulgari Eloquentia'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-878062528319497100</id><published>2008-07-13T10:38:00.003+02:00</published><updated>2008-07-13T10:45:03.756+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='romanzi di natalino lattanzi'/><title type='text'>La vita è dura...</title><content type='html'>LA VITA E’ DURA….QUAL VOLTA E’AMARA… PERO’, PERO’ LA VITA E’ BELLA…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Carlo ci aspettava, con fair play, imbracato con la camicia di forza. Stringeva tra i denti una sigaretta accesa che succhiava come fosse un lecca-lecca, lasciando che il fumo gli penetrasse nei polmoni e gli uscisse dalle narici e dagli angoli delle labbra, con uno sguardo dolce negli occhi affumicati a significare quanto la sua anima fosse in pace con il corpo.&lt;br /&gt;Non appena ci scorse, sorrise e, facendo penzolare sul labbro inferiore la Malboro ligth(come cacchio facesse non l'ho ancora capito), esclamò per nulla sorpreso della nostra presenza: “l’avrei inchiappettata per quanto mi piace!”.&lt;br /&gt;“Chi?…”- chiesi sorpreso.&lt;br /&gt;“La Orsorci! Chi altri secondo te?- retoricò Sguizzi, cambiando immediatamente espressione e manifestando la solita eccitazione che gli sconvolge i lineamenti quando viene preso da uno dei suoi raptus;- ma l’hai vista quanto è bella?…-riretoricò.- snella e matronale allo stesso tempo, materna e sensuale, dolce e sicura, bionda e alta…; accavalla le gambe setificate come poche lasciando che siano sfiorate dagli sguardi quando passa la sinistra sulla destra… mi eccita come lo strip-tease che la Ferilli ha dedicato alla Roma!”.&lt;br /&gt;“Tu sei pazzo, era una presa per il culo! Non si vedeva un “quiz di niente…”.&lt;br /&gt;“Non sottilizziamo, l’eccitazione è proprio lì: vedere ma non vedere… intuire, immaginare, sognare…”.&lt;br /&gt;“Ti ripeto, sei pazzo! Manderei Astolfo sulla luna a riprendere la boccettina del tuo senno se…”.&lt;br /&gt;“Ma non dire cazzate- m’interruppe Carlo dolcemente- non fare il professore d’Italiano! Sii più pragmatico. Il bello è bello e mi suscita un non so che di possessivo, di esclusivo, una fame insaziabile che si placa solo dopo aver divorato, ingurgitato il nettare e l’ambrosia della vita. Del resto è per questo che mi trovo qui. Tutti pensano che io sia pazzo… anche voi, i miei colleghi; ma vi sembra pazzia desiderare una bella donna? Vi sembra pazzia cercare di avvicinarla, di presentarsi per esprimerle l’ammirazione, di arrotarle la lingua in un bacio appassionato?”&lt;br /&gt;Forse non vi ho mai descritto il mio amico Carlo Sguizzi: riparo subito all’errore!&lt;br /&gt;Carlo è un giovane di circa trentacinque anni, alto un metro e ottantacinque, nero di capelli e acqua di mare negli occhi; ha grandi spalle e una vita sottile ma robusta, da lottatore, come tutto il suo fisico, del resto; mani grandi, lunghe, affusolate e nervose; calza quarantacinque e pesa ottanta Kg; ama le battaglie, soprattutto quelle perse perché è un generoso, puro di cuore e buono di animo. Ha uno spirito critico e umoristico che lo distinguono dalla maggior parte di noi, eccetto me (sono il migliore!) e Gianni, che, quando non è rincoglionito, può reggergli il passo.&lt;br /&gt;“Ma come le hai espresso la tua ammirazione?” –chiesi io che già immaginavo la scena.&lt;br /&gt;“Beh! Le sono saltato addosso e l’ho…”.&lt;br /&gt;“Cacchio! –lo interruppi- e ti sembra questo il modo di porgere gli omaggi?”.&lt;br /&gt;“Ma dai, non fare il perbenista, non ti si addice!…” – e guardò Ofelia per averne conferma.&lt;br /&gt;Gianni lo fissò esterrefatto; la Bonelli tra l’indignato e il rassegnato; la Tontak con un improvviso interesse ormonale.&lt;br /&gt;Irene Belfagor, con il desiderio che le inturgidiva il seno e le chiappe, interruppe il nostro stato di riflessione con un sospiro degno del più cronico tra gli asmatici.&lt;br /&gt;Accorse immediatamente, strano a credersi, il medico di turno.&lt;br /&gt;“Shock anafilattico?”-si precipitò tutto speranzoso il “frullacervelli”, dando una scrollatina ai suoi piani bassi.&lt;br /&gt;“No, grazie, Allah non vuole! –rispose Minchiuzzi, il tuareg italo-maregbino; poi in un flebile falsetto: non ne abbiamo bisogno”.&lt;br /&gt;“Di cosa?”- chiese dubbioso l’elettroscioccante diapasonato.&lt;br /&gt;“Ma dei profilattici- rispose baritonalmente Minchiuzzi (con una battutaccia da trivio, dicono i miei colleghi; perché quasi sordo, penso io) - preferiamo il coitus interruptus!”.&lt;br /&gt;“Ho capito, ho capito…- si rassegnò il tritameningi - siete i degni compari del professore! Ma guarda un po’ in che mani debbono finire i nostri figli!”- disse e andò via scotendo il capo e dando una scrollatina al cavallo sudato.&lt;br /&gt;Rimasti “inter nos”, Gianni si avvicinò a Carlo, gli posò paternamente la mano sulla spalla e: “l’hai guardata bene?- gli disse- Somiglia a Pippo Franco!”&lt;br /&gt;Egidio, che voleva far bella mostra della sua cultura umanistica fondata sul “Bignami”, si associò e sentenziò sicuro: “E’ il ritratto spiccicato di Lorenzo il Magnifico!”.&lt;br /&gt;Di fronte a tanto sfoggio, o scempio se volete, fui preso da un impeto inconsulto e mi precipitai verso il mio amico Sguizzi, prendendolo alla gola: “Vedi quanto sei strozzo? Rinsavisci, per Dio!”