IL LABORATORIO MULTIMEDIALE
La prima volta che misi piede nel laboratorio d’informatica mi sembrò di entrare nel mondo delle meraviglie. Io ero, solo per rispettare la favola, Alice, e il coniglio bianco era il tecnico di laboratorio, Osvaldo La Gomma, che tutti per affetto chiamiamo Capitan Uncino, ma di solito solo Uncino, per l’odio che nutre per il mondo ittico. I computer erano nuovi di zecca, i monitor erano altrettanti specchi a sfondo nero, le tastiere bacchette magiche che producevano il reale e l’irreale, il mouse il solito topaccio di fogna che percorreva le distanze speculari per inseguire, come pezzi di formaggio, lettere e immagini che correvano sui video. Ma non basta. Persino il pavimento della sala era tirato a lucido con quegli stupendi prodotti chimici che ragazze svestite pubblicizzano sulle nostre televisioni. Ero stupefatto. Pur avendo poche o nulle nozioni d’informatica, mi trasformai in mr. Hyde e produssi con i miei alunni decine di CD con progetti sperimentali sull’interland barese. Poi la scuola s’ingrandì, s’ingigantì anzi; non eravamo più io e qualche altro docente di buona volontà a varcare la soglia di quel magico mondo, divenimmo duecento a contendercene il possesso, sia pure temporaneo. C’era un via vai davanti la porta blindata che mai i bagni delle sale cinematografiche quando si proiettava la Corazzata Potyonki hanno annoverato. Le fette maleodoranti infilate in scarpe ginniche 500 € al paio di migliaia di alunni cominciarono a calcare il magnifico pavimento di marmo insozzandolo con il terriccio esterno che ne divenne parte integrante, le tastiere furono pestate da centinaia di migliaia di mani sporche e unte d’olio di focaccine manipolate da Leonzio, il nostro gobbo di Notre Dame, i monitor divennero specchio per le alunne che dovevano rifarsi il trucco, mentre per gli arrapati cronici costituirono il mezzo virtuale per toccare le tette di qualche fanciulla la cui immagine compariva d’incanto a schermo intero; i mouse assunsero il compito di supposte per gli stitici doc. La polvere cominciò, così, ad accumularsi sui banchi, mentre le vetrate furono coperte da chewingum e sabbia, che il vento di Levante porta sino a noi, tanto da trasformare il tutto in una camera oscura. Incurante dei parassiti, dei batteri e delle piattole, l’altro giorno, precettato Osvaldo, mi sono seduto alla poltrona di comando per sviscerare ciò che la mia diabolica mente aveva partorito circa l’orario del corpo docente. Uncino non era solo. Veleggiava, con lui, Rodolfo Lo Smilzo, il tecnico del secondo laboratorio. C’è da dire che quando i due parlottano tra loro diviene impossibile decifrare una sola parola. Usano un linguaggio primordiale, fatto di suoni gutturali, di strofinate di palle con relativo mugugno di soddisfazione, di masticatura di gomme americane fatte in Cina con licenza italiana, di gesti inconsulti di solito accompagnati da risolini con piega amara e sventolio di fazzoletti di cotone per detergere l’abbondante sudore provocato dal difficoltoso confronto verbale sui rispettivi regni. M’imbattei in uno di questi momenti. Avrei preferito scaricare la tensione del lungo lavoro da solo, chiuso nella rabbia che si manifesta ogniqualvolta mi si presenta le cahier de doléances dei miei colleghi, amareggiati dai frequenti buchi che costellano il loro orario. Ma Osvaldo e Rodolfo avevano voglia che io facessi da arbitro alla loro tenzone verbale. All’oscuro dell’oggetto del contendere, chiesi che almeno mi si dicesse di cosa stavano parlando. E fu un errore. Uno da un lato, l’altro dall’altro, mi assalirono con le loro emissioni vocali incomprensibili, mentre ambedue gocciolavano secrezioni sudoripare da tutti i pori visibili del loro corpo. Osvaldo va sui toni alti , Rodolfo è il più ermetico. Tra vari embhe ,e già, uuhmm , così, perché, quando , quindi, non sono fesso, che poi ho cinquant’anni, uniche espressioni che riuscii a comprendere, e gli e già (ne hanno molti in comune) , mo senti, dato che, se vuoi una gomma, i contribuuti e dell’altro, non capii una mazza. Mi sentivo come Paride tra due trans nei panni di Venere e Giunone,con la voglia di spiaccicare sul loro cranio la mela, per equa divisione, piuttosto che darla a uno dei due in segno di vittoria. Dopo circa dieci minuti di questo linguaggio cifrato più consono ai servizi segreti che a poveri dipendenti della P.I., mi arresi. Li stoppai e li pregai di tornare al linguaggio originario, anche al dialetto purché mi si parlasse in modo intellegibile. Si offesero. Mi aggredirono con altri grugniti e squilli di tromba non identificati, ma che stavano a indicare il disappunto per la mia rottura di palle. Li mandai affanculo e cominciai a muovere le mie pedine sulla scacchiera del quadro orario. Non si persero d’animo. Poco dopo tornarono alla carica, nonostante inviassi mentali e fervide preghiere per renderli temporaneamente muti. Al loro indistinto chiacchiericcio si unì, frattanto un fastidioso parlottio che s’infrangeva sulla porta blindata. Tra i vari intercalari, sottoponendo la mia corteccia cerebrale a uno sforzo immane, compresi. Il tutto verteva su alcuni compensi aggiuntivi, quali quelli relativi ai corsi POF,PON e POR. Chiedevano a me, che non me ne fotte, se fosse giusto che un altro aiutante tecnico godesse di privilegi a loro sempre negati, nonostante vantassero una maggiore anzianità di servizio nel Benpensante. Cercai di calmare la loro animosità, che si manifestava con un effluvio di parole smozzicate, sputacchi di saliva sul mio giubbino, pugni sulla scrivania in truciolato, calci alle poltroncine delle postazioni di computer, motivando le decisioni del preside non come frutto di partigianeria, ma scelte tecniche, data la diversa attribuzione di mansioni. E lì sbagliai. Non appena pronunciai diversità di mansioni, mi assalirono, mi strattonarono per il giubbino, mi spinsero sulla sedia, mi schiaffarono quasi negli occhi i loro indici per affermare la loro supremazia in fatto di gestione dei mezzi informatici. Infine conclusero: il loro rivale era, a detta dei due, il favorito di Porfido Valà. Per stemperare l’atmosfera con fare sornione chiesi se volessero sottintendere che Porfido fosse gay. Per loro ridere a crepapelle è mostrare appena le dentiere quotidianamente lucidate. E lo fecero. Il luccichio del sole sugli incisivi durò una decina di secondi, poi, calmatisi, mi chiesero, a gesti più che a parole, di essere portavoce del loro scontento. Bontà loro, ero adatto ad assumere il ruolo di patrocinante dei diseredati, come essi ritenevano di essere. Confessai la mia impotenza. Mi assalirono ancora. Mi arresi. Zittirono. Poi, dopo un attimo di pausa, come due orologi sincronizzati, programmati sullo stesso orario di sveglia, riattaccarono. Si erano pentiti. Decifrai che mi pregavano affinché non facessi parola con alcuno, men che meno col preside, del loro sfogo. Finsi di nicchiare ma, prima che cambiassero idea, aderii alla loro richiesta. Mi lasciarono solo nella piccola cloaca e scaricai il mio nervosismo attribuendo prime e seste ore di disposizione ai miei ignari e incolpevoli colleghi. Frattanto il parlottio al di là della porta blindata continuava. Temperai nervosamente la matita. La punta s’incastrò tra la lama e la fessura che consente ai riccioli di legno di venir fuori. Tirai con forza e trac, castrai l’attrezzo della sua mina per intero. Sacramentavo quando Osvaldo rientrò nella stanza: ci aveva ripensato, Rodolfo no. Mi si avvicinarono, e ripresero a gesticolare e a grugnire. Mi ricordarono King Kong, il gigantesco gorilla che si voleva fare la dolce fanciulla bionda. Per fortuna sono bruno, o meglio grigio brunito, e non una dolce fanciulla. Si affacciò nella stanza il prof Del Cozo, mio socio nella redazione dell’orario. Del Cozo, RSU a tutti gli effetti, deputato a difendere i diritti dei lavoratori, fu la mia ancora di salvezza. Del Cozo è flemmatico, per meglio dire è un paraculo. Dice sì a tutti per non subire pressioni fisiche, più che psicologiche. Chiaramente il più delle volte viene meno a ciò che promette, ma si giustifica col sorriso sulle labbra, scaricando la responsabilità su chi è più su o più giù di lui. Di fronte a questa assicurazione, la maggior parte dei petenti si rassegna, perché non ha il coraggio di affrontare vis a vis il gota del Benpensante. Del Cozo, il piccolo Budda, si assise in mezzo a lor e con aria da confessionale e li ascoltò. Non capì una mazza ma, comunque, si dichiarò a loro disposizione. Poi sedette accanto a me. Osvaldo e Rodolfo frattanto si erano ammansiti; borbottarono ancora vari e già, ho cinquant’anni, non mi prende nessuno per il culo e altre colorite accezioni e, seduti a due postazioni per studenti, si dettero alla lettura di City. Un silenzio chiesastico scese nella sala computer. Del Cozo ed io ci guardammo sorpresi. Volgemmo lo sguardo alle nostre spalle e vedemmo i due indefessi lavoratori col capo poggiato su due tastiere, nelle tenere braccia di Morfeo, dormire come due angioletti. Il timore di svegliarli ci fece desistere dal continuare il nostro lavoro. In punta di piedi raggiungemmo l’uscita e li lasciammo ai loro sogni beati. Il corridoio che permette l’accesso alla sala computer era bloccato. Decine di colleghi che avevano preso visione dell’ennesimo orario provvisorio ci attendevano al varco. Non