.&lt;br /&gt;Disgraziatamente, nell’impeto, inciampai nel trespolo delle flebo: persi l’equilibrio e urtai contro qualcosa di veramente duro.&lt;br /&gt;Poi fu il buio…&lt;br /&gt;Oltre la siepe m’imbattei in un sogno straordinario…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;GLI STATI GENERALI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’aria era stagnante come le atmosfere di una ruota di bicicletta appesa al chiodo.&lt;br /&gt;Gli uomini in divisa avevano un coltello fra i denti ed impugnavano mannaie affilatissime; Robespierre agitava a dritta e a manca la sua roncola sul collo di una schiera di docenti imbavagliati e bendati, illuminato da una aureola santificante.&lt;br /&gt;La Orsorci, legata ad una lunga catena, scarmigliata, prona per terra, rosicchiava il capo di Demaune (per chi non ha letto il più volte da me stesso premiato “Homosex”, l’ex ex ministro della Pubblica Istruzione), “forbendolo ai capelli”.&lt;br /&gt;Come dicevo, l’atmosfera era stagnante, ma non troppo, e si vivacizzava per le urla dei condannati a morte, ogni qual volta sentivano il tonfo del capo dei loro colleghi rotolare per terra.&lt;br /&gt;L’ex ex ex ministro Dauronzio annaspava, invece, in una grande e putrida piscina pungolato da uno staffile agitato da un boia incappucciato da un gigantesco profilattico Atù, color pervinca; mentre l’ex preside del Benpensante, quello, per intenderci, degradato e trasferito in Sardegna, seduto su un WC di alabastro, da cui faceva capolino il volto di Merlinpace, emanava condanne a morte per i tecnici della P.I.&lt;br /&gt;Poco più distanti, Minchiuzzi, Gianni ed io, legati in sella a tre tori neri, aspettavamo l’impiccagione per intelligenza col nemico.&lt;br /&gt;Ai voglia noi tre a dichiararci deficienti e portatori di handicap cerebrale!…&lt;br /&gt;Poi interveniva la cavalleria.&lt;br /&gt;Il mio Knut,come una furia, compariva ringhiando nel campo del mio subconscio onirizzante e si avventava sulle bestie cornute che, spaventate, ci disarcionavano lasciandoci appesi a sgambettare in cerca di ossigeno.&lt;br /&gt;Sudato e urlante mi svegliai di soprassalto.&lt;br /&gt;Quando mi resi conto che si trattava di un sogno ero seduto sul water con il timore di veder spuntare fuori il capo di qualcuno dei protagonisti del mio incubo.&lt;br /&gt;Mi rilassai con le abluzioni di rito e con una doccia gelata che mi ricondusse immantinente alla realtà.&lt;br /&gt;A quel punto mi chiesi che fine avessero fatto i miei amici.&lt;br /&gt;Il silenzio assoluto regnava nella dependance; neppure il solito abbaiare scassa palle di Knut turbava l’aria ovattata che mi circondava.&lt;br /&gt;Insospettito, varcai la soglia del tinello.&lt;br /&gt;Niente mobili, niente televisore, niente di niente, insomma.&lt;br /&gt;Lo squallore regnava sovrano, come direbbero i miei coevi letterati.&lt;br /&gt;Lo strano, più strano della prima stranezza che mi aveva stranito ab ovo, era dato da un vento di bora che soffiava solo nell’angolo in cui vi sarebbe dovuto essere il divano in pelle di rinoceronte maculato di fango che, ricordavo, aveva condiviso le mie tribolazioni e le mie gioie.&lt;br /&gt;Lo spettro di una donna nuda, che sebbene spettro mostrava un seno da far invidia alla Bellucci e altro che non sto a dirvi per non risospingervi verso le adolescenziali abitudini amanuensi, con il sorriso stampato sulle labbra diafane, col medio della mano destra mi indicò la finestra che dava sul cortile interno dell’albergo.&lt;br /&gt;Fervido assertore, da sempre, del motto latino “in medio stat virtus”, segui il consiglio della fata turchina e mi affacciai. Una mano sconosciuta mi tirò per i capelli, mi precipitò nel vuoto e… mi ritrovai sulle ginocchia della Orsorci, che dopo essersi saziata della sua precedente vittima, ardeva dal desiderio di assaporare il mio cuoio capelluto, come dimostravano lo stridio dei denti e lo schioccare della lingua.&lt;br /&gt;Mi risvegliai, anzi mi svegliai definitivamente e mi accorsi di aver sognato nel sogno, cosa che capita solo ai geni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;tratto da &lt;strong&gt;Homosex- Si vive di solo pane&lt;/strong&gt; di &lt;em&gt;natalino lattanzi&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-878062528319497100?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/878062528319497100/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=878062528319497100' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/878062528319497100'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/878062528319497100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/07/la-vita-dura.html' title='La vita è dura...'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-961845038384259024</id><published>2008-07-06T16:29:00.001+02:00</published><updated>2008-07-06T16:33:06.837+02:00</updated><title type='text'>Lo scrutinio finale</title><content type='html'>SCRUTINIO FINALE&lt;br /&gt;L’estate bussava alle porte e il sole picchiava sulle cocce nostre e degli alunni: era tempo di scrutini!&lt;br /&gt;Le solite circolari circolarono per il "Benpensante" e noi apponemmo centinaia di firme, sigle e autografi su un numero innumerevole di scartoffie.&lt;br /&gt;Il preside preferì lasciare la 5C come ultima da scrutinare, dato il rapporto amichevolmente ostico che si era creato tra docenti e discenti.&lt;br /&gt;Olindo, sicuro di un risultato brillante per la stretta parentela col Provveditore, richiedeva a gran voce "crediti formativi" inesistenti, a danno di Rocchilli, giovane studioso e tanto volenteroso da suscitare il ribrezzo del "Consiglio d'Istituto".&lt;br /&gt;Tenentaneo, un deficiente di rimordine, reclamava l'ammissione a pieni voti per l'appartenenza ad un partito politico discretamente suffragato, mentre la Pettirossi cinguettava sul "sessanta" perché amica del figlio dell'applicato di segreteria.&lt;br /&gt;Noi, impreparati al nuovo Esame di Stato voluto da "vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole", con corsi spontanei di aggiornamento, non incentivati da chicchessia, ci contorcevamo, invece, sui banchi di scuola nel tentativo di capire il meccanismo cervellotico che ci sembrava premiare i mediocri e penalizzare i migliori.&lt;br /&gt;Alla fine, giunti alla vigilia degli esami, ci affidammo ad un contabile della Banca addetta ai nostri stipendi e al salumiere che infarcisce di prosciutto di lombrico i panini destinati ai nostri allievi, nel tentativo di risolvere i vari "busillis" che ci affliggevano.&lt;br /&gt;La matita del pizzicagnolo ebbe la meglio sul computer del “contadenaro”.&lt;br /&gt;In men che non si dica, il bottegaio ci fornì il saldo tra crediti e debiti curricolari e strappò al preside l’appalto, per l’anno successivo, della fornitura di panzerotti di soia, a salvaguardia del nostro colesterolo, fritti con olio importato dalla Groenlandia, ricavato dalla marcitura di merluzzi scongelati, conservati sette anni prima.&lt;br /&gt;Con calcolatrice alla mano, poi, spulciando l'elenco dei ragazzi e, affidandoci, non lo nascondo, anche a sistemi da Superenalotto, scrutinammo i nostri alunni.&lt;br /&gt;Il caos regnò il giorno dopo l'affissione delle ammissioni, ma noi, barricati nei bagni dell'Istituto, resistemmo alle pressioni delle componenti studenti e genitori, minacciando lo sciopero della sete e non della fame.&lt;br /&gt;Dopo vari giorni d'astinenza, i rappresentanti sindacali della B.E.R.N.A.R.D.A. e della M.I.N.C.H.I.A. raggiunsero un accordo con le parti avverse, per cui, con la promessa mai mantenuta, di un innalzamento generale di due voti per ciascun discente, uscimmo "a riveder le stelle".&lt;br /&gt;Minchiuzzi, Estroverso e Bonelli furono i commissari interni della 5 C; la commissione esterna fu invece affidata ad un vecchio docente universitario in pensione da vent’anni (aveva circa novantant’anni) e a tre insegnanti di scuola media in perenne permesso sindacale che, grazie ad un a vecchia legge, nonostante non avessero mai insegnato  in vita loro, usufruivano di un trattamento economico che a noi docenti dell’era riformista è stato promesso al compimento del duecentesimo anno di servizio attivo.&lt;br /&gt;Il più incazzato era il prof di Diritto; il più rincoglionito il vecchio docente universitario, alle soglie dell’imbalsamazione.&lt;br /&gt;La presentazione della classe, compilata dal sottoscritto, docente di Italiano e  Geografia, laureato con tanto di novantatrè su centodieci in tempi non sospetti, fu oggetto di sfottò da parte degli “estranei”(sostenevano fosse il parto di una mente malata, non cosciente della “sonorità”(?) della scuola e dei suoi insegnamenti) e fu dichiarata inutile e falsa, lesiva della dignità della classe docente e dell’Istituzione: via!… reazionaria!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;tratto da &lt;strong&gt;Homosex-Sivive di solo pane&lt;/strong&gt; di &lt;em&gt;&lt;strong&gt;natalino lattanzi&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-961845038384259024?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/961845038384259024/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=961845038384259024' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/961845038384259024'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/961845038384259024'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/07/lo-scrutinio-finale.html' title='Lo scrutinio finale'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-6511279586880572701</id><published>2008-07-05T06:53:00.000+02:00</published><updated>2008-07-05T06:54:56.645+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='poesie di natalino lattanzi'/><title type='text'>Vorrei</title><content type='html'>Vorrei&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vorrei un giorno lasciarmi andare&lt;br /&gt; dolcemente sulle onde e sfrecciare veloce col vento&lt;br /&gt;con la spuma che imbianca i capelli,&lt;br /&gt;avvolto dal piacere del sale&lt;br /&gt;sulle labbra arse dal sole.&lt;br /&gt;Vorrei scivolare con i gabbiani&lt;br /&gt;sull’azzurro dell’acqua,&lt;br /&gt;cogliendo la vita&lt;br /&gt;dalle profondità marine&lt;br /&gt;nel gioco di luce che&lt;br /&gt;penetra le rocce e le fosse .&lt;br /&gt;Vorrei avere emozioni e sensazioni&lt;br /&gt;dal ventre della terra ,&lt;br /&gt;dalle profondità degli abissi,&lt;br /&gt;dal nero dell’infinito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;tratto dalla raccolta "La Risacca" di &lt;em&gt;natalino lattanzi&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-6511279586880572701?