appena ci scorsero ci circondarono. Avevano tra le mani proposte di orario personalizzato, ciascuno adducendo inderogabili problemi di famiglia. Duri più dei protagonisti del film Noi duri non ci facemmo intenerire né da chi dichiarava di dover lasciare il bambino di tre mesi fuori dalle cancellate dell’Asilo Nido, a Napoli, alle tre del mattino per essere puntuali a scuola, a Bari, in prima ora, né da coloro che vantavano padri, madri, nonni e zii da dover assistere in ottemperanza alla legge 104. Solo due furono i casi che prendemmo in considerazione, perché veramente degni di comprensione. Il primo ci fu esposto dalla collega d’Inglese, Carmen Cugina della Sorella, di antica famiglia nobile originaria di Zollino. La poverina rappresentava veramente un caso particolare. Con un marito in pensione e due figli militari di carriera imboscati in fureria, aveva un appartamento di 230 mq da sistemare ogni mattina con l’aiuto di una sola cameriera o collaboratrice domestica, come cacchio si usa dire oggi; l’altro era ben più grave. La prof Scoppola, docente di Matematica, madre di due figli fuori corso alla facoltà d’Ingegneria Nucleare, aveva grave necessità di non essere in servizio in sesta ora poiché doveva prelevare i suoi pargoli all’uscita delle lezioni universitarie. Mostrammo il nostro buon cuore, Del Cozo e io. Dichiarammo che avremmo esaminato i loro casi vista la gravità delle motivazioni addotte. Mentalmente li mandammo affanculo, praticamente glielo mettemmo nel boffice. Le urla di protesta destarono Biancaneve e la Bella addormentata. La Gomma e Lo Smilzo si unirono al coro dei contestatori. Pensavano i due imbranati che Del Cozo e io stessimo indirizzando i nostri colleghi verso il laboratorio di Quinto il Pelato, il terzo aiutante tecnico, beniamino forse gay del preside forse gay. Nonostante le nostre proteste d’innocenza, sfiduciarono Del Cozo e dichiararono che essi stessi avrebbero provveduto a far abolire lo scandaloso Ius primae noctis. Non c’entrava un cazzo, ma lo dissero. Seguiti da un nugolo di docenti, Osvaldo e Rodolfo raggiunsero la presidenza. Porfido era impegnato con il team della Qualità. Anche lì, casino. Una ventina di docenti circondava la scrivania del preside, costretto a girare come una trottola sulla poltrona girevole per ascoltare il pensiero di ciascuno. La prof Antrocof, di origine ucraina, docente di francese, era in piedi e invocava l’intervento di Gorbaciov durante le sue lezioni, per avviare una mini Perestroika che insegnasse ai suoi alunni come si fa ad abbattere un muro; il docente di Fisica, Alex Dell’Angelo Della Bona Nova, convinto della bontà del progetto della collega chiedeva di rivolgersi a Maria Lippi, per poter inviare, attraverso la trasmissione C’è posta per te, una lettera d’invito all’ex premier russo. Il prof Caimano, docente d’italiano, scafato a tutte le pseudo novità, scetticamente asseriva che la Perestroika non c’entrava una minchia, ma che gli alunni avrebbero dovuto seguire la trasmissione televisiva, L’isola dei famosi, per essere avviati alla vita vera. La più assennata fra tutti era la prof di Educazione Fisica, Ciccia La Corta, che pensava che la qualità fosse solo del prosciutto di Parma con il suo marchio DOC. Porfido perse per un attimo il senso della realtà. Chiese, rivolgendosi verso l’unico pertugio libero, cosa bollisse in pentola; poi, consapevole della sua defaillance, si passò una mano sugli occhi e decise che Quinto avrebbe raggiunto la piccola assemblea. Rodolfo Lo Smilzo divenne color pomodoro e sbottò: - Ma cacchio, se siamo qui noi perché chiama Quinto? Allora è vero che è il suo preferito! Osvaldo incalzò: - Le particolarità devono finire, non è possibile che lei imponga lo ius primae noctis, cacchio! Valà non sembrò per nulla scosso dalle loro parole, anzi sorrise bonario: il pelato era alle loro spalle. - Quinto - sussurrò poi con voce arrochita - scaricami il progetto qualità del liceo classico. - Allora lo fa apposta - sbottò Lo Smilzo e sbatté la porta. Osvaldo lo seguì masticando nervosamente una gomma. Non appena fuori i due si proclamarono in sciopero bianco fino a che Porfido non avesse restituito loro la propria dignità assegnandogli un nuovo corso da gestire senza che Quinto ricevesse alcuna contropartita. Incrociarono le braccia e attesero Del Cozo al varco. Frattanto il pelato aveva scaricato il file del progetto del Liceo. Uncino e lo Smilzo lo guardarono indignati. Il pelato ricambiò lo sguardo, rise compiaciuto e varcò la soglia della presidenza. Del Cozo e io eravamo sul punto di ritirarci nelle nostre stanze, quando il preside ci stoppò: Cosma e Damiano, dove andate? Non sapete che anche voi fate parte del progetto qualità? Veramente non lo sapevamo, ma prendemmo posto su due seggiole vacanti poste alle spalle di Porfido. - E’ per pararle il culo - sussurrò all’orecchio del preside Del Cozo, che intrattiene con lui un rapporto privilegiato. - A proposito - chiese Valà - cos’è questo fatto dello ius primae noctis? Mi sentii in dovere di rispondere. - Lo ius primae noctis era il privilegio del principe di portarsi a letto la sposa del suddito nella prima notte di matrimonio. Questo lo so - sbottò Porfido - ma che c’entra con Quinto? che me lo porto a letto io? Le colleghe presenti sorrisero imbarazzate, Caimano e D’Angelo sghignazzarono. - Chiariamoci - esclamò Valà - ho moglie e figli io! Del Cozo sbadigliò - E chi lo mette in dubbio… quello non sapeva manco cosa diceva… Quinto divenne più rosso di una mela Star e cercò di guadagnare l’uscita. - No, no! – lo fermò Valà - e mo che fai te ne vai e io resto qui a dare spiegazioni. Parla anche tu! - Preside, ma che debbo dire… - Come, che devi dire? Tu devi parlare! - Ma, preside, così mi mette a disagio. - E perché a disagio? Ouh, non ti mettere niente in testa… - Che mi devo mettere in testa? - Beh, lasciamo perdere, perché se no qui … - Eh no, adesso deve chiarire! Anche io ho moglie e figli e non è che mo ci debbo fare la parte del … Del Cozo intervenne con la sua diplomazia del “sì, avete tutti ragione”: Per carità, qua ci stiamo perdendo in cose di poco conto. Lo sappiamo tutti che Osvaldo non voleva assolutamente alludere a ciò che pensate. Quel ragazzo parla spesso a sproposito, non sa cosa dice in italiano, figuriamoci in latino… il suo problema, come quello di Rodolfo, è di percepire più danaro, che collabori o no ai progetti. Detto questo si sedette a gambe larghe sulla sponda della scrivania presidenziale e attese le reazioni del pubblico. Quinto e il preside mostrarono di gradire il suo intervento, anche perché chiudeva una questione che stava prendendo una strana piega. Tutti gli ascoltatori, a quel punto, si dichiararono d’accordo con le idee delcoziane e si riprese a discutere del progetto qualità. Valà, dopo un po’, dichiarò che era meglio interrompere la seduta perché si era fatta ora di pranzo e la prorogò al giorno successivo. -Mia moglie mi ripudierà- disse sorridendo- domani è il suo compleanno e io, invece che a casa, starò a scuola. Un coro di voci da soprano si alzò alto nel cielo. -Preside - pregò Ciccia La corta autoelettasi portavoce dell’assemblea-spostiamo a dopodomani. Le altre applaudirono a mo’ d’incoraggiamento. Porfido nicchiò per far sì che il coro divenisse veramente unanime, poi, quando si rese conto che l’androceo non reagiva, con aria sconsolata ripeté che era necessario rincontrarsi l’indomani per rispettare la scadenza del bando del progetto. Il coro ancillare divenne più forte e accorato, ma non commosse alcuno di noi maschi già pronti a togliere le tende. Del resto eravamo ben coscienti che Porfido, piuttosto che rompersi le palle a casa, preferiva romperle a noi a scuola. Non appena fuori della presidenza Del Cozo e io fummo abbordati da Osvaldo e Rodolfo. Osvaldo ci offrì immediatamente una gomma da masticare. Da quando ha smesso di fumare per risparmiare, spende una cifra in chewingum. Masticando a bocca piena mi rivolsi a Uncino: ma come cazzo ti è venuto in mente di citare lo ius primae noctis? Lo hai fatto incazzare! -Ma perché, non è giusto? - Sì che è giusto, come detto latino, ma tu che cacchio volevi dire? -Come, non è chiaro? Ius lavoro sino a poco prima che si faccia notte. -Ma chi è sto cavolo di ius? - Scusa, in latino io non si dice ius? - Ma vaffanculo! Ius sta per diritto e lo ius primae noctis significa farsi la sposa prima dello sposo. -Ma come, davvero? Non è che mi prendi per il culo? -Senti, se vuoi fare una cosa buona va’ da Porfido e chiedigli scusa. Lui pensava che tu volessi dire che è gay - Madonna, che ho fatto! Del Cozo lo consolò dicendogli che tutto poteva essere riparato con le scuse e non insistendo più sulla primogenitura di Quinto. Rodolfo si associò alla richiesta prevedendo ritorsioni anche contro di lui che si era associato nella protesta al suo collega. Bussarono alla porta di Valà. Come al solito Del Cozo e io origliammo. Sentimmo il tono sommesso dei due nel silenzio di Porfido, poi il silenzio dei due tra le urla di Valà che li minacciava di provvedimento disciplinare. Uscirono a testa bassa imprecando contro il loro avverso destino. La loro condizione, comunque, è leggermente cambiata: percepiscono qualche euro in più, ma non hanno smesso d’invidiare il collega pelato che la fa da padrone su due laboratori con il consenso del preside.