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/6511279586880572701/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=6511279586880572701' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/6511279586880572701'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/6511279586880572701'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/07/vorrei.html' title='Vorrei'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-3281222738654469159</id><published>2008-07-05T06:49:00.001+02:00</published><updated>2008-07-05T06:51:01.256+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='poesie di natalino lattanzi'/><title type='text'>Solitudine</title><content type='html'>Solitudine&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanto siamo soli, amica mia!&lt;br /&gt;Siamo soli senza volerlo,&lt;br /&gt;Senza saperlo, quasi.&lt;br /&gt;La solitudine ci avvolge,&lt;br /&gt;Ci allontana sempre più.&lt;br /&gt;Neppure il ricordo dei tempi lontani&lt;br /&gt;Guarisce le ferite&lt;br /&gt;che distruggono il sentimento.&lt;br /&gt;Addio, amica mia,&lt;br /&gt;Addio, mia giovinezza,&lt;br /&gt;Mia speranza, miei sogni perduti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;tratto dalla raccolta "La Risacca" di &lt;em&gt;natalino lattanzi&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-3281222738654469159?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/3281222738654469159/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=3281222738654469159' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/3281222738654469159'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/3281222738654469159'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/07/solitudine.html' title='Solitudine'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-7649399775081078303</id><published>2008-06-29T11:36:00.005+02:00</published><updated>2008-06-30T06:15:51.882+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='romanzi di natalino lattanzi'/><title type='text'>Lo scrutinio della Terza D</title><content type='html'>Lo scrutinio della Terza D&lt;br /&gt;Iolanda, l’ausiliaria addetta alla portineria, mi bloccò non appena varcai l’uscio della scuola.&lt;br /&gt;Tenga, prof, – disse porgendomi un foglio- questo è il calendario degli scrutini delle classi intermedie.&lt;br /&gt;La ringraziai e feci per riporre il foglio in borsa.&lt;br /&gt;Guardi, prof,- mi stoppò l’ausiliaria- i consigli sono oggi.&lt;br /&gt;Non è possibile- sbottai- senza preavviso non è possibile!&lt;br /&gt;E’ possibile- mi disse lei con un sorriso sadico- è possibile.&lt;br /&gt;Ma non é possibile-ripetei quasi a me stesso. Ora mi sente.&lt;br /&gt;Si, prof, fa bene, ma vada, perché lo scrutinio è già cominciato.&lt;br /&gt;Comeee?&lt;br /&gt;E’ già cominciato, prof, ora proprio è finito quello della seconda.&lt;br /&gt;Penso sia chiaro a tutti quanto io sia disponibile, premuroso, rispettoso delle regole e dell’autorità superiore. Ragion per cui, incazzato a ciuccio mi scaraventai nell’aula magna per dialogare con il mio preside.&lt;br /&gt;Preside,- lo aggredii non appena i miei bulbi oculari focalizzarono la sua figura- ma come cazzo le è venuto in mente di cominciare gli scrutini, così, ex abrupto, senza che non uno di noi ne sapesse qualcosa.&lt;br /&gt;Professore- mi rispose lui serafico- la convocazione risale a una settimana fa. E’ lei che non s’informa.&lt;br /&gt;Aveva ragione: l’aula brulicava di colleghi armati di registri e tabelloni.&lt;br /&gt;Sacramentai riproponendomi di arrembare Iolanda non appena l’avessi a tiro.&lt;br /&gt;Iolanda è dotata di tante buone qualità, al punto che tutto l’androceo del Benpensante la sogna di notte, mentre di giorno aspira a metterle le mani addosso. E’ una ragazzona fornita di tanto ben di Dio che manco sulle riviste di Playbloy ne trovi una eguale. Consapevole dell’ascendente di cui gode, svolge i suoi compiti con non chalance, permettendosi spesso di dimenticare di consegnarci gli ordini di servizio inviati dalla segreteria.&lt;br /&gt;Noi, dal canto nostro, siamo disponibili a perdonarla grazie alla sua generosa natura.&lt;br /&gt;Con uno scatto di reni feci un dietrofront velocissimo e mi avviai verso la portineria. Porfido, il preside,mi richiamò all’ordine: professore, ora tocca alla Terza D.&lt;br /&gt;Frenai, rassegnato, e mi assisi nel banco più vicino all’uscita.&lt;br /&gt;Porfido ha una duplice natura: timoroso sino all’inverosimile per ciò che attiene alla sua sicurezza fisica, ipocrita e lezioso per accattivarsi non la simpatia, bensì la pietà, la commiserazione del corpo docente e la benevolenza degli alunni, spavaldo, autorevole e sicuro durante gli scrutini. E’ lì che diviene il mattatore incontrastato, è lì che riemerge la sua prima essenza, la stessa con cui pensava di “spaccare le reni” a noi del Benpensante.&lt;br /&gt;Non avevo la più pallida idea di cosa fare di quegli scapocchioni della terza D. E’ una classe mista, nel senso che gli alunni, maschi e femmine, sono veri figli di buona donna, dei veri bastardi, la cui unica ambizione è tuffarsi nel dolce non far nulla o sollazzarsi con giochetti parasessuali.