Minchiuzzi è laureato
Minchiuzzi è laureato. Nessuno lo credeva. Noi pensavamo che per una di quelle strane leggi di un tempo, quelle per cui cuochi divenivano docenti, avvocati prof. di educazione fisica, ex bidelli presidi, beh, per una di quelle leggi anche lui avesse potuto fregiarsi del titolo di docente senza essersi spaccato il culo sui libri di testo griffati dai baroni universitari. L’altro giorno, trionfante, mentre eravamo al bar, mostrò il suo diploma targato 1972 perché si era scocciato delle frequenti illazioni sul suo conto. Tanto di 110 e lode in Scienze Apolitiche. Mai sentita prima quella facoltà; inoltre da noi insegna genetica. C’insospettimmo. Un mio amico lavora nella segreteria generale dell’Università, quella in cui si rilasciano i diplomi originali di laurea. Non frapposi indugio: telefonai. Oreste Pugnetta mi rispose con la sua parlata strascicata da texano… da molfettese cioè. Non appena mi riconobbe mi salutò con il solito -“ciao, Nanni, sempre seghe, vero?”. Anche lui stava sorbendo il caffè. Il caffè per Oreste è come la benedizione papale nel giorno di Pasqua. Ha una sacralità tutta sua, particolare. Oreste lo centellina alternando a ogni sorso una tirata alla pipa di radica che fuma da sempre. Lo mescola con il fumo che ingoia con ingordigia, cacciandolo nelle profondità degli alveoli polmonari senza tossire; con lo sguardo rivolto al cielo butta fuori ampie volute di fumo, quasi a mandare un messaggio al padreterno, come facevano i pellerossa quando sacramentavano tra loro contro i bianchi sterminatori di bisonti. Il barista, uno serio il suo, gli serve la bibita in una coppa da cremolata (un gelato tipico del Sud) in cui il mio amico intinge il cannello della pipa quando il caffè è agli sgoccioli per lasciar sedimentare sulle papille linguali il fumo aromatizzato al Segafredo, la sua marca preferita. Non so perché mi chiami Nanni, né perché, lui, col cognome che si ritrova, mi chieda ogni volta se faccia ancora pugnette. Ci conosciamo da ragazzini, quando la mia famiglia si trasferì nello stesso stabile in cui abitava la sua. Il primo incontro non fu dei più simpatici. Lui aveva la sua gang, di cui era il capo. Scorazzava per le scale del palazzetto in cui abitavamo, che portava ancora i segni di un possibile crollo, tanto era puntellato con travi grosse una trentina di centimetri, scivolando sui corrimano. Noi ci eravamo stabiliti provvisoriamente lì perché la nostra precedente abitazione era stata presa di mira dai bombardieri americani, i B29, che evidentemente lo avevano in grande antipatia. Un giorno, durante una delle solite scivolate, Oreste mi era precipitato addosso procurandomi un bozzo sulla fronte che non si ruppe solo perché il mio cranio è a prova di martellate; lui, invece, svenne. Questo fatto non gli andò a genio, perché aveva la fama di duro. I suoi compagni cominciarono, così, a non essere più convinti della sua leadership e a guardare a me con un certo interesse. Nacque, in questo modo, una rivalità che risolvemmo con una scazzottata, come avveniva nei film di John Wayne. Io, per la verità, ero contrario alla violenza perché i miei avevano fatto di me un timorato di Dio, mandandomi sin dall’asilo presso monache e preti, ma ci fui tirato per i capelli quando, di fronte a un mio ennesimo rifiuto, Guido, uno della banda, mi disse che ero una checca. Feci in modo che lo diventasse lui sferrandogli un calcio nelle palle e, poi, accettai la sfida. Ci picchiammo rompendoci labbra e naso. Alla comparsa del sangue,però, ci guardammo negli occhi e assalimmo gli altri componenti della gang che assistevano compiaciuti alla nostra macellazione. Li stendemmo tutti e divenimmo amici. -Nanni del cazzo! - ruggii. Il nome Nanni mi fa andare in bestia. Si chiamava così un giovane gay degli anni ’60. Biondo e sculettante, si aggirava in Piazza Umberto invitando noi ragazzi (non eravamo che monelli di una dozzina d’anni) a seguirlo nei vecchi portoni delle case diroccate dalla guerra. Lo seguivamo. Nanni scendeva le scale che portavano ai rifugi della II Guerra Mondiale e, giunto nel luogo che riteneva più opportuno, si calava i pantaloni. Solo allora, sghignazzando, lo deridevamo gridandogli dietro culattone, e scappavamo facendo le scale a quattro a quattro. Divenuti più grandi, eravamo noi a prendere l’iniziativa. Nanni, che ormai ci conosceva bene, ci percuoteva le orecchie con una serie di imprecazioni che avrebbe scandalizzato anche la più vecchia maitresse della città, apprese quando accompagnava il papà al porto, dove il pover’uomo faticava come un matto a scaricare balle pesanti quintali. Nanni, allora, era un bel ragazzetto di 17 anni, biondo, esile, dai lineamenti delicati, con due occhioni azzurri che ispiravano tenerezza. La scoperta del sesso dovette essere necessariamente traumatica se fu uno scaricatore del porto, Brutus (così detto per la terribile somiglianza con il rivale di Bracciodiferro) a violentarlo nella cambusa di una nave militare americana sotto gli occhi divertiti di quattro marines ubriachi. La storia che circola per la nostra città non si limita a queste poche, squallide notizie, ma, man mano, si è arricchita di varie altre sfumature. Si narra, infatti, che Nanni piangesse per molti giorni e che non avesse rivelato ad alcuno i motivi della sua disperazione. Solamente la madre, Elvira, riuscì a vincere la reticenza del figlio con la promessa di un giro sulla ruota panoramica del Luna park. Il padre no. Era morto qualche mese prima, la sera del 2 dicembre del 1943, nelle acque del lungomare di Bari, col ventre squarciato dal frammento di una bomba tedesca lanciata da un bombardiere Ju-88. Il suo corpo galleggiò in prossimità della riva per tutta la notte, prima che due volontari lo riportassero a terra ormai dissanguato e coperto dalle terribili vesciche dell’iprite, un gas letale di cui era imbottita la stiva della nave americana John Harvey. Quella notte persero la vita più di mille persone, di cui circa trecento civili baresi. Quel tragico episodio di guerra oggi è ricordato come la seconda Pearl Harbor, in cui le forze alleate di stanza a Bari persero 17 navi e 700 di soldati. Fu il più grave fatto di guerra chimica verificatosi nel secondo conflitto mondiale. Elvira, armata di coltello, si recò al porto. Brutus era lì, a ridere della sua prodezza, quando sentì la punta dell’arma pungergli il collo all’altezza della giugulare. La donna non cercava stupide parole di scusa: esigeva che Brutus riparasse in via definitiva al suo errore esaudendo la richiesta del figlio. Il manovale accettò pur di aver salva la vita. Fu così che Nanni si trasferì da Brutus con cui convisse per circa vent’anni. Beh, cazzo, ditemi se non era logico che non mi andasse di essere chiamato Nanni! Riprendendo un gioco che facevamo da bambini, gli risposi: Oreste, amico di Gargiulo, se lo prende sempre in … Rise: -Va bene, dimmi cosa vuoi. Gli raccontai in breve del titolo di laurea di Minchiuzzi, della facoltà e della valutazione. Rise ancora: Ma mi vuoi prendere per il culo? -No, è vero… c’è tanto di timbro e firma del rettore dell’Università. La pausa che seguì era il segno che Oreste stava mandando il fumo al cielo. -Hai detto Minchiuzzi … e il nome? -Nick. -Quando è nato? -Non lo so, ma posso informarmi… -Non fa nulla, ci penso io. Dammi un po’ di tempo. -Quanto tempo!? -Beh, il tempo di finire il caffè e tornare in ufficio. -Ho capito, ti telefono tra un paio d’ore. -Non dire stronzate, ti chiamo io tra un’ora circa. -D’accordo. -Ciao. -Ciao. Come immaginavo, mi telefonò dopo due ore. Il brusio che proveniva dalla cornetta con voci sovrapposte, risate soffocate e chiacchiericcio di tazzine che si baciavano con cucchiaini metallici mi impediva di distinguere chi fosse il mio interlocutore, poi, finalmente, la voce di Oreste divenne riconoscibile: - Hello, Nan … Nik? -Si, dimmi!- e schiacciai una zanzara che si era posata sul mio braccio scoperto, decisa a trasfondersi il mio sangue. - Allora, non è laureato in Scienze Apolitiche. Quel diploma di laurea è stato annullato quaranta anni fa per un errore macroscopico della stamperia. Il tuo Minchiuzzi è laureato dal 1971 in Scienze Chimiche con 90 su 110. Il diploma originale non è stato mai ritirato, giace ancora negli archivi dell’Università. Ha solo ritirato alcuni certificati di laurea agli inizi degli anni ’80. Non farne parola con altri, però…è segreto d’ufficio. Se si viene a sapere che ti ho informato mi fai passare dei guai per la privacy. -Sta’ tranquillo, sarò muto come uno che ha tutto un bigné in bocca. -D’accordo, ti basta? Mi grattai la testa: Sì, grazie. -Grazie un corno, mi devi un favore! Uno di questi giorni verrò da te a scroccarti un paio di quei gelati di caffè che fai con quella macchina meravigliosa. Anzi, penso che verrò a prendermi la macchina. - Stronzo, è il manico che conta! II suono gutturale che emette quando distorce le labbra e digrigna i denti mi indicò che aveva sorriso. Minchiuzzi è il re dei chiavici. Ancora una volta s’era preso gioco di noi. Pensai di ripagarlo della stessa moneta. A scuola chiarii solo che Egidio s’era divertito alle nostre spalle e che la sua laurea, quella vera, in Scienze Chimiche, così come mi aveva assicurato Oreste, consentiva, non si sa per quale arcano motivo, anche l’insegnamento in Genetica. Un mese dopo, quando Minchiuzzi s’era vantato anche con il guardiano del palazzetto dello Sport , gli operatori ecologici addetti alla raccolta del differenziato e con Rosina, la cagnetta meticcia, mascotte dell’Istituto, di averci gabbati tutti, d’accordo col dirigente amministrativo, escogitai la rappresaglia. Varcai, così, il 20 ottobre, la soglia del nostro istituto fingendo una grande preoccupazione. Egidio era già al bar, in compagnia della solita combriccola con cui consumiamo la colazione mattutina. -Un caffè maculato e un cornetto- dissi con aria affranta. Gianni Estroverso, mio alter ego, smorzò il sorriso che gli aleggia sulle labbra ogni volta che mi viene incontro. -Cosa t’è successo? Mi chiese preoccupato. - Un’ira di Dio, ecco cosa mi è successo! -Sarebbe? -Sarebbe che forse mi sbatteranno fuori della scuola senza pagarmi un cavolo, anzi rifondendo l’Amministrazione. -Comeee?- chiesero il preside e Minchiuzzi. - Si, pare che per i laureati del 1970 al ‘73 sia sorta un’inchiesta sulla validità del titolo di studio… altro che la stronzata della laurea in Scienze Apolitiche- dissi guardando in cagnesco il genetico. -Come sarebbe?- intervenne il preside restando con la tazzina del caffè a mezz’aria. - Sapete certamente dello scandalo che è sorto per l’ammissione alla facoltà di medicina… -E che centra?-m’interruppe Porfido. -Mi lasci finire, preside. Come dicevo, i test d’ammissione alla facoltà erano contraffatti per la collusione di alcuni docenti universitari con studenti e personale ausiliario. L’inchiesta, per un Gip arrivista e che non sa farsi i cavoli suoi, si è allargata a macchia d’olio. Le indagini hanno coinvolto tutte le facoltà, andando a ritroso nel tempo, sino agli anni ’60. E’ venuta così alla luce tutta una serie di illegalità compiute negli anni ’70 riguardo i titoli di laurea rilasciati in varie facoltà. Minchiuzzzi cominciò a agitarsi: Anche la mia? -Penso di sì, ma come per tante altre. L’indagine ha abbracciato, come ho detto, tutte le facoltà, limitatamente, però, ai primi anni ’70. -Dici anche i laureati del ’71? -Caavolo! Se l’arco di tempo è dal ’70 al ’73, cavolo se c’entra il ’71. E’ il mio anno di laurea! -Anche il mio! -Egidio, scusa, ma che mi frega! Io sto pensando al mio! -Dai che è una cazzata, ti vuoi vendicare dello scherzo del mese scorso… -Tu devi essere matto… vedi se ho voglia di scherzare su un argomento del genere! -E per… perché tutto que… questo?-balbettò il genetico. -Ma, che forse hai la coscienza sporca?- intervenne Gianni che aveva cominciato a capire. Il dirigente amministrativo entrò nel bar e si avvicinò al preside con un foglio protocollato fra le mani. Si appartò in un angolo con Valà e confabulò con lui sottovoce guardando di tanto in tanto il buon Minchiuzzi. Minchiuzzi era sulle spine. Perché mi guardate, cosa è scritto su quel documento?. Il preside assunse un’aria grave: Professor Minchiuzzi, venga con me in presidenza. -Ma cosa succede?-implorò Egidio. -Stia tranquillo, mi segua in presidenza- confermò Porfido con voce ferma. Minchiuzzi si appoggiò al bancone: E lui no?- piagnucolò indicando me. -Lui? No, perché dovrebbe? -Ma ci siamo laureati tutti due nel ’71-rantolò Minchiuzzi che era ormai al colmo della disperazione. -Ebbene? -Ma anche lui potrebbe aver brigato… Il preside lo interruppe: brigato per cosa? Minchiuzzi cosa mi nasconde?- si accigliò Porfido. -Veramente… una raccomandazione… -Stia zitto- lo interrupe ancora una volta Valà- le questioni private le discutiamo in separata sede! Minchiuzzi seguì Porfido a testa bassa in presidenza. Porfido chiuse la porta e ordinò all’ausiliare di servizio di non disturbarlo. Rimasti soli, Gianni sbottò in una risata e mi disse che mi aveva sgamato. Portammo via di peso l’ausiliario di guardia alla porta di Porfido e origliammo. Minchiuzzi balbettava, pregava, si difendeva, incolpava, imprecava. Ad un certo punto lo sentimmo invocare Allah. Venne fuori come un ossesso: brandiva il fermacarte di bronzo di Porfido. Intuii le sue intenzioni e mi detti alla fuga. Quel minchione di Porfido non gliela aveva fatta a portare a termine lo scherzo, nonostante il dirigente amministrativo gli avesse chiesto di tenere il prof di genetica sulla corda sino al giorno successivo. Egidio non mi parlò per una settimana, ma quando gli proposi, tenendomi a debita distanza, di riappacificarci davanti ad una buona cena nel miglior ristorante della città, si acquetò. Con Gianni e Porfido lo prelevai da casa sua la sera successiva e ci recammo al Sorso Preferito, gestito da un mio ex alunno. La cena fu a base di antipasto ai frutti di mare, linguine alle vongole, aragosta al vapore, frittura mista,vini di alta qualità, frutta di stagione, dolce, sorbetto, caffè e ammazzacaffè. Sazi, Porfido, Gianni ed io ci allontanammo per fumare una sigaretta. Egidio preferì attenderci nell’interno del locale dove un cantante di strada aveva appena intonato “O sole mio”. Sul momento ci venne di giocargli un altro tiro mancino. Ce ne andammo. Il giorno dopo, stranamente non incazzato, ci disse che aveva scucito 300€ più una lauta mancia ai camerieri. Minchiuzzi è fatto così… per questo è mio amico.
OPUNZIA QUERCIOLI
Opunzia Quercioli è da alcuni mesi la nuova bidella del primo piano. Quando l’organico del personale Ata l’annoverò tra i dipendenti del Benpensante, tutti, a cominciare dalla portinaia per finire alla guardia giurata preposta all’apertura e chiusura dell’Istituto, ci chiedemmo quando ricorresse santa Opunzia e che cacchio di nome fosse. Era la prima volta, infatti, che un tal sostantivo arricchiva il nostro vocabolario onomastico. Lo stesso dirigente amministrativo, responsabile del personale ausiliario, fu preso da forte curiosità di conoscere fisicamente la nuova collaboratrice. Un giorno, uno di quelli che seguirono tra la nomina e la presa di servizio, vinti dalla curiosità digitammo in Internet il nome misterioso: Opunzia. Voi sapete bene che questo potente network sa tutto e ciò che non sa lo inventa, lo conia, lo interpreta. Ebbene, manco quella volta ci deluse, anzi ci chiarì che l’opunzia è un fico d’india, un cactus. Ciò accrebbe la nostra curiosità. Gianni Estroverso, uomo con acuto spirito critico, elaborò la teoria secondo la quale una femmina dotata di tal nome dovesse necessariamente avere una personalità complessa e mutevole… pungente, oserei dire. L’azzeccò. Eravamo, ai primi di ottobre, tutti al Bar a sorbire un espressino freddo. Per carità, non il tradizionale, ma quello che ci propina Leonzio, il gobbo di Notre Dame, con il caffè avanzato il giorno prima, allungato con del latte fresco prossimo a divenire ricotta. Con destrezza, dandoci l’idea di aver compiuto un’opera d’arte, ce lo serve, sono anni ormai, freddo per la lentezza con cui entra in pressione la macchina espressa. Tra i vari conati di vomito, dolori di pancia e urgenze corporali, vedemmo avanzare nell’atrio dell’Istituto un volto nuovo, un collo nuovo e via di seguito sino ai piedi. Insomma un tutto nuovo. La lunga chioma rossa spiccava sulle mille efelidi che coprivano il volto della donna che aveva varcato la soglia della nostra fabbrica di disoccupati. Il sorriso d’occasione mostrava una dentatura accavallata, bisognosa urgentemente almeno di un byte, se non di una protesi fissa. Gli occhi erano di un colore tra il verde bandiera e il magenta, a seconda dell’esposizione alla luce solare. Il seno prominente, poggiato su un busto di ridotte dimensioni, la faceva da padrone sul pur ampio bacino vacillante su due gambe leggermente arcuate ed esili. -Opunzia!- dicemmo all’unisono Gianni e io. Porfido, che stava lottando con la tazza dell’espressino e la sua trachea che non aveva alcuna voglia di farsi bagnare da quell’intruglio, ingollò tutto d’un fiato il liquido repellente per adocchiare il nuovo arrivo. L’accesso di tosse che seguì fu indice che la bevanda gli aveva intasato le vie respiratorie. Al preside, infatti, si gonfiarono le vene del collo e gli occhi strabuzzarono. Mentre il volto assumeva il colore della bandiera cinese, la bocca sputò il liquido marroncino sulla sahariana di Minchiuzzi, che imprecò contro tutti gli dei delle varie religioni occidentali e orientali, e sul banco di mescita che fu immediatamente ripulito dal buon Leonzio con una strisciata di mano. Opunzia la rossa e Porfido si guardarono. Tra un colpo di tosse e l’altro, il preside fece cenno alla neoassunta di avvicinarsi. Opunzia gli andò incontro. Con voce arrochita Valà le chiese se fosse proprio lei la Quercioli che attendevamo. Opunzia scrollò sensualmente la capigliatura con un’audace rotazione del capo e rispose di sì. Porfido aprì le braccia sconsolato e Opunzia gli si abbarbicò al collo; non contenta, stampò due bacioni sulle gote del nostro preside che rimase senza parole. L’equivoco non è stato mai chiarito. Opunzia è certa, infatti, che il nostro dux nutra per lei un sentimento molto più hard della simpatia. Come dicevo, sicura della benevolenza del capo, Opunzia spalancò la porta della segreteria e… rimase esterrefatta. La nostra segreteria, per chi non la conosce, è una bolgia infernale. In uno spazio di quaranta metri quadri raccoglie una ventina di addetti con le rispettive scrivanie, computer e stampanti. Il ticchettio sulle tastiere è continuo e uniforme. L’odore del duro lavoro si diffonde ovunque, sin sulle vetrate appannate dalla condensa creata dai condizionatori mal funzionanti. Le stampanti, una trentina circa, vomitano in continuazione fogli impressi col nero inchiostro dei toner che vanno autonomamente a depositarsi in appositi contenitori poco più larghi del formato A4 e profondi circa trenta cm. Non appena un contenitore si riempie viene immediatamente sigillato, portato in archivio e sostituito da uno nuovo che occupa il posto del precedente. Non uno di noi, sino a qualche tempo fa, sapeva cosa cacchio fosse scritto su quella montagna di fogli che Porfido, nuova Penelope, di notte, distrugge. Le illazioni erano varie: chi pensava che si trattasse di relazioni sull’operato di ciascuno dei duecento docenti; chi, invece, fantasticava, ottimisticamente, su progetti POR, PON e Pon pon, finanziati dalla Provincia a beneficio dei magri stipendi di tutto il comparto scuola, in attesa di approvazione ministeriale; altri, al contrario,pensavano al riciclaggio di “fogli sporchi” organizzato dalla mafia per alimentare le discariche abusive. Insomma, per farla breve, non appena ci fu possibile introducemmo una talpa in segreteria. Onofrio, il bidello più anziano, prossimo alla pensione, per difficoltà deambulatorie venne distaccato nella stanza dei bottoni. Lo coinvolgemmo con la promessa di cinque euro al giorno esentasse a patto che ci procurasse uno dei contenitori sigillati. Onofrio non è fesso: sapeva benissimo che non appena a conoscenza dei segreti segreteriali non avremmo più scucito manco un cent, per cui fece durare la sua indagine sino al giorno prima della sua dismissione. L’ultimo giorno, infatti, ci consegnò nel massimo segreto l’involucro che attendevamo con ansia. Quando, a casa mia, di notte, con le finestre oscurate, togliemmo i sigilli allo scatolone, tutti prorompemmo in un ooohh di sorpresa. I fogli erano stampati in alfabeti vari, dal nostro al cirillico, all’arabo, all’etrusco e al maya, come ci confermò Stanislao, esperto in epigrafia classica, che da noi svolge il compito di tecnico di laboratorio. Sulla base delle sue conoscenze, ci comunicò che si trattava di carta straccia, perché ciò che vi era scritto non aveva alcun significato in alcun linguaggio tradizionale. Noi, sospettosi, pensammo invece si trattasse di un codice segreto concordato con la CIA o con l’FBI e ingaggiammo un haker professionista per la risoluzione dell’enigma. L’haker dopo una settimana di lavoro ci mandò affanculo avvertendoci che eravamo stati presi per il culo in quanto manco i codici dei missili intercontinentali riportavano tante stronzate quante ce n’erano in quei fogli che gli avevamo consegnato. Insomma, a farla breve: scucimmo un mare di soldi per renderci conto che quello non era altro che un lavoro di facciata, teso a gabbare il nuovo ministro della Funzione Pubblica, la famigerata Nanà Moretta, la fustigatrice dei costumi degli operatori del Pubblico Impiego. Per tornare alla nostra storia, dicevo dello stupore di Opunzia, subito contenuto dall’affabilità con cui l’accolse il dirigente amministrativo. Si spiegarono, così, alla nuova addetta, quali sarebbero stati i suoi compiti: badare a che, durante l’assenza dei docenti, gli alunni non si scannassero, non andassero in cento nei cessi, non si spinellassero e non si violentassero scambievolmente, ecc. Opunzia faceva di sì col capo a ciascuna delle indicazioni che le venivano date, tanto da accusare un lieve giramento nello stesso istante in cui Porfido si affacciava in segreteria. Il preside le fu da involontario appiglio. Ciò scatenò la furia dei sensi nella povera bidella che avvampò tingendosi ancor più di rosso di quanto l’avesse dotata madre natura. Porfido, ad evitare ulteriori effusioni, la consegnò alle attenzioni di Maipago, il nostro eterno vicepreside. L’impatto con le classi non fu dei migliori. Opunzia, infatti, aveva immaginato che il suo compito sarebbe stato solo di sedere nei corridoi con un libro da leggere o con dei gomitoli di lana da sferruzzare per confezionare la biancheria intima di suo marito. Quando, invece, si trovò a fronteggiare masse di ragazzi urlanti, felici di essere stati abbandonati dai docenti impegnati nella doverosa colazione al bar e nella fumatina d’intervallo fra le dure fatiche dell’insegnamento, beh, allora crollò. Le sue grida dapprima d’aiuto, poi di rimprovero ai signori docenti che si allontanavano dalle classi adducendo motivi banali o, addirittura, fregandosene di interrompere il servizio pubblico, le sue grida, dicevo, divennero urla disperate quando, in una simulazione di evacuazione, gli alunni la scipparono di un lavoro a maglia che stava confezionando nascostamente per Valà. Girava per i corridoi dell’Istituto un ispettore della P.I., la nostra guida spirituale diremmo. Infatti è il più grande scassa coglioni demandato a eccitare il nostro spirito ribelle; si presenta un giorno sì e l’altro pure, con la scusa di chiarire alcune circolari ministeriali, a pietire presso il preside un corso di aggiornamento da tenere a noi docenti. Porfido