&lt;br /&gt;Noi, poi, quelli del Benpensante, arcistufi del lassismo in cui è caduta l’Istituzione, fiaccati dai miseri stipendi, assuefatti, ormai, alla commiserazione di cui siamo oggetto, al complesso d’inferiorità che avvertiamo nei confronti della società intera, noi, ripeto, come i docenti di tutt’Italia, combattiamo le nostre battaglie con scarso entusiasmo, lasciando che la grande mano del Ministero della Pubblica Istruzione consapevolmente affossi sempre più la cultura emanando leggi e decreti che spingono alla promozione in massa, senza alcun rispetto per il merito.&lt;br /&gt;Sfogliai il mio registro intonso sperando di trovare qualche traccia dei miei trascorsi con la terza D. Niente, niente altro che qualche briciola dei sandwiches che per vivacizzare le sonnacchiose ore di lezione sottraevo con bieco sadismo ai miei alunni.&lt;br /&gt;Me ne infischiai e, come il solito, mi affidai alle mie innate capacità inventive; così mi misi in attesa che gli altri componenti del C.d.C. della terza D raggiungessero l’aula magna.&lt;br /&gt;Porfido, invece,si spazientì.&lt;br /&gt;Terza D! Il consiglio di classe della terza D subito in aula magna!- urlò rivolgendosi alla vicaria- Ofelia, dove sono i docenti?&lt;br /&gt;Sono già in aula, preside, manca solo uno.&lt;br /&gt;Chi Orsobruni?&lt;br /&gt;No, Orsobruni non c’entra… manca Penna.&lt;br /&gt;A chi manca la penna? Diavolo, docenti senza penna …!&lt;br /&gt;Che ha capito preside? Manca il prof Penna.&lt;br /&gt;E dov’è?&lt;br /&gt;Preside, è in corridoio… sta fumando una sigaretta!&lt;br /&gt;Dica a Penna che non rompesse la scatole! E’ da stamattina che sono qui! E diamine, ci vuole un po’ di rispetto!.&lt;br /&gt;Preside, sono qui… pensavo ci volesse più tempo…&lt;br /&gt;Ha messo i voti?&lt;br /&gt;Si, sono sul tabellone.&lt;br /&gt;E questi sono voti secondo lei? Tutti due, tre, quando si è sbracato ha messo quattro.&lt;br /&gt;Preside, quelli sono i voti del prof Leone&lt;br /&gt;Leone, pure lei? Quoque tu avrebbe detto qualcuno qualche tempo fa!&lt;br /&gt;Preside, ma so’ ciucci!&lt;br /&gt;Beh, mo vediamo…&lt;br /&gt;Lattarulo, lei quel n.c. me lo porta a otto?&lt;br /&gt;Ma… veramente… otto, ma a chi?&lt;br /&gt;Come a chi? Stiamo facendo lo scrutinio della terza? Ad Arcolaio… è il primo in elenco!&lt;br /&gt;Preside, ma Arcolaio non è mai venuto!... E’ assente dal primo giorno del secondo quadrimestre…&lt;br /&gt;Non sa che le assenze non contano più? Se fosse venuto…&lt;br /&gt;Ma ha n.c. in tutte le materie…&lt;br /&gt;Vuol dire che gli daremo A in inglese… E’contento Bonsenno? A in disegno, va bene Penna? Ma parlate!... non è che debbo fare tutto io!&lt;br /&gt;Preside, non sono d’accordo…&lt;br /&gt;E quando mai lei è d’accordo, Cassandra! Non si preoccupi darà solo sei!&lt;br /&gt;Comeee?...&lt;br /&gt;Sei, ho detto, mica ho detto dieci! Allora, Arcolaio ammesso in quarta.&lt;br /&gt;E gli altri voti?&lt;br /&gt;Beh, colleghi, ora non esageriamo! Tutti sei e non un voto di più!&lt;br /&gt;Preside, ma non è legale!&lt;br /&gt;Prof Giudice, non ci si metta anche lei! Che vuol dare sette in Diritto? Ho capito… Giovanni correggi sul computer…&lt;br /&gt;Giovanni è uno dei nostri applicati di segreteria, un uomo buono e paziente, l’unico a beccarsi del tu da Porfido senza lamentarsi.&lt;br /&gt;Preside, veramente non ho capito niente… che debbo fare?&lt;br /&gt;Giovanni, più svelto però! Ora ho detto che ho da fare! Vi dovete adeguare… io sto da stamattina e debbo ancora fare tutti i corsi E, F,G… Che facciamo con sto Bisolati? Questo ha tutti sei e un solo sette. Ora vi dico io. Non cominciamo ad esagerare… i sei passano a sette e il sette ad otto.&lt;br /&gt;Ma…&lt;br /&gt;Prof Nuncio, voleva dire qualcosa? E parli, siamo in democrazia! Non mi dica però che vuol dare otto, non è possibile…&lt;br /&gt;Ma…&lt;br /&gt;Non insista, io sto qui da stamattina e ho un sacco da fare… via, un po’ di rispetto per il lavoro degli altri!&lt;br /&gt;Binni, ah Binni… questo è un caso grave! Che vogliamo fare, lo vogliamo bocciare?&lt;br /&gt;Ma, preside…&lt;br /&gt;E qui lavolevo caro prof Cozo! Mi dica lei come faccio a bocciare uno a cui ha messo nove?&lt;br /&gt;Ma preside, io non…&lt;br /&gt;Prof Cozo, non dica altro! Piuttosto si ricordi del Consiglio d’Istituto! Ehi, che lì non possiamo perdere tempo… lo sa che ci ho da fare!&lt;br /&gt;Va beh, faccia lei!&lt;br /&gt;E no! Qui non dovete dire fai tu! Io sono costretto a fare! Mi dica a che serve il cinque… o è quattro o è sei. E che volete che lo debba bocciare io Burgundi?&lt;br /&gt;Burgundi ha tutti due!&lt;br /&gt;Narcisi, e che sono nato ieri? Io i due li leggo cinque perché voi siete indecisi… ma il cinque non mi dice niente! Non solo!... e che debbo dire al genitore che poi viene a dirmi. “Come, mio figlio bocciato con tutti cinque?&lt;br /&gt;Ma sono due!...&lt;br /&gt;E brava prof Gonella! E lei vuole che io mi debba assumere la responsabilità di un suicidio? Ma lo sa che se mette due quello si getta dal balcone? Già ci ha provato sabato scorso quando si è lanciato dal cancello!&lt;br /&gt;No, preside… Burgundi ha scavalcato il cancello che era chiuso per rincorrere il pallone!