di solito lo ascolta con i gomiti poggiati sull’ampia scrivania e le mani tra i capelli. Sa bene che fine fanno i corsi tenuti dall’ispettore. Si tratta, quasi sempre, di vecchi giochi di società (di gran moda presso i ragazzini meno dotati della prima media), abilitati, secondo l’esimio, a favorire la socializzazione e a scoprire la personalità e il Q. I. di ciascun docente. Secondo la nostra guida, su u un taccuino spesato dallo Stato si dovrebbero riportare nomi di fiori, di città, di animali comincianti tutti con un’unica consonante o vocale. L’ultima volta che siamo stati sottoposti a questo supplizio il punteggio finale, come al solito, non ha reso giustizia: i proff con i neuroni più disastrati sono risultati primi. Il corso, comunque, nella maggior parte dei casi non giunge al termine perché ad un certo momento molti di noi lo disertano dichiarandosi vittime di un’epidemia malarica. La disperazione dell’ispettore per l’interruzione del suo prodigioso parto intellettuale dura comunque molto poco, perché viene subito temperata dall’assegno relativo al suo impegno. Come dicevo, girava per i corridoi dell’istituto, la nostra guida, in cerca di Porfido che, per non essere costretto a subire la sua presenza, si era nascosto nel bagno personale. L’ispettore, alle grida d’aiuto di Opunzia, saltò come un verricello improvvisamente libero dal carico e, di corsa, raggiunse la bidella. La Quercioli smaniava: Le mutande, mi hanno rubato le mutande! ridatemele, brutti figli di pu… L’ispettore non si scompose; raggiunse Opunzia e con fare indagatorio le chiese se ricordasse la scolaresca che aveva operato l’ignominioso scippo. -Ero lì, seduta alla mia sedia, quando sono stata travolta dalla 5C. Sono caduta per terra e me le sono sentite proprio strappare dalle mani. L’ispettore, che per essere una guida si chiama Virgilio, avvertì un certo imbarazzo, poi chiese: Ma lei, signora, le mutande le aveva in mano? -Certo- rispose Opunzia- e dove voleva che le tenessi? -Bah, di solito… -Ma che di solito… in mano le avevo! Sa- aggiunse tra l’arrabbiato e il confidenziale- il preside vorrebbe… In effetti, qualche giorno prima il preside, circolando tra le classi, aveva notato che Opunzia sferruzzava. Incuriosito, le aveva chiesto cosa stesse confezionando. -Biancheria invernale per mio marito- aveva risposto timorosa la bidella. Porfido, che si vanta per sua affabilità, rispose, a mo’ di cortesia, che sarebbe piaciuto anche a lui avere dei capi personalizzati. Opunzia aveva fatto tesoro dell’informazione. -Non aggiunga altro- la interruppe burbero l’ispettore- i fatti personali non m’interessano! Mi meraviglio del preside, piuttosto! - Perché- s’intimidì Opunzia- non potevo dare al signor preside le mie mutande? - Mi faccia il piacere- disse l’ispettore con piglio severo- non sia scurrile e stia al suo posto! Opunzia era lì lì per piangere. - Ma che ho fatto di male? le mie mutande sono fatte con lana pregiata… le do persino a mio genero, a mio nipote e nessuno si lamenta. Le vuole anche lei?- propose nel tentativo di farselo amico. -Mai! E stia lontana da me! Penso che i ragazzi abbiano fatto bene a togliergliele! Detto questo, l’ispettore le volse le spalle e andò via. L’episodio del furto delle mutande, di per se stesso faceto, chiarì al dirigente amministrativo che la Quercioli non era adatta a sorvegliare le classi, per cui decise di affidarle la cura delle piante. Dovete sapere che il nostro istituto potrebbe essere una serra: il sole vi penetra da tutte le parti, anche nelle mura, come i topi della ben nota biblioteca. Il guaio è che le vetrate, invece che filtrare i raggi solari, li riflettono e li riscaldano ancor più, rendendo le piante disseminate nel giardino fusti senza vita, bruciacchiati e cadenti. La scelta di Opunzia si rivelò una mossa geniale. Opunzia non ha solo il pollice verde, ma anche tutte due le mani e le braccia e chissà cos’altro. Nel giro di poco tempo le nostre piante rinacquero, si organizzarono in piccole società, socializzarono fra razze diverse, rubarono territorio agli alberi da frutta, si svilupparono come una mini foresta che si popolò di animali. Ciò avvenne quando un circo, famoso per il suo bestiario, transitò per la nostra città, passando nei pressi del Benpensante. Le prime a rendersi conto di aver ritrovato la loro Africa furono le scimmie: sgaiattolarono dalle gabbie per rifugiarsi sugli alti fusti di Ficus beniaminus che un ex alunno vivaista aveva donato alla nostra sede quando erano teneri arboscelli alti pochi cm. La ricchezza di fronde rendeva così fitta la nostra foresta che noi, pur avvertendo la presenza delle bestie, non eravamo mai riusciti a vederne una. La crisi scoppiò il mese successivo, quando un altro circo denunciò la scomparsa di un piccolo elefante. Le ricerche coinvolsero tutto il territorio cittadino. Anche il nostro istituto fu oggetto di indagine. I forestali, armati di machete, dovettero distruggere buona parte della nostra foresta per recuperare il pachiderma nascosto in un angolo del giardino su cui si affaccia l’auditorium. Purtroppo ciò segnò la fine della savana e l’inizio del deserto. Le piante furono smantellate, abbattute e bruciate. Le dune ora hanno preso il posto della foresta e Opunzia ne è divenuta la signora. È lei il nostro fiore del deserto.
Chi ha ucciso Fico Beniamino?
Il primo ad accorgersene fu Mimmo, il factotum, uomo zelante, volenteroso, sempre pronto ad accorrere in aiuto. Mi dissero che era rimasto sconvolto. Mi dissero che aveva pianto e asciugato le lacrime con una foglia presa da terra, da quella stessa terra che poi chiama a sé tutti gli esseri viventi. Mi dissero che aveva allertato con solerzia le alte sfere, i dirigenti, che accorsero trafelati al capezzale di Fico Beniamino. Mi dissero, anche, che la commozione si tagliava a fette e che i lamenti erano così alti a invocare vendetta, tremenda vendetta. Perché è morto Fico Beniamino? E’ stato il fato, il destino o, come tutti pensiamo, vi è una regia nera che agisce nascosta e che ne ha deciso la fine? Chi ha ucciso Fico Beniamino? E’ un dilemma ancor oggi irrisolto, ma le indagini proseguono e pare stiano per svelare il malfattore. Gli assassini sappiano, i nodi verranno al pettine e presto cadranno nelle mani della giustizia L’altro giorno s’è tenuto consulto. Due necrofori hanno confabulato tra loro, si sono seduti a tavolino e hanno deciso per un’autopsia assistita. Le indagini saranno capillari, partiranno dalle radici. Ciò che sfugge all’uno non sfuggirà all’altro. Fico Beniamino, è certo, è stato assassinato. Probabilmente con del veleno. Da chi? Questo spetterà al tenente Colombo di turno scoprirlo. Ora tutti siamo contriti; ciascuno pensa di avere qualche responsabilità nella sua fine. E’ vero, avremmo potuto salvarlo, avremmo potuto curarlo, coccolarlo, parlargli, magari fargli ascoltare della buona musica per tirargli su il morale. Era da un po’ di tempo che lo vedevamo intristire, assumere quel colorito giallastro che indica inequivocabilmente uno stato di salute malferma. Ma chi poteva pensare che sarebbe andato incontro a una così tragica fine!... Ricordo quando giunse da noi. Lo guardammo tutti con ammirazione. Alto, snello, verde per i giovani anni. I suoi tutori ci dissero: trattatelo bene, è giovane, deve crescere ancora! Una collega di bell’aspetto lo guardò ammirata e la sentimmo esclamare: Va là, guarda che fusto! Quando si accorse che il suo commento non ci era sfuggito, arrossì, ma ripeté: perché volete dire che non è un bel fusto? Il nostro silenzio significò più di mille parole. Fu così che lo accettammo, che divenne importante. Gli stessi dirigenti, incontrandolo, gli sorridevano compiaciuti. Col tempo, però, subentrò l’abitudine. Come dicevo, le indagini proseguono e non si fermeranno finché il responsabile o i responsabili non cadranno nelle mani della giustizia. Ma noi come faremo, come sopravvivremo senza Fico Beniamino? Si avverte nell’aria la sua mancanza, l’ondeggiare della sua folta capigliatura, il suo fruscio gioioso allorquando incrociava qualcuno di noi. Non che fosse benvisto da tutti; molti, infatti, lo strattonavano, approfittavano della sua inerzia per beffeggiarlo, tirarlo, a volte, addirittura sino a farlo cadere per terra, sicuri che mai avrebbe reagito. Sono sempre i migliori che se ne vanno! Oggi, poi, sono arrivate le forze dell’ordine per ascoltare, spiare i nostri volti, riconoscere lo sguardo perverso, gli occhi malandrini, loro che sono avvezzi a individuare, così, a naso, i colpevoli dei più gravi misfatti. Scusatemi, sento Opunzia, gridare, ora la vedo correre strappandosi i capelli per i corridoi inondati di luce. Un carabiniere la raggiunge, Opunzia si lascia cadere scomposta per terra, il carabiniere la solleva per le spalle,la tiene ferma. Opunzia si dispera e grida: non sono stata io, cercate Lorenzo… è lui il colpevole! Lorenzo è in sala informatica, al computer osserva l’andamento delle sue azioni in borsa, quando il maresciallo gli mette le manette e gli ricorda, come nei film americani, i suoi diritti. Lorenzo non reagisce e confessa: dovevo farlo, non ne potevo più, le sue foglie cadevano non appena finivo di ramazzare… Era un lavoro senza fine!
La circolare ministeriale
Eppure la circolare specificava nell’oggetto: Organizzazione dell’orientamento Cazzo, pensai, proprio me doveva chiamare il preside, io o me che non mi oriento manco con la bussola! Piegai il foglio in quattro e lo misi in saccoccia. Lo avrei letto a casa, con calma. Non ho familiarità genetica con gli elefanti e quando cambiai giubbotto dimenticai il vademecum. Saverio mi telefonò alle 16 e 35 Minchia fai ancora a casa? Qui c’è la riunione, corri! Quale Saverio- mi dissi chiudendo il cellulare- Del Ciole o Del Cozo l’Africano? Optai per l’ultimo, tanto è sempre la stessa persona. Comunque fu la minchia a farmi decidere. Cavolo, vengo subito, ma non mi sono organizzato! Ma dai, non ci pensare, vieni che stiamo per cominciare! E che mi frega- pensai- cominciassero pure ma io senza organizzazione col cavolo che mi presento! Mi battei una mano sulla fronte: l’ipercoop! Proprio quella mattina avevo trovato nella buca della posta, dove avevo scritto che non accettavo pubblicità, la pubblicità di un Tom Tom a sottocosto. Cazzo, li avrei fregati tutti! Arrivai che non c’era un cazzo di posto. Mi guardai attorno: niente vampiri. Parcheggiai sulle strisce. Manco il tempo di chiudere la macchina che un fischio mi trapanò i timpani. Ecco gli stronzi, erano coperti dagli alberi! Mi vennero incontro con il taccuino delle multe ridotto agli ultimi fogli. Portarono la mano alla visiera e mi chiesero i documenti. Lessero il mio nome e quello scritto sulle strisce pedonali e dettero di gomito. Cacchio, avevo coperto con la ruota anteriore sinistra proprio la N. Si leggeva per terra “atale sei grande”, con tanto di punto esclamativo. Loro, gli sbirri, invece, giuravano che c’era scritto anale. Mostrai la patente e la tessera sanitaria col codice fiscale: cercavano Lattanzi Anale e non lo trovarono. Sui documenti c’è scritto Natale, ma loro mi chiesero se natale e anale fosse uguale. Io dissi di no. E che cazzo, non si capisce che una cosa è il Natale e ben altro è l’anale? Chiarirono che l’avevano chiesto agli altri dell’Istituto ma che tutti avevano detto che il Natale non era ancora arrivato. Cavolo, siamo a novembre, bella scoperta! Capii che mi cercavano non per il parcheggio, ma per la scritta che, per loro, solo un imbranato come me poteva aver vergato proprio sulle strisce. Io feci l’offeso e chiarii che non avevo bombolette spray e che se proprio avevo bisogno di gas me lo produceva a gratis la mia colite spastica. Poi dissi che ero un docente, ma loro mi risposero che l’avevano capito dal mio ventre gonfio come quello dei bambini del Biafra. Mi asciarono andare e mi dettero 1 Euro ciascuno. Che culo, ragazzi! Del Cozo l’africano e Cazk il polacco avevano occupato con borse e piumini un posto per me. Quando mi ci sedetti sembravo un regista tanto era alta la poltroncina. Il preside mi sorrise sornione: hai la febbre di crescenza? Sottrassi velocemente dal mio posteriore gli appannaggi degli amici e il panino ai Wurstel che Cazk aveva portato per merenda e sollevai fiero il mio Tom Tom bello, bellissimo nel suo cartone colorato da una terra celeste e un infinito nero. Dissi: Ce l’ho! Tutti gli sguardi si spostarono su di me e il Tom Tom fece il giro dell’assemblea con commenti ammirati. E’ mio- gridai orgoglioso- l’ho comprato! Il preside mi guardò, sospirò e mugugnò: mi fa piacere. Ma come, non gioiva con me? E io che come lo stronzo mi ero fatto gonfiare la milza nella corsa all’ipermercato per arrivare preparato! Come dicevo- riprese il preside- siamo giunti alla presentazione delle cartoline. Cazzo come erano belle! anche loro celeste e nero come il mio Tom Tom. Eh- dissi a Cazk- vedi che ho avuto buon fiuto? Il preside, frattanto continuava: più ne daremo più ricco sarà il nostro premio. Io alzai la mano e chiesi quando si dovesse tenere l’estrazione. All’Epifania! Mi rispose incazzatoi il dirigente. Ma perché s’incazzava, non era legittima la mia domanda? Anche Cazk e Del Cozo ci rimasero male. Il preside chiarì: le cartoline sono per gli studenti. E qui scoppiò la bagarre. Tutti insieme ci alzammo e sottolineammo l’ingiustizia. Cazzo, anche noi, una volta tanto avremmo dovuto avere il diritto di competere per l’assegnazione dei premi! Il preside inaspettatamente ci dimostrò che non solo Dante aveva studiato al trivio e ci mandò a fanculo in gruppo. Niente più orientamento! E ci sta bene!- dicemmo in coro Capimmo che i premi erano già assegnati, sì a lui e alla sua famiglia. E va be’ che lui ha il coltello dalla parte del manico, ma che debba fare la parte del leone, cazzo,no! Il corso di recupero Invenzione della Sinistra, consolidata dalla Destra, sono i giudizi di sospensione con cui, in pratica, si rimandano gli alunni, condannandoli a uno studio inutile e frettoloso durante il mese di luglio. A noi (non è il saluto fascista), dico a noi docenti, ce ne potrebbe fregar di meno se non fossimo rimandati insieme ai nostri discenti. E sì! Chi, in fondo ne fa le spese, oltre a uno Stato spendaccione, sono i professori, obbligati, dopo gli esami di maturità, a impartire, con moduli di appena quindici ore, lezioni suppletive agli sfaticati che hanno cazzeggiato per un anno intero. Ciò che più colpisce, dopo oltre un quinquennio di promozioni facili e gratuite, è la marea di alunni con giudizio di sospensione. E’ la crisi che si fa sentire! E’ la crisi che spinge i proff, costretti a restare in sede nel mese di luglio, a rimandare, confortati, se così si può dire, da un surplus di 750 € lordi da intascare non appena i dirigenti amministrativi (parole pompose che stanno ad indicare gli antichi segretari scolastici)mettono mano ai portafogli dello Stato per retribuire questa sottospecie di lavoro straordinario. Mi spiego. Un giorno di maggio che dirvi non so (ricordate la canzone Papaveri e papere?) il dirigente scolastico (come per il dirigente amministrativo), il preside, via, convocò il Collegio dei Docenti per discutere una circolare ministeriale che intimava di indire corsi di recupero non appena terminati gli scrutini finali. Il mio preside, voi lo conoscete, apolitico di sinistra con forte tendenza a destra nonostante dichiari che in medio stat virtus, il mio preside, dicevo, nel chiuso del suo antro, leggendo la nota ministeriale, avvertì nell’intimo un rigurgito di orgoglio, una specie d’investitura che, come per i cavalieri templari, gli conferiva il diritto di riparare ai torti di cui la classe docente si era resa colpevole nei suoi confronti. -Giovanni – urlò - vieni immediatamente a battere la circolare per i docenti e, mi raccomando, portami il numero di protocollo! Giovanni, lo schiavo, come dice sottovoce il preside, è un omone di oltre cinqant’anni, alto un metro e novanta, castano nei capelli, flemmatico più di un inglese. Ha occhi nocciola dolcissimi e uno sguardo bonario, sempre atteggiato al sorriso. Lavora nel nostro istituto da sempre ed è benvoluto da tutti . Giovanni, dicevo, allontanò la sedia dalla scrivania, si alzò lentamente, chiuse il computer e, a passo lento, si avviò verso la presidenza. -Giovanni, - riurlò il preside- più veloce! Giovanni era dietro la porta quando gli giunse il nuovo richiamo, ma se ne tornò indietro per farsi avere il numero di protocollo da Melania, l’applicata di segreteria depositaria del brogliaccio. -Giovanni!... -E vengo, preside, questo è il mio passo! - disse il buon Giovanni per la prima volta in tutta la sua carriera con una nota d’insofferenza. Porfido tacque esterrefatto. Non era possibile che anche il suo fidato dipendente assumesse, così, ex abrupto, un tono arrogante. Quando finalmente Giovanni varcò la porta della presidenza, trovò un dirigente incazzato, maldisposto e pronto a fustigarlo come facevano i negrieri nelle terre del Sud. -Giovanni- cominciò Porfido, stringendo i denti - quando ti chiamo devi scattare! -Ma preside, stavo compilando la domanda di pensionamento… -Ah, e per questo sciocco motivo tu mi rispondi con tanto malgarbo? Tu non vai in pensione, o meglio vai in pensione quando lo dico io! -Ma ho già quarant’anni di servizio, sono stanco… -Tu sarai stanco quando lo dico io, ora siediti e batti velocemente