&lt;br /&gt;Ma quello stava finendo sotto una macchina! Secondo lei non è un tentato suicidio? Ma mi faccia il piacere!... Beh, colleghi, non perdiamo tempo… andiamo avanti. Per esempio, qui vi do ragione… decidete voi e non chiedetemi di assumermi la responsabilità perché non lo faccio. Ora mi chiamo Ponzio Pilato, non Porfido..&lt;br /&gt;Ponzio il Pelato è nel Server!&lt;br /&gt;Ah, buona questa… il buon Ponzio che sta lavorando come un matto. A proposito di matti-continuò con allegria, visto l’andamento a lui favorevole dello scrutinio- mo vi leggo un msm che mi ha mandato un mio amico medico… che disgraziato! Allora, ci sono due matti in manicomio…&lt;br /&gt;Preside, io debbo andare in associazione… mi arriva un carico di tedeschi e non so dove portarli… A proposito devo chiedere a padre Max. Posso fare una telefonata?&lt;br /&gt;Il prof Saverio Cozo è presidente di un’associazione regionale di campeggiatori. Di lui si fa un gran parlare nell’istituto, un po’ per le sue attività extraprofessionali di vecchio campeggiatore e vecchio boy scout, un po’ più per il suo cognome. Sono in molti a dire che in origine indicasse una parte ben nota e intima dell’anatomia maschile e che, in epoca postmoderna, per non incorrere in facili fraintendimenti lo avesse poi cambiato in Cozo.&lt;br /&gt;Saverio, lo sa che non ho tempo! Dove vuole portare gli Unni, forse alla foresta Mercadante?&lt;br /&gt;Si, mo telefono a padre Max. Pronto? Non c’è campo poi riprovo!&lt;br /&gt;Colleghi, che nessun altro interrompa il lavoro… ora basta! muoviamoci, un po’ di rispetto per il lavoro degli altri! a chi eravamo arrivati?&lt;br /&gt;Preside, Cosma…&lt;br /&gt;Si, e Damiano! Ma non dica cavolate Marinetti! Cosma e Damiano non sono in discussione per rispetto a Cozo e Lattarulo! Lo sapete tutti che per tutti loro rappresentano i Santi Medici. Sarebbe un affronto a loro bocciare i due alunni Cosma e Damiano. Mettiamo da parte il preside, mo vi parlo da sociologo! Lo sapete che danno d’immagine viene ai nostri due colleghi se bocciamo Cosma e Damiano? Sarebbero sbeffeggiati da tutti. Questi due poveretti non avrebbero più il coraggio di venire a scuola! E’ un argomento chiuso o agiamo per voto di Consiglio? Giovanni, mi raccomando, Cosma e Damiano promossi per voto di Consiglio. Forza, andiamo avanti che debbo ancora fare molto! Qui vedo Frantone…&lt;br /&gt;No, preside, si è ritirato…&lt;br /&gt;Lattarulo, qui non la posso aiutare! Dobbiamo dare un segnale! Questo lo bocciamo, non transigo! Giovanni, mi raccomando, Frantone non ammesso alla quarta. E no, figli miei, quando ci vuole ci vuole! E mi troverete irremovibile anche su Laricchia…&lt;br /&gt;Preside, Laricchia si è trasferito alla Vinci.&lt;br /&gt;Peggio di peggio! Bocciato senza remissione di peccati! Colleghi, siamo seri! Non possiamo promuovere tutti… non me ne vogliate. Guardate, per venirvi incontro chiudo un occhio su Morrone… su via lo promuoviamo all’unanimità!&lt;br /&gt;E figurati se non promuovevamo Morrone!... Preside, questo è ciuccio e ineducato! Ha rotto i cessi del primo e del secondo piano, non viene mai alle interrogazioni….&lt;br /&gt;Collega Leone, ed io che sto dicendo? Un atto di clemenza per far notare che anche noi abbiamo un cuore. Come diceva il mio maestro…&lt;br /&gt;Va beh… andiamo avanti preside, che lei ci ha fretta!&lt;br /&gt;Finalmente una persona comprensiva… lo sapete che debbo ancora scrutinare i corsi E, F. G…&lt;br /&gt;Preside, ora dobbiamo decidere, per Narso, Opunzia, Quercioli e Ragno! Sa, quei quattro che stanno sempre a pomiciare…&lt;br /&gt;Ha fatto bene a ricordarmelo! Qui saremo decisi!&lt;br /&gt;E sì, non fanno che ragnare uno sull’altro!&lt;br /&gt;Non mi dica altro… li conceremo per le feste! Li promuoviamo e li mandiamo alla Vinci!&lt;br /&gt;Ma preside, non è possibile…&lt;br /&gt;E’ quello che dico io! Non è possibile dividerli… sai che trauma avrebbero!... Colleghi, la sociologia non sbaglia!... ma non mi chiedete di tenerli ancora da noi…&lt;br /&gt;Preside, veramente noi chiedevamo…&lt;br /&gt;Ho capito tutto prof Gonella! Del resto che potere ho io di fronte ad una decisione del Consiglio? Va be’, per quest’anno li teniamo ancora… poi si vedrà.&lt;br /&gt;Cose da pazzi! -sbottò- Leone&lt;br /&gt;Porfido finse di non sentire e tirò avanti: forza, vediamo gli altri...&lt;br /&gt;Rimangono solo Senno e Zavorra, i più bravi della classe.&lt;br /&gt;Questo lo dite voi… Colleghi, voi lo sapete che di voi mi fido; ma, detto tra noi, siete troppo buoni. Io un segnale lo darei…&lt;br /&gt;Preside!&lt;br /&gt;Va bene, va bene, promossi. Poi non dite che sono io!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tratto da &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Homosex- Si vive di solo pane&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; di &lt;em&gt;natalino Lattanzi&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-7649399775081078303?