la circolare. -Ma io non sono veloce… -Non cercare giustificazioni! Giovanni si sedette di fronte a Porfido, accese il vecchio 386 in dotazione alla presidenza e aspettò. -Vai in Word! -Sto andando… -Apri il foglio… -Che foglio? -Ma quello di Word, porco cane! -Se ero in Word era perché si doveva aprire il foglio… -Non replicare, testa di cavolo! Giovanni non replicò. -Allora, si è aperto? -Non ancora, preside, questo computer è lento. -Lento, lento. Tu sei lento. Apri il foglio ti ho detto! -Ma non dipende da me… -E da chi? -Ma dal computer! -Giovanni, non alzare la voce! -Ma, preside, lei mi dice… -Io ti dico di fare le cose per cui sei pagato! Apri il foglio, ti dico! -Ecco, si è aperto. -Hai visto che quando vuoi… -Ma non dipendeva da me… era il computer. -Fregnacce! Stai assumendo un’aria reazionaria… ma io ti distruggo! -No, io vado in pensione. -Poi ne parliamo, ora scrivi! -Sono pronto. -Il solito cappello. Ai signori docenti, alla segreteria, ai genitori, ai rappresentanti di classe… -Più piano, per favore, non riesco a starle dietro… -Giovanni, più veloce, altro che più piano! Qui c’è una circolare ministeriale che dobbiamo diffondere al più presto. Avanti, hai scritto? -Si! ai signori docenti, alla segreteria, ai genitori, ai rappresentanti di classe… -E agli alunni, hai scritto agli alunni? -E no, non me l’aveva detto… -Ma se ho detto il solito cappello! Giovanni, tu oggi mi farai perdere la pazienza! Allora, agli alunni. Punto. -Punto. -Sulla base di quanto disposto dalla Circolare n° 6163 del 4 giugno 2008, dal Decreto Ministeriale n°80/2007 e dall’articolo 1 comma 634 della legge 27 dicembre 2006, n°296 della finanziaria 2007,- riprese Porfido imprimendo una marcia veloce alla sua dettatura- i signori docenti sono tenuti a impartire lezioni modulari di 15 ore agli alunni che riporteranno, al termine dello scrutinio finale, il giudizio di sospensione nelle discipline in cui non avranno raggiunto la sufficienza. Leggi! -Sulla base di quanto disposto dalla Circolare n° 6173 del 4 giugno 2008, dal Decreto Ministeriale n°80/2007 e dall’articolo 1 comma 634 della legge 29 dicembre 2006. -No! 27 dicembre 2006, …. -Mo correggo. -Vai avanti. -Sto aspettando. -Cosa stai aspettando? - Il resto del testo. -Il resto del testo? Vuoi dire che hai scritto solo questo? -E si, lo sa che sono lento. -Melania! Fatemi venire Melania! – sbottò il preside battendo il pugno sulla scrivania- Giovanni sono io che ti mando in pensione. Vattene, allontanati dalla mia vista prima che ti prenda a calci! -Ma io l’avevo detto… -Vattene ho detto. Melaniaaa! Il nome le deriva probabilmente dalla melanina che le colora la pelle. Melania, infatti, è quasi nera, diciamo color cioccolato al latte. E’ alta un metro e sessanta, ha capelli corvini, occhi neri e denti di un nitore immacolato. I suoi trent’anni li porta molto male: sembra una sessantenne. Ma a dispetto del fisico malandato, possiede un’energia invidiabile, una vivacità intellettiva einsteniana, una insaziabile voglia di conoscenza che la spinge, nei momenti di pausa, a leggere libri tanto impegnati e macchinosi che noi docenti preferiamo driblare per non cadere in depressione. Giovanni era ancora in presidenza quando Melania si affacciò. Meticolosa e precisa: questi erano gli aggettivi che Porfido le attribuiva, ma costituivano anche il motivo per cui raramente ricorreva ai suoi servigi. Porfido, infatti, temeva le sue acute osservazioni, se non addirittura le correzioni che di volta in volta l’impiegata apportava all’italiano utilizzato nella redazione delle comunicazioni. Il riferirsi a Melania in quella occasione fu questione d’emergenza. Dei sei applicati di segreteria era, con Giovanni, l’unica presente. Gli altri, chi per malattia, chi per spese varie, chi per assistenza ai minori, erano fuori servizio. Persino Michele, scapolo impenitente, era in permesso per assistenza alla moglie malata. Melania si sedette, avvicinò la tastiera del computer e cominciò a scrivere senza che Porfido dettasse una sola parola. -Scusi- la interpellò Porfido- che sta scrivendo? -So- rispose laconica Melania. - Che sa? -Tutto. -Melania batté freneticamente sulla tastiera per cinque minuti, poi si fermò, intrecciò le dita, le fece scricchiolare e scrisse ancora. Porfido assisteva impotente alla verve letteraria della sua dipendente, scosso da un leggero tremito delle labbra. Si contenne, pensò alla moglie lontana, a Torino, la sua città natale, al Lingotto, viatico per la celebrità letteraria, alla Juventus, a Moggi che l’aveva ridotta quasi a squadra di provincia. Quando non seppe più a cosa pensare si rivolse alla segretaria. -Melania- disse con gentilezza- mi vuol leggere cosa ha scritto? -Subito. -Sulla base di quanto disposto dalla Circolare n° 6163 del 4 giugno 2008, dal Decreto Ministeriale n°80/2007 e dall’articolo 1 comma 634 della legge 27 dicembre 2006, n°296 della finanziaria 2007, i signori docenti sono tenuti a impartire lezioni modulari di 15 ore agli alunni che riporteranno, al termine dello scrutinio finale, il giudizio di sospensione nelle discipline in cui non avranno raggiunto la sufficienza. -Perfetto- si stupì Porfido-. Ma per scrivere solo questo ha impiegato tanto tempo? -Certamente no-fu l’immediata risposta. -E, mi tolga la curiosità, cos’altro ha scritto? -Glielo leggo immediatamente. Bla bla bla, bla bla bla- fece Melania per ritrovare il punto e poi continuò. Pertanto i signori docenti sono tenuti a non chiedere le ferie nel mese di Luglio, a tenere obbligatoriamente i corsi di recupero, a tenere aggiornato il registro delle presenze, e quindi delle assenze, degli alunni e ad espletare continue prove di verifica durante lo svolgimento del modulo prefissato. Al termine dei corsi, sempre nel predetto mese, si terranno le prove d’esame con test di vario genere e, terminate le quali, si procederà ad ulteriore e definitivo scrutinio. Si tenga conto che come gli alunni che diserteranno il corso a cui destinati saranno penalizzati durante le prove da tenersi nell’ultima decade di luglio, altrettanto il docente che, adducendo motivi non comprovati da alcuna certificazione si sarà esonerato autonomamente dal predetto incarico, vedrà sottrarre dalla retribuzione mensile gli emolumenti relativi ai giorni d’assenza e sarà sottoposto a provvedimenti disciplinari. E’ fatto obbligo, infine, a alunni e docenti di non recarsi nei locali dell’Istituto indossando il pinocchietto. Porfido sobbalzò. -Cosa ha scritto, non indossando il pinocchietto? E cos’è? -Come, preside, non conosce il pinocchietto? -Perdoni la mia ignoranza-sibilò inviperito il buon Porfido- ma non lo conosco. Per nulla intimorita Melania spiegò. -Il pinocchietto, caro il mio preside, è quel pantaloncino tipo bermuda, sa, quello a mezza gamba che di solito si porta d’estate, al mare e che mette a nudo il polpaccio del maschio. - Ah, quello! E beh, cosa c’è di strano? Lasciamolo indossare a chicchesia, purché non se ne vengano in mutande. -No, preside- rispose drastica Melania- il pinocchietto è contro legge. -Ma mi faccia il piacere… contro legge… Lo metto anche io durante l’estate. -Le ripeto, preside, è contro legge. -Ma non dica sciocchezze! Mi trovi lei un articolo del codice civile o penale che preveda qualche pena per chi indossa il pinocchietto. -Non nei codici, ma nel regolamento d’istituto c’è. Anno scolastico 2005/2006, commissione di vigilanza presieduto dalla professoressa di religione Suor Clementina Massarella, segretario professor Orsobruni. Articolo 1-recitò tutto d’un fiato Melania- è severamente vietato indossare il pinocchietto agli alunni di sesso maschile, onde evitare che mettano in mostra il vello di cui li ha dotati madre natura suscitando scandalo e perturbando l’ingenuità degli alunni di sesso femminile che popolano l’Istituto Benpensante. Approvato dal Collegio dei docenti in data 8 settembre 2005. -E’ inaudito- disse sconfortato Porfido- è inaudito- ripeté. Siamo nel 2008!...Convocherò d’urgenza il Collegio dei docenti per ridiscutere l’intero regolamento. - Faccia pure, preside, ma dovrà comunque attendere il nuovo anno scolastico. Per ora il Pinocchietto è vietato.
Suor Clementina
Suor Clementina Massarella, badessa delle Carmelitane Scalze, batteva ritmicamente il piede foderato Geox, cinque cm di tacchetto, dietro l’uscio della presidenza. Porfido era impegnato con la commissione RSU. La discussione verteva sui compensi straordinari da attribuire al personale ATA. Artemisio Colabrisi rappresentava il sindacato della B.E.R.N.A.R.D.A. (Benemerito Ente Radicale Autonomo Regionale Docenti Angustisclavii) e, pregno di un forte odore di olive marcite, era stravaccato sulla poltrona alla destra di Minchiuzzi, il prof ex catto, ora islamico, presidente della M.I.N.C.H.I.A(Multilingue Insegnanti Nazionali Classificatori Hardware Indipendenti Angustisclavii). Carlo Sguizzi, nominato RSU della R.O.B.E.R.T.A.(Rappresentanti Oberati Boicottati Energici Raminghi Tuttologi Angustisclavii) a furor di popolo, sedeva all’estrema sinistra. Il suo spirito partigiano era a favore dei dipendenti del Pubblico Impiego. A lui, infatti, non importava che i cartellini di presenza fossero timbrati secondo il motto dei tre moschettieri, uno per tutti, tutti per uno. Porfido, al contrario, ligio al comando di Nanà Moretta, nuovo rattigno ministro per la Funzione Pubblica, era lì come controparte, anche per affermare la sua autorità, spesso messa in discussione. La querelle tirava per le lunghe. Solo quando l’aria divenne irrespirabile Porfido capitolò e con lui tutti gli altri, tanto che, alla fine, fu difficile capire chi l’avesse spuntata. Suor Clementina si affacciò all’uscio. -Posso? -Si accomodi- rispose Porfido soffiandosi il naso. -Posso?-ripeté la monastica. -Certo! Gliel’ho già detto- confermò Valà un po’ scocciato. Suor Clementina entrò nel grande studio barocco di Porfido, ben diverso da quello sobrio e piacevolmente elegante del suo predecessore, il compianto Pierpaolo de Fulgentiis. Porfido sembrava immerso nella lettura del verbale della seduta e disinteressato alla querelle della monaca. Poiché non veniva a capo di nulla, alzò il capo dai fogli vergati a mano e guardò fissa la clericante, quasi a chiedersi cosa cercasse la sposa di Gesù da lui, povero mortale. Poi ricordò e: - Se è venuta qui per perorare la causa dell’antipinocchietto- disse torvo- ha sbagliato indirizzo. E’ una norma stupida quella d’impedire che d’estate, con il sole che picchia a 40° si debbano indossare i pinocchietti. Ho letto tutta la normativa del regolamento d’Istituto e ho deciso di cambiarla in toto. Suor Clementina, che non aveva ancora proferito parola, si lasciò cadere sconsolata sulla poltrona opposta a quella del Preside. -Ma lei-disse dopo un grosso sospiro la collega della monaca di Monza- ha saputo cosa accadde nel giugno del 2004 per colpa del pinocchietto? -No!- esclamò Porfido sorpreso- Che accadde? -Ah, non sa nulla? Ora le racconto- accostò la poltrona ancor più alla scrivania e cominciò a raccontare sottovoce. Porfido si fece attento. -Deve sapere- cominciò suor Clementina- che io ho una novizia che mi sta molto a cuore. Mi è stata raccomandata da un… un ricco possidente mi… sardo. Porfido, per ascoltare meglio si sporse sulla scrivania. -Come dicevo- riprese la monaca- questa novizia fu accompagnata, quando aveva l’età di sei anni, dall’on… dal dottor…, il nome non importa, mi fu accompagnata, o meglio consegnata, con la promessa che, se avessi provveduto alla sua educazione senza mai rivelare il nome del padre a chicchesia, il convento ne avrebbe tratto grandi vantaggi. Porfido sporse ancor più il capo: Continui, continui. -Quattro anni fa, però, visto che aveva raggiunto l’età per sostenere l’esame di maturità, lei che non era mai stata in una scuola se non in quella interna al convento, pensai che fosse giusto dotarla di un diploma superiore. Non sapendo a chi rivolgermi, mi recai dalla famiglia de Fulgentiis, con la quale ho un’ottima frequentazione, per consigliarmi con il professor Pierpaolo, che sapevo essere diventato preside di un Istituto tecnico. De Fulgentiis, onorabilissima persona, credeva di rassicurarmi dicendomi che, con la sua raccomandazione, avrebbe fatto sostenere a Rebecca l’esame di Stato presso un professionale, il cui preside era un suo amico fraterno. Io mi scandalizzai alla proposta, visto che avevo provveduto a dotare la mia novizia di una preparazione liceale, ma il preside insistette e confermò che i diplomi erano tutti eguali, che il diploma conseguito in un professionale valeva quanto, se non più, di quelli dei Licei, che i ragazzi erano fatti tutti della stessa stoffa, cioè, dico nel senso che nessuno sapeva un’acca, che erano tutti ciuchi e che la mia protetta, con una preparazione classica, avrebbe stracciato gli esaminatori. Per farla breve, dopo varie mie insistenze, acconsentì che Rebecca sostenesse gli esami presso il suo Istituto. Premetto, Rebecca non era mai uscita dal Convento, non aveva mai visto un uomo in carne e ossa da quando era con me. L’avevo protetta e conservata come una pietra preziosa… -Venga al nocciolo della questione- la interruppe Porfido che era ansioso di giungere alla fine del racconto - mi sembra un romanzo giallo. Chi è il colpevole? -Abbia pazienza! Il colpevole, vuole lei; i colpevoli, dico io!... Come le stavo dicendo… -La pietra preziosa. - Sì, una pietra preziosa era per me Rebecca, ma me l’hanno rubata, me l’hanno rovinata tre docenti e tre alunni di questa scuola. I docenti, per salvarsi, dicevo, hanno immediatamente chiesto il trasferimento,mentre gli alunni si sono diplomati con cento e… addio al secchio. Assurdo! -Suora, lei sta divagando, mi dica la fine! - Eh no, lei deve sapere tutto! -Allora mi dica tutto- rispose rassegnato il buon Porfido. -Eravamo? -Alla pietra preziosa… -Sì, ricordo. Rebecca venne in questo Istituto il 18 giugno del 2004, per la prova scritta d’Italiano. La hall era affollata come una discoteca alle due di notte. Gli effluvi di sudore e di adrenalina avevano sostituito l’ossigeno. La tensione era all’apice. -Suor Clementina, non siamo in un film di Hitckoc, stiamo parlando d’esami, forza, mi dica come è finita! -Ha ragione, ma il ricordo è presente come una stilettata nel cuore. Ragazzi e ragazze si affollavano contro le vetrate in attesa del suono della campanella che avrebbe consentito loro di accedere alle aule dell’Istituto e di prendere posto. Rebecca, con le sue lunghe trecce biondo cenere tendenti al grigio pezzato, era riconoscibile anche agli occhi di chi non l’aveva mai vista. Al suono dello Start partì come tutti gli altri, di corsa, snocciolando il rosario che le avevo donato per l’occasione. La vidi prima in cima alla prima rampa di scale, seconda sulla seconda rampa,con un potente scatto di reni, poi, nuovamente prima, per un’incollatura, a occupare il posto. -Suor Clementina, mi pare la cronaca di una corsa di cavalli! Ma che mi sta dicendo, mi sta solo facendo perdere tempo! -Mi scusi, preside, ma è per il dispiacere, il dolore di aver corso il rischio di perdere una ragazza su cui avevo puntato molto. -Ci risiamo… -No! Ora le racconto. -Speriamo… - Le file dei banchi erano due: una addossata al muro, l’altra alle finestre, sul lato opposto. Rebecca occupò il secondo banco sul muro. Si trovava tra due energumeni, due ragazzi con tanto di barba e baffi al primo e al terzo posto; alla sua destra, oltre il corridoio, un tanghero villoso sin sulle mani. Ma questo è niente: il bello, si fa per dire, viene dopo. I ragazzi erano seduti e ancora nulla si notava del loro abbigliamento, anche se le magliette sporche, il puzzo di sudore e adrenalina… -Suor Clementina!... -D’accordo. Come dicevo, ancora nulla si notava del resto del loro abbigliamento. Il vociare degli alunni, canti e inni a volte scurrili, s’interruppe all’apparire della commissione. Tre esterni, più il presidente, tre interni. I tre esterni erano di una sobrietà, di una eleganza che mi ricordava le belle giornate trascorse a Merano, quando i cavalli fremevano sulla linea di partenza, con le froge tirate, i denti esposti in un ghigno quasi satanico, le nari fumanti… -E allora è vizio! Suor Clementina, lei è una patita delle corse di cavalli… lo confessi! -No, preside, non dica così- proruppe con voce di pianto - io servo la Chiesa, non il demone del gioco! -Ci credo poco- disse Porfido- comunque continui. Suor Clementina asciugò con la mano due lacrime che le correvano veloci sul viso paffuto e liscio, aggiustò la ciocca che veniva fuori dal cappuccio nero, e riprese. -I tre interni, al contrario, erano male in arnese. Portavano jeans e maglietta su tre paia di sandalacci infradito. Per fortuna c’era il presidente! Era di una finezza unica, mi ricordava le magnifiche galoppate ad Ascot… che giorni meravigliosi! Porfido impugnò il tagliacarte. Suor Clementina riprese il racconto. -A un tratto Rebecca, tutta intenta a sviluppare la sua traccia, si sentì toccare la spalla: era il candidato del terzo banco che le passava un bigliettino da dare al compagno che le stava d’avanti. Sorpresa dall’impudenza del troglodita si alzò e denunciò il fatto. Immediatamente il presidente intervenne e rimproverò gli autori del misfatto, minacciando la nullità dell’esame. I due delinquenti, protetti dai loro docenti, fecero il mea culpa, ma rivolsero alla mia protetta uno sguardo carico di promesse cattive. Non solo…, lo scambio di bigliettini continuò. Non potendo usufruire dei Rebecca come pony express, i due masnadieri ricorsero al cucchiaio. -Cos’è mo ‘sto cucchiaio?- chiese Porfido battendo il tagliacarte sul palmo della mano sinistra. -Totti!- esclamò la badessa Porfido pugnalò la scrivania. -Che c’entra Totti?... Si vuol spiegare, per Dio?-urlò il preside incazzatissimo. -Totti ha inventato il cucchiaio- disse impaurita, con un filo di voce suor Clementina. -Ma mi faccia il piacere…. -Ma… ma così dicono alla TV. -Ho capito, il calcio a parabola!- affermò sicuro di sé Porfido. -Appunto. -Beh, ma che c’entra? -Volevo dire che i due scavalcavano Rebecca tirando a cucchiaio i bigliettini. -Continui, continui…- si spazientì Valà -Rebecca- deglutì suor Clementina- poverina, muoveva il capo d’avanti e di dietro quando c’era lo scambio, per timore di essere colpita da uno di quei proiettili. Uno dei membri interni, mi pare quello d’Italiano, per vendicare la spiata chiese alla mia protetta cosa stesse facendo. Proprio in quel momento uno dei biglietti cadde sul banco dell’innocente e precipitò per terra. Il prof ordinò con un risolino maligno alla poverina di raccogliere l’oggetto caduto. Rebecca non poté che obbedire. Si chinò,s’inginocchiò per terra, volse il capo verso destra, poi verso sinistra e urlò. Si trovava tra quattro colonne pelose e ributtanti che sembrava volessero aggredirla. Si alzò in fretta, batté il capo contro la tavoletta del banco e cadde semi incosciente per terra. Le colonne pelose la circondarono: erano divenute sei. I peli erano animati, divennero delle piante carnivore, protesi com’erano verso il volto della fanciulla. Rebecca urlò ancora, ma si trovò schiacciata fra quelle colonne che minacciose avanzarono verso di lei. Il presidente intervenne con autorità e impose ai docenti di salvare la mia novizia, ma quelli, se ne infischiarono. Rebecca giacque tra quelle colonne ripugnanti per ben cinque minuti, con la criniera sciolta sul pavimento e il petto ansante, come un cavallo azzoppato. Quando si riprese volle andar via. Porfido, voi lo conoscete, si commuove facilmente e così fece quella volta. Si alzò dalla sua mastodontica scrivania e a passo lento si diresse verso suor Clementina. Non appena le fu vicino le circondò le spalle con le sue braccia e la rassicurò: avrebbe indagato sui malfattori. Suor Clementina reagì in modo inconsueto per una nuora di Maria: E no, caro preside, non sono i colpevoli che m’interessano! Io voglio che sia messo al bando in perpetuo il pinocchietto! -Ma che c’entra il pinocchietto? – interrogò Valà. Come, non ha capito? Quei ragazzi indossavano il pinocchietto! Da quel giorno Rebecca non vive più. E’ ossessionata dal pinocchietto. Prima le faceva senso, ora la turba: è in cura da uno psicologo. Non appena ne vede uno cade ai piedi del possessore e tende le mani verso quei pelacci ispidi e robusti che sembrano avvolgerla come un’edera rampicante. Per questo motivo, quando fui eletta presidente del Consiglio di vigilanza, lo feci mettere al bando. -Ma è trascorso tanto tempo… suvvia, siamo nel 2008!... -Preside- lo interruppe suor Clementina- il mio timore è che la ragazza stia nuovamente male. -E perché’ -A Giugno, dopo quattro anni di cura, Rebecca tornerà in questo Istituto a sostenere gli esami di Stato. Non vorrei… -Ma via- disse suadente Valà- non è che un innocuo pantaloncino… -No!- protestò suor Clementina- E’ un’arma del diavolo. Si alzò dalla poltroncina, squadrò Porfido da capo a piedi e sbiancò: Oh Dio,- urlò- il pinocchietto, il pinocchietto!
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