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/7649399775081078303/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=7649399775081078303' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/7649399775081078303'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/7649399775081078303'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/06/lo-scrutinio-della-terza-d.html' title='Lo scrutinio della Terza D'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-6876073303524206907</id><published>2008-06-22T11:08:00.006+02:00</published><updated>2008-06-23T15:56:53.663+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='romanzi di natalino lattanzi'/><title type='text'></title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: center" align="center"&gt;L'analisi dei documenti&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;?xml:namespace prefix = o /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/o:p&gt;La commissione si riunì per l’analisi dei documenti.&lt;br /&gt;Al di là delle finestre il sole spaccava le pietre.&lt;br /&gt;Il presidente si assise sullo scranno dorato e con voce suadente ci invitò a produrre la documentazione relativa agli esami di maturità.&lt;br /&gt;Ostentammo sicurezza e gli porgemmo la cartellina con l’uopo.&lt;br /&gt;Il presidente, tale Cioccolatini, per l’anagrafe Domenico e per gli amici Minguccio, Menico, Uccio, Uccino e Cino, guardò&lt;span style="font-size:0;"&gt; &lt;/span&gt;l’incartamento, lo soppesò&lt;span style="font-size:0;"&gt; &lt;/span&gt;e con fare competente esclamò: “Ma qui non c’è un cazzo!”&lt;br /&gt;Purtroppo io assolvevo alla funzione di coordinatore della classe e, quindi, a responsabile burocratico.&lt;br /&gt;Seccato dall’affermazione impudente, mi avvicinai alla cattedra e con sufficienza mi impossessai della cartellina, l’aprii e… sbiancai.&lt;br /&gt;Porca Eva, era pressoché vuota!&lt;br /&gt;Il presidente si rallegrò del mio imbarazzo e mi chiese di produrre il documento di classe.&lt;br /&gt;“Ce l’ho a casa”.&lt;br /&gt;“Perché?”&lt;br /&gt;“Ho scordato la borsa”.&lt;br /&gt;“E le prove simulate?”.&lt;br /&gt;Le prove, purtroppo, erano solo indizi: non sapevo che fine avessero fatto!&lt;br /&gt;L’ultimo a correggere dei miei colleghi doveva averne provato un tale senso di smarrimento da preferire usarle come carta igienica.&lt;br /&gt;Non mi persi d’animo: “Anche quelle a casa…”&lt;br /&gt;“Uuhmm!…Ragazzi, nelle altre commissioni è filato tutto liscio…qui è un casino! Se mi viene un’ispezione… sapete, io debbo pararmi il culo…”&lt;br /&gt;“Non c’è problema- dissi con spavalderia- in due minuti vado e torno…abito all’angolo”.&lt;br /&gt;“Me li puoi dare anche lunedì, ma qui manca tutto! Se mi viene un’ispezione io debbo pararmi il c…”&lt;br /&gt;“Ma ci penso io al suo culo- lo interruppi - vado e torno”.&lt;br /&gt;“Ma, ti ripeto, li puoi portare anche dopodomani, ma ora non ci sono….”.&lt;br /&gt;Persi la pazienza. Lo piantai in asso e mi avviai verso l’uscita.&lt;br /&gt;Il sole aveva già spaccato tutte le pietre e si accingeva ad arrostirmi nella mia Astra blu notte.&lt;br /&gt;Sacramentando raggiunsi la mia magione, ignorai il mio cane che mi supplicava di accompagnarlo per l’evacuazione dei suoi organi espulsivi, raggiunsi lo studio, afferrai la borsa nera griffata Prada dai marocchini, richiusi la porta d’ingresso, arrembai l’ascensore, rimisi in moto la mia peripatetica e raggiunsi in un baleno l’Istituto.&lt;br /&gt;Con i gioielli fumanti per le carezze dell’astro che illumina la terra, raggiunsi il deus ex machina e gli propinai per buone le "cartaccie", come scriverebbero i miei alunni, a cui tanto teneva&lt;br /&gt;Simulai di dargli le due prove simulate: abboccò.&lt;br /&gt;Non appena poté riempire la cartellina gialla deputata a contenere il malloppo, il volto gli si illuminò, si lasciò andare sul trono, si rilassò&lt;span style="font-size:0;"&gt; &lt;/span&gt;e ci “rallegrò” con una vecchia barzelletta, quella del preservativo che rivolgendosi al collega gli dice sconsolato:&lt;span style="font-size:0;"&gt; &lt;/span&gt;“ Oggi non so che cazzo mettermi”.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;Ci guardammo negli occhi, ne strizzammo sei o sette e, per renderlo ancor più felice, ridemmo; un po’ a singhiozzo, ma ridemmo.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;tratto da &lt;a onclick="togglePostOptions(); return false" href="http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=2661000930558998135&amp;amp;postID=6876073303524206907#"&gt;Opzioni post&lt;/a&gt;&lt;span style="FONT-WEIGHT: bold; FONT-STYLE: italic"&gt;Homosex-Si vive di solo pane&lt;/span&gt; di &lt;span style="FONT-STYLE: italic"&gt;natalino lattanzi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-6876073303524206907?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/6876073303524206907/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=6876073303524206907' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/6876073303524206907'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/6876073303524206907'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/06/lanalisi-dei-documenti-la-commissione.html' title=''/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-5153907842872156889</id><published>2008-06-17T13:56:00.007+02:00</published><updated>2008-07-03T15:24:49.215+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='poesie di natalino lattanzi'/><title type='text'>A mio fratello Lello</title><content type='html'>A mio fratello Lello&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mio fratello suonava l’armonica.&lt;br /&gt;Era bello Lello e importante.&lt;br /&gt;Lo ricordo nell’abito grigio, con le scarpe impomatate, la camicia bianca e la cravatta a righe, col nodo scappino. Era bello Lello con i suoi capelli biondi dal ciuffo arricciato a onda marina, con gli occhi celesti, il viso magro e sano, aperto al sorriso. Lo annunciava la colonia Adam quando per le scale saliva con passo sicuro, di ritorno da un’avventura galante.&lt;br /&gt;Era bello Lello, mio fratello, il più grande di noi, un modello per tutti, anche per gli amici che subivano il fascino della sua intelligenza, che lo cercavano per vantarsi della sua compagnia. Era bello Lello quando nelle mattine delle domeniche d’estate indossava la divisa da calciatore e veniva con noi che formavamo una squadra a giocare su un campetto affacciato sul mare.&lt;br /&gt;Io facevo coppia con lui; eravamo terzini, lui sinistro, io destro e mi sentivo importante per riflesso, era lui la stella, era lui a brillare, come dicevano i suoi professori, di luce propria, vivida e chiara.&lt;br /&gt;Io voglio ricordarlo così, senza le meschinità della vita, degli anni che passano veloci lasciando segni indelebili sul volto, sulle mani, sugli occhi che divengono sempre più tristi, sino a spegnersi e confondersi col cielo che diventa ogni secondo più vicino; sino a confondersi e a divenire parte del nulla. Io lo ricordo giovane e forte, indistruttibile e orgoglioso, allegro e spensierato e non voglio dimenticarlo.-&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2661000930558998135-5153907842872156889?l=natalinolattanzi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/feeds/5153907842872156889/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2661000930558998135&amp;postID=5153907842872156889' title='10 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/5153907842872156889'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2661000930558998135/posts/default/5153907842872156889'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://natalinolattanzi.blogspot.com/2008/06/mio-fratello-lello.html' title='A mio fratello Lello'/><author><name>Natalino Lattanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04846654503753794995</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://bp3.blogger.com/_4Tc0svOX_X4/R8gmVJ-5ioI/AAAAAAAAASA/Kv9dPMPfCbY/S220/DSCN3756.JPG'/></author><thr:total>10</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2661000930558998135.post-3984559665793250950</id><published>2008-06-07T16:45:00.002+02:00</published><updated>2008-06-08T07:47:56.022+02:00</updated><title type='text'>Poesie per caso</title><content type='html'>&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Il monello&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Ouzo è un monello:&lt;br /&gt;mi tira, mi salta addosso,&lt;br /&gt;mordicchia il guinzaglio&lt;br /&gt;che ho pagato fior di quattrini,&lt;br /&gt;spaventa i bambini,&lt;br /&gt;abbaia ai suoi simili,&lt;br /&gt;pronto a sbranarli.&lt;br /&gt;Ma è dolce il mio Ouzo:&lt;br /&gt;mi è sempre vicino,&lt;br /&gt;mi lecca le ferite&lt;br /&gt;che mi procura la vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Al mio amico Ouzo&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non so se sei stato felice con me; io lo ero con te.&lt;br /&gt;Ero felice senza saperlo, come accade sempre, senza che mi rendessi veramente conto di quanto fossi importante per me.&lt;br /&gt;Sei stato il mio compagno, il mio amico, il mio amico più caro, se non il mio bambino, il mio monello.&lt;br /&gt;Eravamo uguali e lo sapevamo: irriflessivi, istintivi, a testa bassa, orgogliosi della propria forza, tu generoso, io forse, non tanto.&lt;br /&gt;Abbiamo amato senza riserve le persone che ci hanno voluto bene; abbiamo ignorato con superiorità quelli che non ci ricambiavano.&lt;br /&gt;Ora non ci sei più ed io mi sento solo.&lt;br /&gt;Ti cerco, ti chiamo ma tu non puoi rispondermi, perché se potessi correresti subito da me.&lt;br /&gt;Mi mancano il tuo vocione, i tuoi occhi espressivi, lampeggianti e dolci, la tua testa grande e imponente, il tuo carattere vivace e forte, la tua dedizione, il tuo amore.&lt;br /&gt;Ouzo mio, amico mio, mi manchi.&lt;br /&gt;Al mattino mi sveglio e non so che fare.&lt;br /&gt;Prima ero con te.&lt;br /&gt;Mi svegliavi col tuo musetto umido, mi invitavi ad alzarmi ed io ti dicevo di andare di là, a riposare un altro po’ e tu, ubbidiente, eseguivi.&lt;br /&gt;E’ trascorsa una settimana da quando abbiamo fatto l’ultima passeggiata insieme.&lt;br /&gt;Ora passeggio per casa, senza che tu mi venga dietro.&lt;br /&gt;L’altra sera, dopo aver spento la televisione ti ho sentito sbuffare, come facevi quando capivi che era ora di andare a letto, era ora di separarci sino al mattino successivo: ti ho chiamato, ti ho cercato, ma non c’eri.&lt;br /&gt;Io vorrei incontrarti ancora; non so in quale forma, ma vorrei riconoscerti per carezzarti ancora, per baciare la tua testa grande, come ho fatto l’ultima volta, quando ho deciso il tuo destino.&lt;br /&gt;Perdonami, amico mio!&lt;br /&gt;Ancora oggi non so se ho deciso per il tuo bene, per il mio.So, però, che, se potessi, tornerei indietro, per egoismo forse, ma certamen
